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Il confronto crea lo stato mentale

Come d’abitudine, ho iniziato la giornata con un po’ di lettura in giapponese e mi sono imbattuta in un concetto con cui sono pienamente d’accordo: il confronto crea lo stato mentale. Questo concetto viene espresso dall’autore e medico Tsuji Shūichi nel suo libro 禅脳思考 (Il pensiero cerebrale zen), che tratta di come tendiamo a cambiare, purtroppo con scarsi risultati, il nostro stato mentale attraverso il pensiero positivo. Egli scrive quanto segue:

認知の脳は、比較の中で心の平安を生み出そうとします。誰かと比べることで心の状態をつくっているのです。しかし、比較思考が続く限り、幸せはあり得ません。より認知的に幸せな状態が、常に存在し続けるからです。人間の幸福の源は、比較の中にはないことを知り、そうしている自分自身に気づかねば、認知脳の暴走は続くでしょう。(…) 認知脳の暴走を認め、その中でバランスよく生きていくための脳を磨こう。

Sotto, una mia traduzione:

Il cervello cognitivo cerca di creare la pace mentale attraverso il confronto. Costruiamo il nostro stato d’animo paragonandoci agli altri. Ma finché questo confronto continua, la felicità non è possibile. Questo perché continuerà sempre a esistere uno stato mentale cognitivamente più felice. Se non ci rendiamo conto che la fonte della felicità non è nel confronto, e se non notiamo quanto ci stiamo lasciando guidare da esso, il cervello cognitivo continuerà a correre a vuoto. (…) È fondamentale riconoscere questo meccanismo e allenare la mente a trovare un equilibrio dentro di esso.

Questo passaggio mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto paragonarmi agli altri abbia influito, in positivo o in negativo, in svariati momenti della mia vita. Come, ad esempio, mettermi a confronto con autori già conosciuti e sentirmi indietro nel mio percorso per diventare una scrittrice.

Credo che tutti noi abbiamo vissuto qualche esperienza del genere. Oggi basta aprire una pagina social, vedere immagini e post di attimi di felicità altrui per percepire una certa mancanza. O, analogamente, sentirsi felici postando le foto di una meravigliosa vacanza appena conclusa o di un successo appena ottenuto. Il confronto crea lo stato mentale di ognuno di noi. Sentire di avere di più o di meno, di aver raggiunto traguardi o meno, impatta sulla nostra felicità. Ma, in fondo, questa felicità basata sul confronto non è che una felicità immaginaria e transitoria perché esisterà sempre qualcosa di migliore a cui aspiriamo.

Il confronto crea lo stato mentale

Possiamo liberarci dal confronto? Forse no. Ma possiamo smettere di esserne prigionieri, partendo proprio dal riconoscere il funzionamento del cervello cognitivo e imparando ad ascoltarlo con consapevolezza senza farci dominare.

E voi? Vi siete mai accorti di quanto il confronto plasmi il vostro stato mentale? Vi va di condividere un episodio?

Il ma, un importante concetto giapponese

Sono mesi che la vita mi sembra una corsa, un saltare da un’attività all’altra, un rincorrersi ansioso di pensieri, voci che si mischiano insieme a conversazioni che non permettono spazio al silenzio… E così nella tranquillità inaspettata di questa mattina ho percepito il ma, 間.

Il kanji di questo importante concetto giapponese è composto da due parti, 門 mon e 日 hi, porta/portale e sole/luce. È un’immagine molto poetica del sole che filtra all’interno.

Il ma viene descritto come una pausa nel tempo, un intervallo o vuoto nello spazio. È il tempo e lo spazio che la vita necessita per respirare, sentire, fare connessioni. Senza tempo né spazio la vita non può crescere. Così com’è non ci può essere musica senza il silenzio fra le note e non ci possono essere parole e conversazioni significative senza pause. Il ma è pieno di possibilità.

