Archivio mensile:Giugno 2024

Sekishu onjō

Oggi voglio parlarvi dell’espressione sekishu onjō 隻手音声. Questo è un kōan del monaco zen Hakuin (1686 – 1769), vissuto nella metà del periodo Edo (1603-1868). Ma cos’è un kōan?

Definizione di kōan

Un kōan è un’affermazione o una domanda paradossale, o anche un racconto, utilizzati come tecnica di meditazione per risvegliare una profonda consapevolezza. È una tecnica fondamentale della scuola Rinzai per l’addestramento dei novizi, poiché sfida l’allievo a riflettere al di là delle solite modalità di pensiero e ragionamento.

Il kōan sekishu onjō

Torniamo a sekishu onjō che Hakuin propose a un praticante. Questo può essere tradotto come: “Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?”

Non si possono battere le mani con una sola mano, quindi non si produce nessun suono. Come si può allora sentire il suono di una sola mano?

Hakuin vuole portare il praticante in un mondo che va oltre il giudizio e il pensiero di ogni giorno. Per quanto possiamo sforzarci di sentire, non riusciremo a sentire niente. Per quanto ci pensiamo, non troveremo una risposta. Se restiamo bloccati nel pensiero logico, non troviamo una risposta che abbia senso. Ci sono cose che vanno oltre le parole e che non possono essere spiegate attraverso queste. Ci sono voci senza voce, voci che non possono essere colte con le orecchie, suoni senza suono. È importante scrollarci di dosso l’idea che le voci e i suoni devono essere ascoltati con le orecchie. Possiamo accoglierli, invece, con gli occhi, il naso, la pelle, tutto il corpo.

Sekishu onjō. "Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?"

Sekishu onjō è un’esortazione a guardarci dentro e sfidare i preconcetti e gli schemi mentali convenzionali con cui cogliamo o condensiamo la realtà. Come gli altri kōan, ci invita a capire che quelli non ci offriranno una risposta, in quanto la realtà non può essere ridotta in definizioni o pensieri precisi. Ci invita a vedere la realtà così com’è e non come la mente vuole vederla e, così, ci conduce oltre risposte prefabbricate che ci tengono lontani dall’illuminazione.

Avete mai sentito sekishu onjō? Cosa ne pensate? Vi sono altri kōan che vi sono sono rimasti impressi? Se volete, fatemelo sapere nei commenti 🙂

Il coperchio del mare

Il 20 giugno, con il solstizio d’estate, ci lasciamo alle spalle la primavera. Così, ho pensato di proporvi una lettura estiva: “Il coperchio del mare” di Yoshimoto Banana. È stato pubblicato in Italia nel 2009 da Feltrinelli, quindi molti di voi probabilmente lo conosceranno e l’avranno già letto. Anche per me non è una nuova lettura, ma è uno di quei libri che ho riletto con piacere dopo anni.

È un romanzo breve di poco più di cento pagine, che scorrono via delicate come le onde del mare in un giorno di sole. Sebbene il ritmo sia lento e la trama semplice senza particolari colpi di scena, Il coperchio del mare si fa leggere nel giro di un paio d’ore.

La storia si svolge in un’estate e vede nascere l’amicizia fra due giovani donne: Mari e Hajime. La prima, che è la protagonista della storia, è una giovane che, dopo la laurea a Tokyo, ritorna nel suo paese per aprire un chiosco di granite. Aveva sognato di aprirlo nell’isola del Sud, ma poi grazie all’incontro con la proprietaria di un negozio di granite che aveva deciso di mettere su la propria attività nella sua terra, anche Mari decide di fare lo stesso.
Un giorno, sua madre le dice che Hajime passerà l’estate con loro. Mari non vede di buon occhio la cosa, avendo appena aperto l’attività ed essendo l’estate il periodo lavorativo più impegnativo. Nemmeno Hajime è ben disposta poiché sta affrontando un periodo difficile per la morte della nonna. Ma quando viene a sapere della vicinanza del mare, si convince ad andarci. Il mare, che si inserisce nelle loro vite e ne scandisce le giornate, è una presenza fondamentale del romanzo.
Mari e Hajime passano molto tempo insieme, imparano a conoscersi e diventano amiche ma poi sul finire dell’estate arriva il momento dei saluti. Mari è triste, ma i ricordi preziosi del tempo passato con Hajime l’aiutano a sopportare i mesi invernali. Inoltre, sente di aver aiutato a modo suo l’amica e averle dato il coraggio per affrontare il futuro.

