Quanto potente può essere un viaggio?
Ogni anno, quando si avvicina la fine di ottobre, mi ricordo di una donna che ho incontrato a Kyoto e di cui non conosco (e mai conoscerò) il nome. Sono passati ormai ben tredici anni da quel lontano 31 ottobre, ma molte cose le ricordo ancora chiaramente. Tra queste, l’idea che il potere del viaggio ci accompagni da un determinato viaggio a molti anni dopo, se non addirittura per tutta la vita.
La signora di Kobe
All’epoca ero in Giappone da poco più di un mese e c’erano molti luoghi che volevo visitare. Quel giorno mi svegliai presto e mi recai di buon’ora al 松尾大社, Matsuo Taisha, il Santuario Matsuo, poco distante dall’area di Arashiyama. C’erano ancora poche persone quando arrivai, che mi sembrò di avere tutto il tempo e la calma per girare e scattare foto.
Pian piano il santuario si riempì di gente, impegnate nella propria silenziosa visita. Perciò fui sorpresa quando una donna mi rivolse la parola. Non mi era ancora capitata una cosa del genere prima. “Perché mi ha parlato in giapponese?”, pensai, e presa alla sprovvista, o quasi dal panico, iniziai a rispondere in un giapponese allora molto stentato. A ben guardarla, capii che la donna che avevo davanti era una turista. Indossava un cappello a falda larga, aveva un piccolo zaino sulle spalle e una busta di plastica in mano contenente onigiri e mandarini. In quel momento, ebbi come l’impressione di sapere cosa le passava per la mente: che essendo una straniera, anch’io ero una turista come lei.
Era venuta a Kyoto da sola, da Kobe, ma voleva visitare il 鈴虫寺, Suzumushidera, il tempio buddhista Suzumushi, insieme a qualcuno, e mi chiese se volevo andare con lei. Non ci ero mai stata e accettai con entusiasmo l’invito. Una decisione che ancora oggi non mi so spiegare. Fino a quel momento, accettare l’invito di una perfetta sconosciuta non era mai stata un’opzione possibile. Forse è questo il potere del viaggio: aprirsi a nuovi modi di pensare; essere disposti a entrare in connessione con chi troviamo lungo il percorso.
Così, iniziammo a camminare insieme fra sentieri alberati e a scambiare informazioni sulle nostre vite, finendo per condividere una mezza giornata che è diventata uno dei miei ricordi più cari del Giappone.

Il potere del viaggio non si estingue nel viaggio
Grazie alla signora di Kobe, ebbi modo di assistere a un evento nel tempio e di bere per la prima volta il tè matcha. Inoltre, ascoltai la musica ambientale naturale creata dai grilli campana che abitano al Suzumushidera! Sembra che i grilli maschi cantino solo per una ventina di giorni in autunno, emettendo un suono molto simile a un dito che scorre lungo un pettine. Poiché per i giapponesi è un suono che risulta come quello di una campanella, i grilli vengono definiti grilli campana.
Quando uscimmo dall’edificio, la signora si mise a pregare e dopo la preghiera comprò due 幸福御守 kōfuku omamori, cioè amuleti della buona sorte, della felicità. “Conservalo nel portafogli”, mi disse donandomene uno. E così fu. Da quel giorno conservo quell’amuleto come un bene prezioso e ogni volta che apro il portafogli quello mi ricorda di lei. Mi sono chiesta più volte e ancora mi capita di chiedermi se quella donna ha mai pensato a me. Per quanto mi riguarda, so che terrò sempre con me il ricordo del nostro incontro, le sue parole e i suoi atteggiamenti gentili. Il potere del viaggio non si manifesta solo nel momento in cui si svolge un determinato viaggio, ma anche in ciò che resta impresso nella memoria, nell’apertura a nuove esperienze e nel cambiamento che provoca in noi.
Un viaggio non è solo quello che si compie in terre lontane. Lo si può compiere in una città vicina o anche nella propria città. In fondo, basta poco per essere in viaggio: uscire dalla solita routine, fare un passo oltre la propria zona di comfort, parlare con uno sconosciuto, affidarsi a ciò che ha in serbo per noi la vita senza voler per forza controllare ogni dettaglio. Quanto potente può essere un viaggio!