Il ma nelle arti

Questa estetica del vuoto è molto evidente nelle arti giapponesi, come per esempio l’ikebana. Qui lo spazio è un elemento essenziale e spesso il punto focale della composizione floreale. È quasi un’energia invisibile che dà vita alla forma. Lo spazio di un’opera di ikebana viene fuori dall’attenta disposizione dei materiali e, quando la osserviamo, possiamo percepire il gioco fra spazio e forma, e anche il bisogno di rallentare per non riempire il nostro spazio e tempo di cose, ma con il nostro sentire.

Analogamente, il ma è percepibile nello spazio delle opere di calligrafia, dove ogni pennellata conferisce ritmo e scandisce il tempo. O in poesia, come nelle immagini di un breve haiku, che possiamo interpretare in modo personale.

Il ma

L’importanza del ma nella vita di tutti i giorni

Forse, ciò che ci manca non è il tempo in più, ma il vuoto in cui il tempo può respirare. Così come non ci manca più spazio, ma il vuoto in cui lo spazio può prendere forma. Il ma ci insegna a non temere il vuoto, ma ad abitarlo. Perché è lì, nel silenzio tra le parole, nello spazio tra le cose, negli intervalli fra le attività che possiamo finalmente ascoltare noi stessi.

La golden week in Giappone

Una delle feste più importanti in Giappone, insieme al capodanno お正月 oshōgatsu e la commemorazione degli spiriti degli antenati お盆 obon, è la cosiddetta golden week ゴールデンウイーク. Cade fra la fine di aprile e l’inizio di maggio ed è uno dei periodi di vacanza più lunghi del Sol levante, tant’è che i giapponesi lo sfruttano per viaggiare, rilassarsi, fare shopping e trascorrere il tempo libero con amici e familiari. È quindi una settimana tranquilla in cui le pressioni del lavoro possono essere dimenticate.

Origine del nome

Ci sono diverse teorie sull’origine del termine golden week, ma la teoria più accettata oggi è che sia nata all’interno dell’industria cinematografica.
Il termine sembra sia stato coniato negli anni ’50 da Hideo Matsuyama, che all’epoca era un dirigente della Daiei Film, una grande casa di produzione cinematografica giapponese. Durante il periodo a cavallo tra fine aprile e inizio maggio, i cinema registrarono un boom di incassi grazie al fatto che molte persone erano in vacanza per le festività concentrate in quei giorni.
Sembra che per promuovere ancora di più le uscite cinematografiche in quel periodo, Matsuyama prese ispirazione dal termine “golden time”, usato in radio per indicare le fasce orarie con il massimo ascolto, e lo adattò creando il nome “golden week”.

I giorni festivi della golden week

Durante la golden week sono quattro i giorni festivi.

Il 29 aprile è detto 昭和の日 shōwa no hi ed è dedicato all’imperatore Shōwa, nato proprio in questo giorno. Egli è stato l’imperatore che ha regnato più a lungo nella storia del Giappone e precisamente dal 1926 al 1989.

Il 3 maggio, detto 憲法記念日 kenpō kinenbi, si celebra la promulgazione della costituzione entrata in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale nel 1947.

Il 4 maggio, la Festa del Verde みどりの日 midori no hi, si onora l’ambiente e la natura. Questo giorno festivo nasce dall’amore che l’imperatore Shōwa aveva per i fiori, le, piante, la natura. Un tempo si celebrava il 29 aprile, ma è stato spostato al 4 maggio per una legge che impone di dichiarare festivo anche il giorno che cade fra due feste nazionali. Molti giapponesi si concedono lunghe passeggiate nei parchi e nei giardini, che spesso sono aperti gratuitamenti in questo giorno.

L’ultima festività della golden week è il giorno dei bambini, 子どもの日 kodomo no hi, che cade il 5 maggio. Durante questa giornata si prega per la salute e il futuro dei propri figli e si appendono i koinobori 鯉のぼり, una specie di aquiloni a forma di carpa. Se siete stati in Giappone in questo periodo, li avrete probabilmente notati. Essi simboleggiano determinazione, perseveranza e successo, poiché le carpe risalgono i fiumi controcorrente. È quindi un augurio di riuscire a ottenere grandi risultati superando le difficoltà.

golden week koinobori

E voi, siete mai stati in Giappone durante la golden week?