Tre motivi per leggere Il coperchio del mare

Sono tre gli aspetti che più mi sono rimasti da quest’ultima lettura e sono i motivi per cui consiglio questo libro.

  • La presenza forte dell’estate
  • La connessione fra le protagoniste e il mare
  • La nostalgia per qualcosa che non c’è o non ci sarà più che si mescola con la forza di andare avanti

L’estate

Quando penso all’estate in Giappone subito mi vengono in mente due cose: il caldo afoso e “le voci” degli insetti. Se continuo a pensare, rivedo i vestiti messi ad asciugare all’aperto sotto il sole cocente, fuori i balconi degli appartamenti o negli spazi più ampi delle case indipendenti. Ed è proprio ciò che ho rivissuto leggendo Il coperchio del mare.

Nelle località di mare è soltanto la sera che il vento porta con sé il forte odore della salsedine. La mattina, invece, l’aria, che man mano si scalda, è talmente secca che per reazione l’animo si fa serio. Chiedendosi fino a che punto si alzerà la temperatura della giornata. (P.38)

La biancheria si asciugava ogni secondo di più. Assorbendo quella magnifica energia mattutina che abbondava tutt’intorno, ogni angolo di tessuto esposto alla luce si seccava per bene e prendeva un buon profumo. (P.38)

Quella splendida vista che si godeva dall’alto del promontorio era l’unica cosa che non era cambiata affatto da quando ero piccola, era stata preservata con grande attenzione. Forse erano cambiati i souvenir dei negozietti sulla strada, ma la fitta vegetazione della zona, l’assordante frinire delle cicale e il sentiero che portava al belvedere erano rimasti identici. (P.57)

La connessione fra le protagoniste e il mare

La Yoshimoto descrive con delicatezza gli incontri e la connessioni fra le protagoniste e il mondo marino. Due mondi diversi che si osservano e comprendono di fare parte di un mondo più grande, che ingloba tutto e tutti, in cui non esistono protagonisti, ma semplici personaggi che possono conoscersi a vicenda.

Se i nostri sguardi si incrociavano, anche gli esseri marini ci osservavano con attenzione. I loro occhi rotondi si fissavano su di noi, ne ero sicura. Nei frangenti in cui ci spiavamo a vicenda, erano le nostre anime a spiarsi. (P.40)

Per qualche istante, ognuno di noi era come se fosse in vetrina. Vivevamo in due ambienti diversissimi, non potevamo neppure respirare nel mondo dell’altro, eppure riuscivamo lo stesso a osservarci a vicenda e a distinguere le nostre reciproche esistenze. (P.41)

Il coperchio del mare

Nostalgia ne Il corperchio del mare

Il coperchio del mare è permeato da un forte senso di nostalgia. La si sente nei confronti di un passato che non può più tornare e di un futuro fragile, poiché tutto è destinato a scomparire. La si percepisce anche in quel miscuglio di sentimenti in bilico fra il darsi di fare e il dubbio sulla validità di questi sforzi.

L’unica cosa che so per certo è che, quando ero piccola, la vita in questo paese era fantastica, tanto da credere di trovarsi in un paese delle meraviglie dove il mare e le montagne si rinnovano ogni giorno. (…) Il cambio delle stagioni il bel clima… le cose piacevoli erano così numerose da non riuscire a prenderle con entrambe le mani.(…) Forse l’unica cosa che mi rende davvero triste è vedere che la mia gente si è arresa. Io ci tengo ancora al mio paese. (P.53)

Se non siamo in grado di conservare le cose belle del nostro paese, come facciamo a percepire la continuità? Su che cosa possiamo fare affidamento per trovare la forza di andare avanti? Voglio dire, se tutte le cose belle sono destinate a sparire, a che serve darsi da fare? (P.54)

Eppure questo senso nostalgico apre la protagonista alla consapevolezza del tempo limitato della vita e all’importanza di contemplare e trattenere con gli occhi, la mente e il cuore ciò che di bello c’è intorno.

