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Autunno zen

Non sempre l’autunno viene apprezzato perché è un periodo in cui la natura muore per prepararsi all’inverno. Nonostante ciò, i colori dell’autunno vengono spesso apprezzati da molti. In Giappone, come parecchi di voi già sapranno, uno dei momenti più attesi della stagione è il colorarsi di rosso delle foglie, detto 紅葉 momiji. Sia le foglie rosse ancora sui rami che le foglie cadute lungo la strada non hanno solo un certo fascino, che ci spinge a fotografarle o raccoglierle, ma racchiudono in sé anche insegnamenti zen. Facendo nostri questi concetti, possiamo vivere il nostro autunno zen.

Espressioni per un autunno zen

La prima espressione che voglio condividere è: 開門落葉多 Kaimon rakuyō ōshi, che possiamo leggere come “mon wo hirakeba rakuyō ōshi“, cioè “quando ho aperto il cancello, vi erano molte foglie cadute”. Questa espressione è il secondo verso di una poesia cinese, il cui primo verso recita più o meno così: “sentendo la pioggia, provavo ancora più freddo.” La poesia ci dice che durante la notte si è sentito il cadere delle pioggia, ma la mattina al risveglio aprendo la porta, si sono trovate tante foglie per terra. Come se il rumore sentito non fosse stato quello della pioggia ma delle foglie. Questo verso esprime bene il sentire zen e della cerimonia del tè. Le foglie cadute sono un simbolo del cambiamento delle stagioni in natura. Questa germoglia in primavera, diventa rigogliosa in estate e appassisce in autunno. Questo processo rappresenta l’impermanenza, indicando che tutto è in costante cambiamento. Ciò riflette anche l’insegnamento zen di accettare che pure noi cambieremo con il tempo e man mano che la natura cambia. Inoltre, vi è una sensazione di silenzio, elemento molto caro alla cerimonia del tè. Il silenzio, infatti, permette di avere la tranquillità per notare suoni e fenomeni della natura. Quando si entra in un giardino o uno spazio pieno di foglie cadute, si può avvertire il suono delle foglie che frusciano sotto i piedi. L’atto di aprire il cancello, poi, esprime un’immagine di apertura verso il mondo esterno e verso qualcosa di nuovo. Come quando durante una cerimonia del tè si apre il cancello per accogliere gli ospiti: è perciò apertura del proprio cuore e accettazione delle altre persone. “Kaimon rakuyō ōshi” indica uno stato d’animo che accetta ciò che viene così com’è. In questo si può leggere un insegnamento dell’autunno ad abbandonarsi, ad affidarsi alla vita, lasciando andare ciò che non serve più e aprirsi con fiducia e gratitudine a qualcosa di nuovo. Cosa volete lasciare quest’anno?

Autunno zen

Passiamo ora a un’altra espressione che spesso si trova nelle sale da tè per la sua profondità. 経霜楓葉紅 Shimo wo hete, fūyō wa kurenai nari. Le foglie d’acero diventano rosse dopo un forte gelo. Se la leggiamo in modo superficiale troviamo solo una descrizione del tardo autunno giapponese, quando le foglie si tingono di rosso a causa del forte abbassamento di temperatura. Ma se leggiamo più a fondo, questa espressione ci fa riflettere sulla condizione umana. Come le foglie di acero cambiano colore donandoci tutta la loro bellezza, anche noi cresciamo in virtù delle varie difficoltà che siamo chiamati ad affrontare durante la vita. Grazie alle sfide, possiamo diventare più forti, più consapevoli delle nostre capacità, più resilienti e pronti per ciò che verrà dopo. Forse quando stiamo affrontando qualcosa di difficile o un periodo difficile, preferiremmo non dovercene occupare. Eppure non è entusiasmante pensare che quando avremo superato anche quello, potremo incontrare una nuova versione di noi? Che avremo più chiaro chi siamo e cosa vogliamo? Che potremo brillare come le foglie rosse d’autunno?

Spero queste due espressioni vi accompagnano in quest’ultimo mese della stagione e vi permettano di vivere il vostro autunno zen.