  

Setsubun

Oggi, domenica 2 febbraio 2025, in Giappone si festeggia il setsubun 節分. I due caratteri che compongono questa parola significano “stagione” e “dividere” e difatti secondo l’antico calendario, il setsubun è l’ultimo giorno dell’inverno e quindi quello che divide l’inverno dalla primavera. Il giorno successivo è chiamato 立春 risshun, ovvero inizio della primavera.

Il lancio dei fagioli

Una delle cose più note del setsubun è il mamemaki 豆撒き, cioè il lancio dei fagioli di soia tostati, fukumame 福豆. Questa tradizione è legata all’antica credenza secondo cui i cambiamenti stagionali fossero una buona occasione per le forze negative d’infiltrarsi nelle case portando malattie e sfortuna.

In famiglia sono spesso i genitori a impersonare gli oni 鬼 indossando una maschera e i bambini a lanciare i fagioli contro di loro. Il lancio dei fagioli si può svolgere anche fuori casa e nei templi ed è considerata una vera e propria purificazione per allontanare gli spiriti malvagi che portano disastri e cattiva salute. Quando si lanciano i fagioli si pronuncia la frase 鬼は外福は内, oni wa soto, fuku wa uchi, ovvero “oni fuori, fortuna dentro”, proprio per attirare la buona sorte.

Oggigiorno molti scelgono di andare in un tempio per festeggiare il setsubun. In alcune città, come a Kyoto, si può assistere a una danza di geisha e apprendiste geisha dedicata alla divinità del tempio e poi al lancio di pacchetti di fukumame alla folla. È proprio a Kyoto che ho vissuto il mio primo setsubun partecipando all’evento svolto nel tempio Yasaka Jinja del quartiere Gion. E vi consiglio vivamente questa esperienza se avete la possibilità di andarci!

Setsubun

Mangiare durante il sestubun

Nei giorni precedenti al setsubun è possibile acquistare fagioli tostati in cassette di legno nei konbini e nei supermercati. Si possono trovare anche maschere da oni per poter festeggiare insieme ad amici e familiari il passaggio dall’inverno alla primavera.

Secondo la tradizione bisogna mangiare tanti fagioli quanti sono gli anni vissuti 数え年 kazoedoshi più un fagiolo per avere fortuna durante tutto l’anno. Sono i fagioli lanciati che dovrebbero essere mangiati ma oggi c’è chi preferisce comprare fagioli per le diverse attività e quindi non mangiare i fagioli lanciati.

A parte i fagioli, un cibo tipico del sestubun è uno spesso rotolo di sushi avvolto con l’alga e composto da sette ingredienti, come sette sono le divinità della buona sorte. È detto ehōmaki 恵方巻 e va mangiato tutto senza tagliarlo, in silenzio, guardando fisso nella direzione ritenuta fortunata, che quest’anno è ovest-sud ovest. Sebbene gli ingredienti debbano essere sette, non c’è una regola fissa su quali ingredienti utilizzare.

Partire da se stessi

Partire da se stessi è fondamentale quando si perde la rotta della propria vita e si è assaliti da dubbi e incertezze. A questo proposito, oggi voglio proporvi due espressioni zen: 自灯明 jitōmyō, ovvero “sii la tua luce” e 脚下照顧 kyakka shōko, ovvero “guarda i tuoi piedi”.

自灯明

La prima espressione che può aiutare a partire da se stessi è 自灯明. È un insegnamento che il Buddha Shakyamuni ha lasciato ai discepoli prima di morire e che sottolinea l’importanza di fare affidamento sulla propria luce interiore, più che sugli altri o su forze esterne.
Durante la vita siamo aiutati da altre persone, come amici e familiari, ma capita anche che ci ritroviamo da soli. Inoltre, tra tanti stimoli, informazioni, valori, ci sono anche momenti in cui smarriamo la strada. Come affrontare quindi le sfide che si presentano lungo il nostro cammino?
Seguendo la nostra voce e la nostra saggezza interiore per trovare dentro di noi la bussola della nostra vita. Che sia meditazione o scrivere il diario, che ne dite di prendervi del tempo con voi stessi e per voi stessi per ascoltare la vostra voce interiore? Per far sì che possa illuminare la vostra strada?