L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. Un essere che può esporsi al sole senza provare vergogna una che riesce a sentire le parole degli spiriti che vivono sotto le rocce o all’ombra degli alberi. L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (…) Una cosa che non era impossibile. Dopo tutto, gli esseri umani sono stati concepiti per vivere così, ed è per questo che sono venuti su questo mondo. (…) Persino Hajime, che andava dicendo quelle tristi verità, sembrava fissare il suo sguardo cristallino su tutto ciò che aveva attorno. Lei non era come me che rimpiangevo il passato, in lei si percepiva la capacità di focalizzarsi su quello che aveva davanti agli occhi. (PP. 63-4)

Inoltre, le fa comprendere che tentare di creare qualcosa di permanente è impossibile, ma in fondo, va bene così. È proprio la brevità e la fragilità della vita che le dà valore e ci rende attaccati ad essa.

Il mio chiosco era l’unico posto al mondo che potessi considerare completamente mio. (…) Il ghiaccio si scioglie e svanisce velocemente, e io avevo l’impressione di vendere dei piccoli cubetti di tempo. I sogni di un istante. Momenti impalpabili come bolle di sapone, ambiti da tutti: anziani, adulti e bambini. Una sensazione a cui tenevo moltissimo. Per cui l’idea di rendere le cose più permanenti era assolutamente impensabile. Il ghiaccio si scioglie, fragile e dolce. Per me quello era già un miracolo. Che adoravo. All’inizio assomigliava alla bruna bianca e fine, poi piano piano si solidificava, e alla fine ritornava acqua. Il tutto però finiva negli stomaci delle persone, in un bagno di dolcezza. Una sensazione di questo tipo. (P.76)

Purtroppo non potrò vedere all’infinito l’alternarsi delle stagioni. Di sicuro me ne andrò da questo mondo prima del salice sul fiume. Persino avere degli amici o una famiglia non potrà cambiare il mio destino… Feci questo pensiero e lo splendore di tutto ciò che amavo in questa vita… il salice, le granite, il mare d’autunno con la sua aria fredda, le nuvole sottili quasi trasparenti, e i volti delle persone cui volevo bene… tutto quanto mi comparve davanti agli occhi. Ogni volta che mi capitava, mi veniva da piangere. All’idea di quanto breve fosse l’esistenza del nostro corpo. Vista la sua brevità, mi rendevo conto di essere troppo attaccata alla vita. L’amavo troppo, decisamente troppo. (P.112)

Il coperchio del mare è la storia di una stagione che cambia la vita di Mari e Hajime. Ma in essa si può cogliere la storia di tutti noi: di alti e bassi; di tensione fra passato, presente e futuro; di passaggi stagionali e cambiamenti; di incontri e legami con cose e altri esseri viventi; di presa di coscienza e crescita personale; di voglia di godersi ogni giorno e dare un senso allo scorrere del tempo.

Il silenzio

In Giappone capita di essere circondati da voci di cui non ci si aspetta. Un ascensore che comunica l’apertura e la chiusura delle porte, i piani a cui si ferma, l’atto di salire o di scendere. Un distributore automatico che parla mentre si acquista una bevanda. Un treno che non solo annuncia le fermate, ma anche il lato su cui si apriranno le porte. E che ricorda perfino di non dimenticare i propri effetti personali. Se aggiungiamo a questo le immagini di metropoli piene di gente come Tokyo e Osaka, sembra non esserci spazio per il silenzio. E invece ve ne è tanto. Non solo dove è facile aspettarselo come nei templi, ma anche in situazioni in cui noi occidentali siamo abituati al vociare o al parlare. Si conversa raramente sui mezzi pubblici e sempre con discrezione; ci sono vuoti di parole anche in una semplice conversazione. Ed è proprio quest’ultimo caso uno dei più affascinanti.

Il vuoto nelle conversazioni

Durante una conversazione, capita spesso che la voce di chi parla venga sormontata da quella dell’ascoltatore e viceversa; si pensa cosa dire mentre l’altro sta parlando e, anche se si aspetta il proprio turno, non si dà spazio che a una breve pausa prima di cominciare a parlare. È come se il silenzio mettesse a disagio e quindi ci fosse bisogno di coprirlo con parole, di decorarlo con gesti, di fare il possibile affinché duri il meno possibile. In Giappone, invece, ho constatato più volte che il silenzio fa parte di una conversazione tanto quanto le parole. Capita perfino di ritrovarsi in silenzi così lunghi da avere l’impressione che la discussione non stia andando da nessuna parte. All’inizio è strano, si prova a riempire quei vuoti, ma si ricevono poche parole in cambio. Così si resta in silenzio non sapendo cos’altro dire mentre dentro si affaccia l’agitazione. È come se si venisse messi faccia a faccia con l’eco di ciò che si è detto e fosse richiesto uno sforzo per interpretare i silenzi dell’altro.