Il potere del viaggio

Quanto potente può essere un viaggio?
Ogni anno, quando si avvicina la fine di ottobre, mi ricordo di una donna che ho incontrato a Kyoto e di cui non conosco (e mai conoscerò) il nome. Sono passati ormai ben tredici anni da quel lontano 31 ottobre, ma molte cose le ricordo ancora chiaramente. Tra queste, l’idea che il potere del viaggio ci accompagni da un determinato viaggio a molti anni dopo, se non addirittura per tutta la vita.

La signora di Kobe

All’epoca ero in Giappone da poco più di un mese e c’erano molti luoghi che volevo visitare. Quel giorno mi svegliai presto e mi recai di buon’ora al 松尾大社, Matsuo Taisha, il Santuario Matsuo, poco distante dall’area di Arashiyama. C’erano ancora poche persone quando arrivai, che mi sembrò di avere tutto il tempo e la calma per girare e scattare foto.
Pian piano il santuario si riempì di gente, impegnate nella propria silenziosa visita. Perciò fui sorpresa quando una donna mi rivolse la parola. Non mi era ancora capitata una cosa del genere prima. “Perché mi ha parlato in giapponese?”, pensai, e presa alla sprovvista, o quasi dal panico, iniziai a rispondere in un giapponese allora molto stentato. A ben guardarla, capii che la donna che avevo davanti era una turista. Indossava un cappello a falda larga, aveva un piccolo zaino sulle spalle e una busta di plastica in mano contenente onigiri e mandarini. In quel momento, ebbi come l’impressione di sapere cosa le passava per la mente: che essendo una straniera, anch’io ero una turista come lei.
Era venuta a Kyoto da sola, da Kobe, ma voleva visitare il 鈴虫寺, Suzumushidera, il tempio buddhista Suzumushi, insieme a qualcuno, e mi chiese se volevo andare con lei. Non ci ero mai stata e accettai con entusiasmo l’invito. Una decisione che ancora oggi non mi so spiegare. Fino a quel momento, accettare l’invito di una perfetta sconosciuta non era mai stata un’opzione possibile. Forse è questo il potere del viaggio: aprirsi a nuovi modi di pensare; essere disposti a entrare in connessione con chi troviamo lungo il percorso.

Così, iniziammo a camminare insieme fra sentieri alberati e a scambiare informazioni sulle nostre vite, finendo per condividere una mezza giornata che è diventata uno dei miei ricordi più cari del Giappone.

Il potere del viaggio

Il potere del viaggio non si estingue nel viaggio

Grazie alla signora di Kobe, ebbi modo di assistere a un evento nel tempio e di bere per la prima volta il tè matcha. Inoltre, ascoltai la musica ambientale naturale creata dai grilli campana che abitano al Suzumushidera! Sembra che i grilli maschi cantino solo per una ventina di giorni in autunno, emettendo un suono molto simile a un dito che scorre lungo un pettine. Poiché per i giapponesi è un suono che risulta come quello di una campanella, i grilli vengono definiti grilli campana.
Quando uscimmo dall’edificio, la signora si mise a pregare e dopo la preghiera comprò due 幸福御守 kōfuku omamori, cioè amuleti della buona sorte, della felicità. “Conservalo nel portafogli”, mi disse donandomene uno. E così fu. Da quel giorno conservo quell’amuleto come un bene prezioso e ogni volta che apro il portafogli quello mi ricorda di lei. Mi sono chiesta più volte e ancora mi capita di chiedermi se quella donna ha mai pensato a me. Per quanto mi riguarda, so che terrò sempre con me il ricordo del nostro incontro, le sue parole e i suoi atteggiamenti gentili. Il potere del viaggio non si manifesta solo nel momento in cui si svolge un determinato viaggio, ma anche in ciò che resta impresso nella memoria, nell’apertura a nuove esperienze e nel cambiamento che provoca in noi.

Un viaggio non è solo quello che si compie in terre lontane. Lo si può compiere in una città vicina o anche nella propria città. In fondo, basta poco per essere in viaggio: uscire dalla solita routine, fare un passo oltre la propria zona di comfort, parlare con uno sconosciuto, affidarsi a ciò che ha in serbo per noi la vita senza voler per forza controllare ogni dettaglio. Quanto potente può essere un viaggio!