partire da se stessi

脚下照顧

Chi è stato in Giappone potrebbe aver visto questa espressione all’ingresso di templi zen. Originariamente usata dai maestri zen, è un avvertimento a guardare prima da vicino la propria vera natura, piuttosto che perseguire l’illuminazione rivolgendosi all’esterno. Quindi prima di provare a ragionare con gli altri, di guardare innanzitutto i propri piedi, dove si è, e riflettere su se stessi. E anche stare attenti a dove si mettono i piedi e cioè prestare attenzione alle cose che ci circondano. Kyakka significa piedi, il vero sé, se stesso. Shōko significa riflettere, pensare o guardare attentamente.

Il monaco Dōgen, fondatore della scuola zen Sōtō e del tempio Eiheiji, incorporò la pratica di mettere le scarpe in ordine nella sua pratica zen. Era probabilmente convinto che mettere in ordine le scarpe avesse una connessione con l’atto di guardare se stessi e riflettere sulle proprie azioni. Come a dire che se le scarpe sono disposte alla rinfusa, sono la prova che la mente è in confusione. Se sono in ordine, sono la prova che la mente è calma.

Quest’espressione non si limita solo al buddhismo, ma ha una certa rilevanza anche nella quotidianità. A tutti capita di sforzarsi a trovare risposte o cose importanti in luoghi lontani o attraverso il supporto degli altri. Kyakka shōko ricorda che quando ci si sente confusi, è bene guardare i propri piedi, partire da se stessi. Lì è possibile scorgere qualcosa di diverso, avere delle intuizioni e delle risposte.

Essere se stessi

Siamo da poco più di una settimana nel 2025. Come vi sentite? Io ho iniziato a fare un journaling del nuovo anno e mi è venuta in mente l’espressione giapponese ありのままの自分 ari no mama no jibun, essere se stessi. Obiettivi e cose da fare sono spesso nella lista dei buoni propositi del nuovo anno, ma non è così per l’espressione della propria natura. Credo che essere se stessi sia una priorità che troppo spesso viene accantonata per conformarsi alla società e alle aspettative.

L’espressione ari no mama no jibun

L’espressione ありのままの自分 è composta da tre parti:

  • Ari no mama, che possiamo tradurre come “come sono”, “come stanno le cose”, indica una condizione inalterata o naturale
  • No è una particella che funge da collegamento tra i due concetti, simile al “di” italiano
  • Jibun significa “sé stesso” o “io”, e si riferisce alla propria persona.

Insieme, l’espressione implica l’idea di essere se stessi, sinceri, autentici e non mascherare la propria vera natura. È un concetto che spesso si lega a temi di auto-accettazione, libertà emotiva e il rifiuto di nascondere aspetti della propria identità. In una società come quella giapponese in cui vengono enfatizzate la conformità e l’armonia sociale, l’idea di “essere se stessi” ha una connotazione particolarmente significativa di accettarsi senza giudizio in contrasto con il desiderio di adattarsi alle aspettative sociali.

Essere se stessi

Essere se stessi, la base per un anno autentico e felice

L’espressione ari no mama no jibun penso sia molto potente come base per i propositi del nuovo anno. Piuttosto che concentrarsi su obiettivi materiali o su cose da fare e ottenere, l’idea di “essere se stessi” porta a un’esplorazione più profonda e autentica della propria identità, dei propri valori e delle proprie passioni. In quest’ottica, il nuovo anno non diventa solo un momento per stabilire “cosa” vogliamo ottenere, ma piuttosto “chi” vogliamo essere, come vogliamo rimanere fedeli a noi stessi, nonostante le sfide esterne. E anche per affrontare la vita con maggiore consapevolezza e forza interiore, accettando le proprie vulnerabilità, non dimenticando di alimentare il coraggio e la resilienza sepolti sotto strati di paure e insicurezze.

Chi sentite di essere?