Il silenzio nelle conversazioni

Moku, il silenzio secondo lo zen

Secondo lo zen, il termine 黙, moku, silenzio, non è solo l’intervallo fra le parole, ma anche parole profonde senza suono. Moku, come intervallo, riesce a restituire il giusto peso e spazio alle parole che altrimenti sarebbero solo un flusso continuo senza senso. Moku, come parole mute, ha in sé significati più alti che sarebbe difficile proferire a voce, proprio come nei momenti in cui uno sguardo vale molto più di ciò che si dice.
Mi piace pensare al silenzio come accoglienza delle parole dette fino a quel momento e recipiente per i pensieri e le parole che verranno, anche se non sempre espressi. Come un vuoto necessario per riflettere su quanto detto e per ascoltare ciò che passa dentro noi e gli altri. Come un momento di condivisione di sensazioni e di vita più intimo.
Il silenzio non è uno spazio da temere e riempire, ma uno spazio per ascoltare e condividere.

Cos’è un incontro?

Se pensiamo al significato della parola “incontro”, questa può indicare il fatto di incontrare qualcuno o l’incontrarsi casuale di due o più persone. Con “incontro” si può intendere anche qualcosa di organizzato, come un incontro fra politici o una partita sportiva.
Cos’è quindi un incontro? Il ritrovarsi o riunirsi di più persone?
Non solo. Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo diverso e più profondo. Questo tramite due espressioni, una legata al monaco zen Dōgen, l’altra alla cerimonia del tè.

我逢人, gahōjin

Gahōjin può essere interpretata come deai wa subete no hajimari e quindi tradotta come “l’incontro è l’inizio di tutto”.
Quando Dōgen conobbe il suo maestro in Cina pensò che quell’incontro fu l’inizio di tutto. Da qui si capisce come gahōjin enfatizzi l’importanza delle relazioni umane nel processo della conoscenza. Ci ricorda, infatti, che da soli ci sono cose che non possiamo vedere e mondi che non possiamo conoscere. Questo perché ogni persona vive in un posto diverso e ha esperienze diverse. In quest’ottica, non importa se ci troviamo a conoscere persone piacevoli o ad affrontare persone che non ci piacciono, ogni incontro apporta qualcosa di nuovo e diventa un’opportunità di crescita.

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno che vi ha aperto gli occhi su qualcosa che non avevate pensato? O che vi ha fatto scoprire una nuova prospettiva?
Magari non è una persona. Magari è un luogo, un libro…

一期一会, ichigō ichie

La seconda espressione zen è ichigō ichie, che può essere tradotta come “una volta, un incontro”, “solo per questa volta”, “una volta nella vita”. Quindi ci ricorda che ogni incontro è unico.
Ogni giorno facciamo diversi incontri: con persone nuove, amici o vecchie conoscenze; con luoghi a noi sconosciuti o familiari; con informazioni più o meno note. Spesso in un incontro con persone, luoghi, informazioni già conosciuti abbiamo l’impressione di trovarci in situazioni già vissute e prive di novità. Ma non è esattamente così.
Anche incontrando le stesse persone, nello stesso luogo, alla stessa ora, ci sarà sempre qualcosa di diverso, come, ad esempio, le condizioni climatiche, ciò che ci si racconta, il nostro stato d’animo… Ed è questo che ci insegna l’espressione zen di oggi: l’unicità di ogni incontro, poiché non c’è niente che si ripete nella vita, niente che possa essere davvero replicato.

Questa espressione è legata alla tradizione della cerimonia del tè ed è spesso scritta a pennello su pergamene appese ai muri della sala da tè. Durante la cerimonia, si accoglie l’ospite con attenzione e cuore sincero poiché lo si accoglie in quella particolare, unica volta nella vita.

Ogni momento accade solo una volta, ogni giorno accade solo una volta. Se lo teniamo a mente e vediamo le cose per come sono (cioè uniche e irripetibili), non viene più facile mettere il cuore in ciò che facciamo?

Cos'è un incontro? Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo prodondo

Che ne pensate? Cos’è per voi un incontro?