I saluti sono promesse

“A domani”, “A presto”, “Ci vediamo”. Quante volte ci salutiamo così, con quelle che sembrano semplici parole. Ma i saluti sono promesse, 約束 yakusoku. Di un altro incontro, di un’altra chiacchierata, di passare del tempo insieme, di scegliersi ancora.

Di parole simili ne ho dette tante anch’io. A volte, ahimè per abitudine, a volte perché davvero sentite. È qualcosa che accade a tutti. Nel primo caso, a meno che non si tratti di persone con cui abbiamo a che fare ogni giorno come a scuola o al lavoro, è quasi scontato non riuscire a mantenere la parola. Nel secondo caso è più facile, eppure ci sono situazioni, come il trasferimento in un altro paese, per cui tenere fede a quanto detto diventa complicato. Penso, ad esempio, a quando ho lasciato il Giappone e alle amicizie e buone conoscenze che inevitabilmente ho dovuto lasciarmi alle spalle, senza sapere se avessi avuto modo di mantenere la parola data.

I saluti sono promesse

Tuttavia, quando c’è davvero il cuore nelle parole che pronunciamo, prima o poi si apre la strada per mantenere la parola data. Un po’ come se l’universo ci venisse incontro per darci una mano. Quest’anno, infatti, una mia amica giapponese si è trasferita in Irlanda, accorciando di molto le distanze e rendendo possibile il ritrovarsi ancora.

E così, in questi giorni di assenza dal blog e dalla pagina Instagram, ho avuto il mio piccolo Giappone in Europa. Nonostante non ci fossimo viste per anni, era tutto come un tempo: la voglia di parlare, di condividere, di creare ricordi insieme. Sono stati giorni intensi e spensierati, a loro modo frenetici e rilassati. Ci siamo lasciate con la voglia di rivederci ancora e sono sicura che succederà prima o poi. Perché i saluti sono promesse che se fatti con il cuore possono essere mantenuti.

Voi cosa ne pensate? Considerate i saluti come promesse?

I simboli dell’estate giapponese

Quando viaggiamo costruiamo dei ricordi. A volte ciò che ci ha colpito durante un viaggio è così vivido che lo ricordiamo quasi come un simbolo del luogo visitato.
Ora che mi trovo in una città in cui piove molto e le temperature sono piuttosto basse, ripenso a quanto sia diversa l’estate in Giappone e a quanto gli accessori (soprattutto femminili) siano simboli dell’estate giapponese. Mi riferisco ai cappelli, agli ombrellini, ai guanti lunghi che coprono le braccia.

Cappelli, ombrellini, guanti

Quelli che ora considero simboli dell’estate giapponese, all’inizio della mia vita in Giappone mi apparivano strani, curiosi, inappropriati in un certo senso. Mi chiedevo come i giapponesi, soprattutto le donne, potessero coprirsi in ogni modo possibile con il caldo. Questo poiché ero abituata a vedere persone con magliette a mezze maniche e pantaloncini corti, o comunque qualcosa di leggero, a volte anche minimo, per far respirare la pelle. Però, l’estate umida in Giappone non scherza, il sole è davvero caldo che si rischia di scottarsi seriamente. E infatti è qualcosa che mi è capitato a Kyoto e mi sono sentita tanto spossata da dover passare un pomeriggio a letto. Allora ho capito la loro necessità di coprirsi. Non è solo un modo per mantenere una pelle chiara (che rientra nei canoni di bellezza dei giapponesi), ma è un modo per evitare le scottarure 日焼け hiyake, e i colpi di calore 熱中症 necchūshō. Così da quel giorno, ho imparato ad essere più attenta a come mi vesto. E ancora oggi non smetto di portare con me un ombrello quando sono in giro in una giornata calda e soleggiata!

simboli dell'estate giapponese

Altri simboli dell’estate giapponese

Seppure gli accessori femminili mi siano rimasti impressi forse più di ogni altro dettaglio, ci sono anche altre cose che considero simboli dell’estate giapponese.

Se penso al cibo, non posso non menzionare le “granite giapponesi”, かき氷 kakigōri. Si tratta di un tipo di dessert a base di ghiaccio tritato e condito con sciroppo e latte condensato. Quando arriva l’estate, le bancarelle che vendono kakigoori compaiono ovunque! Ma ci sono anche negozi specializzati dove si possono gustare.