Io sento di essere una persona sensibile a cui piace condividere e parlare di emozioni, in particolar modo attraverso la scrittura. Spesso ho tenuto a freno questo mio sentire perché ho imparato a dare la priorità agli obblighi esterni. Perché ho imparato ad attribuire scarso valore alla scrittura in confronto a qualcosa di più tangibile dall’esterno come un lavoro. E ancora più in generale perché ho imparato a nascondere certe emozioni quando sono con gli altri, mentendo a me stessa e influenzando negativamente le mie relazioni. Perciò quest’anno, sebbene abbia pensato anch’io a dei progetti di scrittura e non, e a esperienze che mi piacerebbe fare, voglio provare, prima di tutto, ad essere me stessa, perché è quella la chiave che mi permetterà di riuscire nella vita. Essere se stessi rende più forti nelle difficoltà e permette di essere più in sintonia con i propri veri desideri, portando a fare scelte che rispecchiano chi siamo veramente, piuttosto che ciò che ci viene detto di essere. Quest’anno mi auguro di essere me stessa e di impegnarmi a farlo ogni singolo giorno. Voglia essere la persona che sento di essere abbracciando i miei valori e le mie passioni. Le mie parole e i miei modi di essere di quest’anno: sensibile, vulnerabile, fiduciosa, curiosa, creativa, determinata e audace.

E voi? Chi sentite di essere? Chi siete? Vi auguro di essere voi stessi e di avere un anno e una vita felici e autentici.

Kagami mochi, un dolce per Capodanno

Avete mai sentito parlare di kagami mochi 鏡餅? È un dolce tradizionale per Capodanno, composto da due mochi (piccoli dolci di riso) disposti uno sull’altro e con un mandarino amaro sopra. I due mochi simboleggiano l’anno passato e il nuovo anno. Ma anche la luna e il sole, yin e yang, per il loro sovrapporsi. Il mandarino detto daidai 橙 simboleggia il passare del tempo e il nome, di fatti, si può tradurre come “generazioni”, “attraverso le generazioni”. Rappresenta quindi il legame di una famiglia attraverso il passato, il presente e il futuro.

Il kagami mochi è disposto su una carta chiamata shihōbeni 四方紅. La carta, bianca con bordi rossi, è di buon auspicio per la casa, poiché rappresenta offerte al cielo, alla terra e nelle quattro direzioni per scacciare la sfortuna e pregare per la prosperità durante tutto l’anno.

Dove e quando viene esposto

Chi ama gi anime e i manga o ha vissuto in Giappone in inverno può darsi abbia visto questo dolce nei supermercati o nei konbini. Un tempo le famiglie preparavano i loro kagami mochi, ma oggigiorno vengono per lo più acquistati nei supermercati.

Il kagami mochi è spesso posto di fronte all’altare shintoista e in assenza di questo nel salone, in cucina o l’entrata principale della casa. Offrendo il kagami mochi, i toshigami porteranno fortuna nel nuovo anno. Si può esporre questo dolce a partire dal 13 dicembre. Molte persone evitano il 29 siccome il numero 9 può essere letto come “ku” che è legato al significato di sofferenza; e il 31 perché risulterebbe un preparativo dell’ultimo minuto. Il 28 dicembre, essendo il numero 8 considerato fortunato, è ritenuto particolarmente di buon auspicio.

Kagami mochi

Kagami mochi e kagami biraki

Il kagami mochi non viene mangiato subito, ma dopo il Capodanno e più precisamente l’11 gennaio in un rituale noto come kagami biraki 鏡開き. Poiché non viene consumato subito, il dolce si fa secco e più duro rispetto a un solito mochi. Per questo non può essere tagliato con un coltello. Ma vi è anche un altro motivo e cioè che tagliarlo porterebbe sfortuna. Originariamente era un rituale samurai per la buona sorte, ma parole come “tagliare” erano associate a seppuku (antico rituale suicida) e quindi di cattivo auspicio. Usare un coltello risulterebbe come recidere i legami fra le persone e quindi costituirebbe un taglio negativo. Perciò al posto di un coltello, si possono usare le mani o un martello!