Un’altra cosa che mi porto dall’estate giapponese sono i suoi suoni. A parte il ronzio degli insetti e il canto delle cicale, capita di sentire spesso dei rintocchi. Tutto merito dei 風鈴 fūrin, ovvero una specie di campane a vento. I fūrin sono costituiti da campane di vetro con una corda e un pezzo di carta appeso sotto di esse. Si possono vedere su porte, finestre e cancelli per tutta l’estate. Quando si sentono i rintocchi delle campane di vetro, si sa che c’è del vento nell’aria che aiuta a sopportare il caldo umido!

Ogni viaggio ci lascia un piccolo pezzo di sé che possiamo rivivere ogni volta che pensiamo a quel luogo. Io dai miei viaggi e dal soggiorno nel Sol Levante mi porto questi simboli estivi legati al senso della vista, del gusto e dell’udito.
Quali sono per voi i simboli dell’estate giapponese? Se vi va, scrivetemelo nei commenti!

Takefu Central Park

Oggi vorrei parlarvi di un posto che col tempo è diventato per me importante: il Takefu Chūō Kōen, che si può tradurre come Takefu Central Park. Il parco si trova a Echizen, nella prefettura di Fukui.

Takefu Central Park

Il Takefu Central Park è stato riqualificato in base a un concetto dello scrittore di libri illustrati Kako Satoshi, ovvero “uno spazio in cui uomini e donne di tutte le età possono rilassarsi, giocare, vedere, imparare e divertirsi”. In effetti, il parco presenta una serie di “attrazioni” adatte a tutte le età.
Sullo spazio antistante all’entrata è possibile rilassarsi su una panchina, guardando i passanti e lo scorrere delle auto, o facendo un picnic. All’interno si trovano campi per praticare svariati sport come il tennis, il basket e il nuoto.
Vi è poi una importante spazio chiamato Daruma-chan Hiroba, ricavato da un ex campo da baseball. A un lato di questa piazza, vi è una collinetta che ospita un percorso di giochi per bambini; sul lato opposto, vi è uno spazio circolare dove i piccoli amano rincorrersi e su cui si affaccia un gazebo con posti a sedere al coperto. Se si scendono i pochi gradini accanto, si scopre un canale lungo il muretto attorno al gazebo sormontato da un ponticello. Qui i bambini si divertono a toccare le rocce nell’acqua bassa e le mamme a scattare loro delle foto.
Ci sono altre tre piazze nel Takefu Central Park che voglio menzionare. Quella chiamata Pa pi pu pe po che ospita una monorotaia e altre giostre per diveryirsi. Funsui Hiroba che ospita una fontana rotonda che crea continui giochi d’acqua; e Konotori Hiroba, la piazza antistante la ruota panoramica. Queste due ultime piazze sono perfette per momenti di coppia o in famiglia. Ma anche passare del tempo da soli leggendo un buon libro può essere un’ottima idea.

Takefu Central Park e l’importanza della gratitudine

C’è stato un periodo in cui fra il COVID e il lavoro non avevo modo di viaggiare ed esplorare nuove mete. All’inizio l’ho vissuto molto male, mi sentivo quasi chiusa in gabbia in una città che “non aveva molto da offrire”. Soprattutto durante il weekend dove sentivo la voglia di scaricare lo stress e fare qualcosa di diverso.
Data l’impossibilità del momento, un giorno ho deciso che per fare qualcosa di diverso avrei fatto un picnic al Takefu Central Park. C’ero già stata più volte, ma mangiare all’aperto osservando il verde, i passanti e le famiglie è stato sorprendente: è bastato davvero poco per ritrovare quella serenità che non riuscivo più a trovare chiusa fra le quattro mura di casa o d’ufficio.

A volte diamo per scontato i posti vicini, proprio perché sono a portata di mano. Pensiamo che dobbiamo andare chissà dove per essere soddisfatti e poi postiamo foto di quei luoghi meravigliosi sui nostri profili social. Spiagge tropicali, metropoli piene di luci…
Non penso che sia sbagliato visitare posti lontani e che ci fanno sognare, anzi. Piace anche a me. Penso, però, che è anche importante sentirsi grati per ciò che si ha e dove si è. Il Takefu Central Park me l’ha fatto capire più di ogni altro luogo. Perciò, è diventato un posto importante dove trascorrevo moltissime domeniche. Un posto sicuro per rilassarmi, un posto in cui riuscivo a sentirmi grata per ciò che avevo.

E voi? Avete un posto vicino dove vi piace rifugiarvi? Dove sentite la gratitudine esplodervi dentro?

Eiheiji, il tempio dell’eterna pace

Un posto che sicuramente mi è rimasto nel cuore è il tempio Eiheiji.
Era il diciotto luglio di qualche anno fa quando ci sono andata per la prima volta. Ne avevo sentito parlare da tempo, quando ero in Italia e poi più volte quando ero in Giappone. “È un posto bellissimo”, “si respira un’atmosfera magica”, mi dicevano. E così, poiché mi trovavo nella prefettura di Fukui, poiché era domenica e splendeva il sole, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di visitarlo di persona. Il tempio è un complesso di oltre settanta edifici e si trova nelle montagne fuori la città di Fukui. Fu fondato dal monaco Dōgen (1200-1253), che introdusse lo zen sōtō dalla Cina, ed è il luogo di addestramento principale di questa scuola, dove ancora oggi risiedono centinaia di monaci novizi.

La pace fra i cedri

I kanji che compongono il nome del tempio sono tre: il primo, 永, significa eternità; il secondo, 平, pace; e il terzo, 寺, tempio buddhista. Se si prova a tradurre in nome “Eiheiji” lo si può rendere come “il tempio dell’eterna pace”. E, in effetti, ciò che ricordo di più dello Eiheiji è proprio la sensazione di pace che mi ha invasa mentre percorrevo il viale d’accesso coperto da un fitto fogliame, mentre osservavo il manto lucente di muschio o i fusti alti e rettilinei dei cedri. Un odore forte d’incenso profumava l’aria calda e umida d’estate, il sole filtrava tra le foglie, il vento le scuoteva dando appena un’illusione di frescura.
E lì mi sono sentita a casa. Cosa vuol dire sentirsi a casa non lo so spiegare. È una di quelle cose per cui le parole non sono mai giuste, mai sufficienti, o semplicemente non adatte.

Eiheiji, il tempio dell'eterna pace

L’insegnamento dello Eiheiji

La sensazione di essere a casa non è stata la prima che ho provato.
Avevo deciso di lasciare il Giappone circa un mese prima della mia visita allo Eiheiji. Una scelta dolorosa e necessaria che però non riuscivo ancora a gestire. E quella visita è stata uno scossone non da poco. Mi sono sentita divisa fra due forze: volevo andare via, eppure restare; ero pronta (se così si può dire) ad abbandonare tutto, eppure quel posto mi chiamava.
Ho sentito un groppo alla gola, mi mancava l’aria. Avrei lasciato il paese nel giro di qualche mese senza sapere quando ci avrei rimesso piede. Mille pensieri si rincorrevano nella testa che anche fare foto non mi aiutava a distrarmi. Poi ho capito che era proprio lì che stavo sbagliando: avevo bisogno di mettermi faccia a faccia con ciò che mi stava accadendo in quel momento, con ciò che lo Eiheiji aveva da dirmi.

Così mi sono fermata per connettermi con le sensazioni corporee. Poi a fissare con consapevolezza i colori dell’estate lucente che in alcuni punti sbiadivano per il troppo sole; a esaminare le ombre sui gradini o sotto i tetti; a contemplare la relazione armoniosa fra edifici e natura. E ancora, a inspirare l’aroma di legno e incenso e a percepire i miei piedi nel loro avanzare più o meno in silenzio o facendo scricchiolare il pavimento al contatto. Non c’era niente per cui dovevo agitarmi e preoccuparmi, come la partenza o quella sensazione di star facendo qualcosa di sbagliato mandando all’aria tutto ciò che avevo costruito con impegno. C’era solo il tempio, solo io, solo quel momento. Qui e ora.

C’è un’espressione zen, 而今 nikon o jikon, che invita a concentrarsi sull’adesso, lasciando da parte il passato e le preoccupazioni per il futuro. Ecco, è proprio questo che mi ha insegnato lo Eiheiji. Accogliere ogni pensiero e sensazione corporea, essere nel mio corpo in quel preciso luogo e momento senza provare il bisogno di fuggire. Percepire attraverso i sensi per connettermi con me stessa, ciò che c’era attorno e quel preciso “qui e ora”. Pian piano dall’agitazione sono passata a sentirmi serena.