Si crede che il kagami mochi contenga la polvere degli dei a cui viene offerto. Quindi toglierlo dall’esposizione per mangiarlo è un modo per pregare di ricevere il loro potere e godere di buona salute. I piccoli pezzi di mochi si possono usare in diversi piatti, come zenzai 善哉 (zuppa di fagioli rossi), ozōni お雑煮 (la zuppa tradizionale di Capodanno) o anche nei senbei (cracker di riso).

Il kagami mochi è un simbolo dell’anno che passa, di buone risoluzioni e speranze per l’anno a venire.

Pulizie di fine anno

L’ōsōji 大掃除 (grande pulizia), sono le pulizie di fine anno svolte nei giorni precedenti al Capodanno, di solito fra il 28 e il 31 dicembre. Non sono solo pulizie profonde degli spazi, ma anche preparazione simbolica per il nuovo anno, purificando la casa e se stessi, scacciando energie negative e impurità accumulate.

Origine dell’ōsōji

Sembra che l’origine delle pulizie di fine anno sia da ricercare già nel periodo Heian (794-1185) e abbia aspetti religiosi e spirituali. Si credeva nell’importanza di purificare gli ambienti per ricevere i toshigami 年神, cioè le divinità del nuovo anno. Secondo lo shintoismo, i toshigami visitano ogni casa per portare salute e buona fortuna. Ma prima che essi possano entrare è indispensabile che la casa sia pulita dalla polvere, dal disordine e dalle impurità. In più, che venga affissa alla porta una decorazione tradizionale fatta di corde di paglia di riso, shimekazari しめ飾り. È un simbolo di benvenuto per assicurare che gli spazi e la famiglia siano pronti per l’arrivo dei toshigami.

Come si svolgono le pulizie di fine anno

L’ōsōji include le seguenti attività:

  • Spolverare e lavare pavimenti e superfici, prestando particolare attenzione agli angoli e alle fessure difficili da raggiungere. La pulizia va dall’alto verso il basso così da evitare di dover ripulire le superficie poste più in basso in seguito a un nuovo accumulo di sporcizia
  • Pulire oggetti e utensili usati quotidianamente come utensili da cucina, mobili, e anche i vestiti
  • Gettare oggetti danneggiati o inutili
  • Curare e pulire il giardino e gli ambienti esterni. Questo include la rimozione delle foglie morte, la pulizia del cortile e delle aree circostanti alla casa
  • Sistemare gli altari domestici, butsudan, purificandoli e decorandoli in preparazione per il nuovo anno

Le pulizie di fine anno sono un’occasione per la famiglia di unirsi in un’attività condivisa. Infatti, molti le svolgono insieme suddividendosi i compiti. Questo accade anche nei luoghi di lavoro dove gli impiegati e i dipendenti partecipano a una pulizia collettiva.

pulizie di fine anno

Una lezione di vita da apprendere dalle pulizie di fine anno

L’ōsōji è una pulizia profonda e un modo per accogliere le divinità del nuovo anno, creando una connessione fra il mondo materiale e spirituale. Insegna anche l’importanza dell’ordine e della disciplina nella vita quotidiana. Ma l’insegnamento di questa pratica interessa anche il nostro benessere. Prima di tutto perché è un atto simbolico di purificazione, rinnovamento e preparazione per il nuovo anno, creando spazio alle sue energie positive e opportunità. Perché è un atto catartico e liberatorio che ci aiuta a eliminare anche il disordine mentale, abbandonando ciò che non ci serve più o ci fa soffrire. Perché ci aiuta a riflettere sugli errori per imparare da essi e ricominciare con forza, con addosso una sensazione di purificazione nel corpo e nella mente. Perché pulire e curare gli ambienti di casa o lavoro può portare a maggiore consapevolezza e apprezzamento delle cose che spesso diamo per scontate.

E voi? Siete pronti per le pulizie di fine anno?