È forse questo sentirsi a casa? Essere nel qui e ora?

Relazione con il cibo

Quando ci sentiamo giù, insoddisfatti, sbagliati, stressati, può succedere che la nostra relazione con il cibo peggiori. Può capitare, infatti, di mangiare troppo o di ingurgitare cibi spazzatura. Questo succede anche a me. Quando qualcosa va storto, o meglio, non come volevo che andasse, finisco per cercare “conforto” nel cibo. Cioccolata, biscotti, salatini… insomma, finisco per mangiare prodotti che non sono sani e che si possono mangiare in fretta senza sforzo né bisogno di preparazione.

Cos’è il cibo?

Cos’è il cibo? “Cibo” è un termine generico che si riferisce a tutto ciò che si mangia. Il cibo è qualcosa che ci sostiene e ci dà energia per affrontare la giornata. Penso, però, che nei paesi sviluppati sia anche qualcosa che si dà per scontato, essendo di facile reperibilità nei supermercati, sia come ingredienti che come pasti già pronti. Così succede che quando abbiamo fame o siamo nervosi non impieghiamo molto a trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Ma il cibo è solo questo?

Ho già parlato di come lo zen veda in una ciotola di okayu una serie infinita di relazioni e connessione fra noi, gli altri e il mondo. Qui vi parlo di cos’è il cibo per lo zen. Per lo zen, 食べ物は全部生命でできている, tabemono wa zenbu seimei de dekite iru, ovvero tutto il cibo è vita, è fatto di vita. Carne, pesce, verdure… Tutti in principio sono esseri viventi. Perciò, quando mangiamo, non ci stiamo cibando solo di cibo, ma anche di vita.
Inoltre, il cibo è 良薬 ryōyaku, buona medicina, nel senso che sostiene il corpo e non lo fa deperire. Quando prendiamo medicine, non ne assumiamo una in più perché è deliziosa o non ne prendiamo una in meno perché il sapore non ci piace. Così dovrebbe essere anche per il cibo: assumerlo quando è necessario, assumere cosa è necessario e nella dose necessaria.
Ma quante volte, assaliti dallo stress, finiamo per mangiare anche quando siamo pieni? O finiamo per mangiare ciò che non è necessario? O ancora in quantità sbagliate? È così che il cibo può diventare 毒 doku, veleno. Infatti, se si segue una dieta sbilanciata o si mangia troppo si finisce per ammalarsi. Ed è un dispiacere anche per le vite che abbiamo mangiato, essendo il cibo stesso vita.

Relazione con il cibo

Come mantenere una buona relazione con il cibo?

Sebbene sotto stress possa risultare difficile mantenere una buona relazione con il cibo, credo che questi concetti zen possano tornarci utili, almeno in parte. Il cibo è, prima di tutto, vita. E la vita non dovrebbe andare sprecata né consumata voracemente, ma assaporata al ritmo giusto. Inoltre, comprendendo che, come le medicine, se preso in momenti e dosi sbagliati può fare male, forse possiamo almeno provare a fermarci un attimo quando siamo nervosi e pronti ad allungare la mano sulla prima cosa che capita. Così, ci prendiamo cura della nostra salute e rispettiamo anche il cibo (e la vita in esso) mangiando una minor quantità o conservandolo per quando sarà davvero indispensabile.

E voi? Che relazione avete con il cibo? Come cambia quando siete stressati? Cosa ne pensate di questi concetti zen?

A modo proprio, jibun nari ni

Quanto sarebbe bello se ognuno di noi fosse soddisfatto di cosa fa e di come lo fa? Di agire secondo le proprie possibilità e secondo la proprio misura, ovvero a modo proprio, 自分なりに jibun nari ni?

Paragonarsi agli altri e invidia

Credo che a volte ci rendiamo la vita difficile. Per esempio, quando ci paragoniamo agli altri e proviamo un’invidia fine a se stessa. Gli altri fanno cose migliori di noi o le fanno in modo migliore. O ancora, sono più avanti di noi, hanno raggiunto obiettivi per noi lontani e impossibili. Insomma sono più bravi. Perché non ci sta bene ciò che facciamo o come lo facciamo? Perché non siamo soddisfatti di dove siamo?