Autunno zen

Non sempre l’autunno viene apprezzato perché è un periodo in cui la natura muore per prepararsi all’inverno. Nonostante ciò, i colori dell’autunno vengono spesso apprezzati da molti. In Giappone, come parecchi di voi già sapranno, uno dei momenti più attesi della stagione è il colorarsi di rosso delle foglie, detto 紅葉 momiji. Sia le foglie rosse ancora sui rami che le foglie cadute lungo la strada non hanno solo un certo fascino, che ci spinge a fotografarle o raccoglierle, ma racchiudono in sé anche insegnamenti zen. Facendo nostri questi concetti, possiamo vivere il nostro autunno zen.

Espressioni per un autunno zen

La prima espressione che voglio condividere è: 開門落葉多 Kaimon rakuyō ōshi, che possiamo leggere come “mon wo hirakeba rakuyō ōshi“, cioè “quando ho aperto il cancello, vi erano molte foglie cadute”. Questa espressione è il secondo verso di una poesia cinese, il cui primo verso recita più o meno così: “sentendo la pioggia, provavo ancora più freddo.” La poesia ci dice che durante la notte si è sentito il cadere delle pioggia, ma la mattina al risveglio aprendo la porta, si sono trovate tante foglie per terra. Come se il rumore sentito non fosse stato quello della pioggia ma delle foglie. Questo verso esprime bene il sentire zen e della cerimonia del tè. Le foglie cadute sono un simbolo del cambiamento delle stagioni in natura. Questa germoglia in primavera, diventa rigogliosa in estate e appassisce in autunno. Questo processo rappresenta l’impermanenza, indicando che tutto è in costante cambiamento. Ciò riflette anche l’insegnamento zen di accettare che pure noi cambieremo con il tempo e man mano che la natura cambia. Inoltre, vi è una sensazione di silenzio, elemento molto caro alla cerimonia del tè. Il silenzio, infatti, permette di avere la tranquillità per notare suoni e fenomeni della natura. Quando si entra in un giardino o uno spazio pieno di foglie cadute, si può avvertire il suono delle foglie che frusciano sotto i piedi. L’atto di aprire il cancello, poi, esprime un’immagine di apertura verso il mondo esterno e verso qualcosa di nuovo. Come quando durante una cerimonia del tè si apre il cancello per accogliere gli ospiti: è perciò apertura del proprio cuore e accettazione delle altre persone. “Kaimon rakuyō ōshi” indica uno stato d’animo che accetta ciò che viene così com’è. In questo si può leggere un insegnamento dell’autunno ad abbandonarsi, ad affidarsi alla vita, lasciando andare ciò che non serve più e aprirsi con fiducia e gratitudine a qualcosa di nuovo. Cosa volete lasciare quest’anno?

Autunno zen

Passiamo ora a un’altra espressione che spesso si trova nelle sale da tè per la sua profondità. 経霜楓葉紅 Shimo wo hete, fūyō wa kurenai nari. Le foglie d’acero diventano rosse dopo un forte gelo. Se la leggiamo in modo superficiale troviamo solo una descrizione del tardo autunno giapponese, quando le foglie si tingono di rosso a causa del forte abbassamento di temperatura. Ma se leggiamo più a fondo, questa espressione ci fa riflettere sulla condizione umana. Come le foglie di acero cambiano colore donandoci tutta la loro bellezza, anche noi cresciamo in virtù delle varie difficoltà che siamo chiamati ad affrontare durante la vita. Grazie alle sfide, possiamo diventare più forti, più consapevoli delle nostre capacità, più resilienti e pronti per ciò che verrà dopo. Forse quando stiamo affrontando qualcosa di difficile o un periodo difficile, preferiremmo non dovercene occupare. Eppure non è entusiasmante pensare che quando avremo superato anche quello, potremo incontrare una nuova versione di noi? Che avremo più chiaro chi siamo e cosa vogliamo? Che potremo brillare come le foglie rosse d’autunno?

Spero queste due espressioni vi accompagnano in quest’ultimo mese della stagione e vi permettano di vivere il vostro autunno zen.