Questo può derivare da una mancanza di autostima o dalla voglia di riconoscimento. Questo costante paragonarci agli altri, però, può portarci a non sentirsi all’altezza delle aspettative proprie e altrui e quindi spingerci a fare, fare e strafare, aumentando il nostro livello di stress. Si può perfino arrivare a sentirsi inferiori, sbagliati, falliti. Può darsi che gli altri abbiano davvero maggiori competenze, che siano più bravi in una determinata cosa, o che abbiano raggiunto un traguardo a cui anche noi ancora aspiriamo. Tuttavia, questo non dovrebbe portarci a sentirci o considerarci inferiori.

Secondo la propria misura, a modo proprio, jibun nari ni

Dall’invidia all’azione

Tendiamo a vedere solo i risultati di una persona che ammiriamo, non i sacrifici, le sfide, i fallimenti e i piccoli passi che li hanno portati fin lì. Ognuno di noi parte da una condizione diversa, ha un potenziale che con impegno e costanza può forgiare. Ognuno di noi può fare le cose a modo proprio, jibun nari ni, secondo le proprie capacità e possibilità, in un determinato momento o in una determinata fase della vita. Quando non riusciamo a fare subito ciò che ci siamo prefissati e siamo presi dallo sconforto, possiamo ricordarci perché abbiamo iniziato quella determinata cosa e dove vogliamo arrivare. Allora l’invidia verso gli altri si trasforma in azione volta a lavorare su noi stessi e accade qualcosa di buono: intraprendere azioni che possono cambiare la vita. E non c’è niente di più bello. Si prova a migliorarsi in un confronto con il sé di ieri, apprezzando il sé attuale e puntando al sé che si vuole essere domani. I piccoli passi diventano anche un modo per esprimere la propria originalità e unicità, e, quindi, chi si è veramente.

Il silenzio

In Giappone capita di essere circondati da voci di cui non ci si aspetta. Un ascensore che comunica l’apertura e la chiusura delle porte, i piani a cui si ferma, l’atto di salire o di scendere. Un distributore automatico che parla mentre si acquista una bevanda. Un treno che non solo annuncia le fermate, ma anche il lato su cui si apriranno le porte. E che ricorda perfino di non dimenticare i propri effetti personali. Se aggiungiamo a questo le immagini di metropoli piene di gente come Tokyo e Osaka, sembra non esserci spazio per il silenzio. E invece ve ne è tanto. Non solo dove è facile aspettarselo come nei templi, ma anche in situazioni in cui noi occidentali siamo abituati al vociare o al parlare. Si conversa raramente sui mezzi pubblici e sempre con discrezione; ci sono vuoti di parole anche in una semplice conversazione. Ed è proprio quest’ultimo caso uno dei più affascinanti.

Il vuoto nelle conversazioni

Durante una conversazione, capita spesso che la voce di chi parla venga sormontata da quella dell’ascoltatore e viceversa; si pensa cosa dire mentre l’altro sta parlando e, anche se si aspetta il proprio turno, non si dà spazio che a una breve pausa prima di cominciare a parlare. È come se il silenzio mettesse a disagio e quindi ci fosse bisogno di coprirlo con parole, di decorarlo con gesti, di fare il possibile affinché duri il meno possibile. In Giappone, invece, ho constatato più volte che il silenzio fa parte di una conversazione tanto quanto le parole. Capita perfino di ritrovarsi in silenzi così lunghi da avere l’impressione che la discussione non stia andando da nessuna parte. All’inizio è strano, si prova a riempire quei vuoti, ma si ricevono poche parole in cambio. Così si resta in silenzio non sapendo cos’altro dire mentre dentro si affaccia l’agitazione. È come se si venisse messi faccia a faccia con l’eco di ciò che si è detto e fosse richiesto uno sforzo per interpretare i silenzi dell’altro.

Il silenzio nelle conversazioni

Moku, il silenzio secondo lo zen

Secondo lo zen, il termine 黙, moku, silenzio, non è solo l’intervallo fra le parole, ma anche parole profonde senza suono. Moku, come intervallo, riesce a restituire il giusto peso e spazio alle parole che altrimenti sarebbero solo un flusso continuo senza senso. Moku, come parole mute, ha in sé significati più alti che sarebbe difficile proferire a voce, proprio come nei momenti in cui uno sguardo vale molto più di ciò che si dice.
Mi piace pensare al silenzio come accoglienza delle parole dette fino a quel momento e recipiente per i pensieri e le parole che verranno, anche se non sempre espressi. Come un vuoto necessario per riflettere su quanto detto e per ascoltare ciò che passa dentro noi e gli altri. Come un momento di condivisione di sensazioni e di vita più intimo.
Il silenzio non è uno spazio da temere e riempire, ma uno spazio per ascoltare e condividere.

Il giapponese, una lingua a più strati

Un giorno, mentre ero seduta in treno per tornare a casa dai miei, il signore accanto mi disse: “Che brutta lingua che studi”. Non ricordo di preciso quale libro avessi fra le mani, so solo che era scritto in giapponese. Ognuno ha un suo standard di bello e brutto e magari quel signore pensava davvero che il giapponese fosse brutto. A me piace credere, però, che più che “brutto”, il signore volesse dire “difficile”. A volte le cose difficili vengono considerate brutte solo perché richiedono più tempo. E il giapponese può essere una di queste. È molto diverso dall’italiano, per la grammatica e il sistema di scrittura, di cui i kanji forse sono la parte più complicata da apprendere per chi nella sua lingua ha un semplice alfabeto. Se dovessi definire il giapponese, direi che è una lingua a più strati, un po’ come una cipolla, e bisogna scoprirli e consocerli per poterlo utilizzare o capire con fiducia.

Cos’è una lingua a più strati?

Per chiarire cosa intendo per lingua a più strati, voglio riportare qui ciò che dice il monaco Uno Zenchi a proposito del verbo みる, miru. L’autore ne parla nel suo libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” , pubblicato nel 2017 dalla Yamakawa Shuppansha.

Il verbo miru è uno dei primissimi verbi che impara uno studente di giapponese e significa “vedere, osservare”. Come spiega l’autore, il kanji che mostra l’atto di guardare è 見る. Ma a uno stesso suono “miru” possiamo associare diversi kanji, in base al modo di osservare. Se cambia il punto di vista, cambiano sia le cose che vediamo sia il modo di vederle. Se scriviamo 診る l’osservare diventa un “esaminare in senso medico”, come quando un dottore fa domande a un paziente o ne controlla lo stato di salute con uno stetoscopio.
看る è osservare nel senso di “prendersi cura di una persona malata” mentre si danno trattamenti medici.
視る, invece, è osservare nel senso di “esaminare e analizzare in modo oggettivo”, per esempio quando si conducono ispezioni e indagini su un cantiere di lavoro. 観る, molto utilizzato nello zen e nel buddismo, è osservare nel senso di “penetrare in modo profondo e attento la logica delle cose”. Questo kanji si trova anche nella parola 観光, kankō, turismo. Quando ci troviamo davanti a un edificio, possiamo imparare lo sfondo storico in cui è stato costruito, lo stile di vita delle persone di quel tempo e di chi l’ha preservato e tramandato. Così, osservandolo, possiamo arrivare a un mondo più profondo. Se riusciamo ad andare oltre la superficie di ciò che vediamo, “osservando” in modo attento, con conoscenza e sensibilità, il significato di una determinata esistenza cambia radicalmente.1

Profondità e bellezza del giapponese

Spero che questo esempio faccia capire perché il giapponese è una lingua a più strati. C’è il suono delle parole che si può trascrivere con il sistema sillabico, hiragana (o katakana, in presenza di parole straniere). Poi c’è il significato (o la sfumatura di significato) che può essere mostrato attraverso i kanji. Quando scriviamo in giapponese ci troviamo di fronte a continue scelte per poter trasmettere il giusto significato. Allo stesso modo, quando leggiamo siamo portati a riflettere sul significato dei kanji e, a volte, sul perché dell’utilizzo di quel determinato kanji. Questo, per me, è qualcosa di emozionante, quasi una sfida. Il giapponese è una lingua che più si scopre e più si vuole comprendere, che più si indaga e più si viene ripagati con la sua profondità e bellezza.

  1. Uno Zenchi, “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun”, Yamakawa Shuppansha, PP.46-47. ↩︎