Parole d’autunno

A volte mi soffermo a pensare a quanto le parole presenti in una lingua dicano su di un popolo e sulla sua sensibilità. In giapponese, ad esempio, ci sono svariate parole d’autunno che non abbiamo in italiano. Vi va di scoprirle insieme?

Parole dl’autunno – foglie

Uno dei momenti più attesi e amati dell’autunno in Giappone è il 紅葉 kōyō, ovvero il tingersi di rosso delle foglie. Perciò vorrei cominciare proprio dalle parole relative alle foglie.
Il termine kōyō, che è composto da due kanji dal significato di “rosso” e “foglia”, viene utilizzato, in realtà, anche per le foglie che si tingono di altri colori. Il termine preciso per far riferimento alle foglie che si fanno gialle è 黄葉 ōyō, composto dai kanji di “giallo” e “foglia”; il termine preciso per far riferimento alle foglie che si fanno marroni è 褐葉 katsuyō, composto da “marrone” e “foglia”. Ma siccome a volte è difficile fare distinzione, il termine kōyō spesso viene utilizzato per parlare in modo complessivo delle foglie d’autunno.

Parole d'autunno, foglie

Ciò a cui assistiamo in autunno non è solo il cambio di colore delle foglie, ma anche al loro cadere. In Giappone, questo è associato a sentimenti di solitudine e tristezza e viene descritto con due termini 紅葉かつ散る momiji katsuchiru e 色葉散る iroha chiru, cioè “il cadere, lo spargersi delle foglie rosse/colorate”. I due termini sono entrambi legati al tardo autunno, quando le foglie cadenti lasciano scoperti i rami degli alberi.
Vi è anche un’altra parola legata all’ingiallirsi e al cadere delle foglie e dei frutti degli alberi: 黄落 kōraku, che è utilizzata, ad esempio, per il faggio e il ginko. Il colore verde delle foglie che sbiadisce può essere interpretato sia in senso negativo e cioè come metafora dell’invecchiamento, sia in senso positivo cogliendo la bellezza nella transitorietà della vita.

In contrasto alle sensazioni più o meno spiacevoli sottolineate da queste parole, ve ne sono altre che esprimono la contemplazione della bellezza delle foglie d’autunno. 照葉 teruha o 照紅葉 terimomiji, infatti, indicano le foglie che hanno cambiato colore e brillano alla luce del sole. Esse richiamano alla mente un’immagine potente, ricca di colori e luminosità.

Parole d’autunno – tempo

I giapponesi, si sa, amano parlare del tempo. E non stupisce, quindi, se la loro lingua è piena di parole legate al tempo.

秋晴れ akibare indica un cielo sereno autunnale, quando l’aria è limpida e soleggiata. Può essere utilizzato, per esempio, per descrivere il cielo il giorno dopo il passaggio di un tifone.

秋入梅 akitsuiri, si riferisce alle lunghe piogge d’autunno che quasi ricordano la stagione delle piogge. Certo, la pioggia può essere fastidiosa ma, in fondo, non è qualcosa che associamo all’autunno? Possiamo forse provare a pensare alle passeggiate sotto la pioggia come un modo di fare esperienza di questa stagione.

鰯雲 iwashigumo, letteralmente nubi a forma di sardina, sono per i giapponesi le innumerevoli piccole nuvole che assomigliano a un branco di sardine. In italiano sono detti cirrocumili.
Se le nuvole sono più grandi e somigliano alle squame dei pesci, esse vengono chiamate nubi squamose 鱗雲 urokogumo. Se le nuvole sono ancora più grandi da ricordare un gregge di pecore, sono dette 羊雲 hitsujigumo. Quando le nuvole sembrano tracciare linee ondulate nel cielo come il disegno sul dorso di uno sgombro, vengono dette nuvole a forma di sgombro 鯖雲 sabagumo.

Parole d'autunno, tempo

Da queste parole si evince quanto sia importante la relazione con la natura per i giapponesi e quanta attenzione prestino ai dettagli e ai vari momenti di una stagione. Spero abbiate trovato interessante questo viaggio nella sensibilità giapponese attraverso le parole. Che ne pensate? Conoscete altre parole d’autunno che volete condividere?