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La festa delle azalee

Se si parla di primavera in Giappone, è quasi inevitabile che si pensi ai sakura. Eppure vi sono anche altri fiori durante la stagione, come i tulipani e le azalee, e i giapponesi organizzano feste per celebrarne la bellezza. Oggi vi parlo della festa delle azalee di Sabae che si svolge nei primi giorni di maggio, nel parco principale della città, il Nishiyama Kōen. Prima di abitare nella prefettura di Fukui, non avevo mai sentito parlare di una festa delle azalee, つつじ祭り tsutsuji matsuri. Col tempo poi ho scoperto che vi sono feste simili nel resto del Giappone, come, ad esempio, al parco Tsutsujigaoka di Tatebayashi, nella prefettura di Gunma, e al tempio Nezu di Tokyo.

Ricordo ancora lo stupore e la gioia del momento in cui mi sono imbattuta per caso nel manifesto dell’evento di Sabae: il parco in foto era così bello e variopinto che non vedevo l’ora di andarci. Era il cinque maggio, giorno della festa dei bambini, che sono andata a vedere la festa delle azalee. Questa è molto conosciuta nella prefettura di Fukui e richiama un gran numero di persone. Il Nishiyama Kōen, che di solito è uno spazio tranquillo e poco vivace, viene invaso da una moltitudine di visitatori tanto che diventa difficile muoversi al suo interno.

Tsutsujigari

Come per lo hanami dei sakura, si assiste allo tsutsujigari, ovvero la caccia alle azalee, che vengono immortalate in numerosi scatti fotografici. Anch’io non ho saputo resistere alla tentazione di fotografare il parco che, grazie alla festa delle azalee, si era trasformato in un mondo dipinto di rosa, bianco, rosso e viola. Ci sono rimasta per ore, passeggiando fra sentieri stretti e spazi aperti, godendo di scorci indimenticabili. Vi lascio questa foto che mostra la bellezza del Nishiyama Kōen.

La festa delle azalee a Sabae

I significati delle azalee

In Giappone le azalee simboleggiano la moderazione e la modestia poiché aggiungono colore con moderazione e umiltà. Le azalee fioriscono anche in zone montuose e sono resistenti al caldo e al freddo. Pertanto, simboleggiano lo sforzo e la tenacia.

Sapevate che ci sono diversi significati anche a seconda dei colori?

Le azalee bianche rappresentano l’inizio dell’amore; quelle rosa, la gioia che si prova in amore; quelle rosse ripropongono l’immagine di quelle rosa a cui va ad aggiungersi anche quella dell’amore ardente; quelle viola, poiché il viola rappresenta raffinatezza ed eleganza, stanno a indicare una bella persona. La primavera è spesso considerata la stagione dell’amore e non sorprende quindi ritrovare immagini connesse all’amore nel significato di questi fiori.

La festa delle azalee come tappa di viaggio

La festa delle azalee è ormai terminata a Sabae. Se pensate di andare in Giappone la prossima primavera, consiglio di inserirla nella lista delle cose da fare. Sono sicura che non resterete indifferenti all’esplosione di colori che regala il Nishiyama Kōen. E potrete perfino gustare un gelato al sapore delle azalee! La prefettura di Fukui è fuori dai soliti itinerari e lontana dalla immagini delle metropoli che spesso associamo al Giappone, ma visitarla potrebbe essere un modo per scoprire un’altra faccia del paese.

La magia dei sakura

Se penso alla primavera in Giappone, non posso non menzionare i 桜 sakura. Sono molti i fiori che sbocciano durante questa stagione, eppure i fiori di ciliegio ne sono l’emblema e sono i più attesi per un anno intero. La magia dei sakura si ripete ogni anno, in momenti diversi a seconda del luogo, quando, nonostante il freddo, le temperature iniziano ad alzarsi. E allora tutto si tinge di rosa. Un rosa di varie sfumature, che può tendere al bianco e a un rosa più carico.

Lo hanami 

Chi è stato in Giappone avrà di sicuro visto gruppi di persone organizzare picnic all’aperto; persone fotografare senza sosta i rami e i fiori più belli; persone farsi dei selfie o chiedere di essere immortalate sotto i ciliegi. È lo 花見 hanami, letteralmente “osservare i fiori”.

Si passeggia nella propria città o in quelle vicine, si viaggia in altre prefetture, esplorando posti più o meno conosciuti. Si va in cerca di sakura non solo di giorno, ma anche di notte, godendo delle illuminazioni apposite degli eventi di light up serali.

La magia dei sakura è una breve parentesi nell’arco della primavera, che dura appena un paio di settimane. Poi i fiori cominciano a perdere i petali che vengono trasportati via dal vento e colorano di rosa i fiumi e i piccoli canali d’acqua, i sentieri e i gradini dei giardini, e le strade. Superfici ricoperte di rosa o puntellate qua e là da questo colore. È così che man mano gli occhi smettono di puntare in alto e si rivolgono in basso per un ultimo saluto e l’arrivederci all’anno successivo.

la magia dei sakura

La magia dei sakura 

Mi ritengo fortunata per aver visto più volte la fioritura dei ciliegi. Spettacolo per gli occhi e nutrimento per lo spirito. Ecco cos’è. Sarà che mi piace ragionare sulle cose e trovare un senso; sarà che mi piace osservare le cose e scovare qualcosa di più profondo… Sono convinta che siamo destinati a certi incontri lungo il cammino per fare nostri insegnamenti che altrimenti non saremmo in grado di apprendere.

I sakura sbocciano e sfioriscono in breve tempo. Rappresentano il concetto di 無常 mujō, l’impermanenza. Come a dire che ciò che nasce inevitabilmente muore. Il nostro tempo è limitato ed è importante sfruttarlo al meglio.

I sakura sbocciano raggiungendo sempre la massima fioritura, la cosiddetta 満開 mankai. Come a invitarci a essere noi stessi e a dare il massimo, esprimendo la nostra vera natura e tutto il nostro potenziale.

I sakura fioriscono in modo spontaneo senza che nessuno glielo chieda e, soprattutto, senza dare importanza agli occhi di chi li guarda. Come a ricordarci che siamo unici e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui per amare la nostra bellezza e portarla nel mondo.

Viviamo appieno ogni istante, siamo noi stessi, doniamo la nostra preziosa autenticità senza aspettarci nulla in cambio. Ecco cos’è per me la magia dei sakura.

L’impermanenza della vita

Mi capita spesso di vivere immersa nei pensieri, di leggere e di ragionare su cosa vorrei o potrei fare, ma di non saperlo poi tradurre sempre in azioni. Non so se capita anche a voi. Di restare così, immobili, a pensare a lungo con la conseguente sensazione del tempo che passa, per poi finire a riflettere sul senso dell’esistenza, sull’impermanenza della vita. A volte mi prende l’angoscia per il tempo che fugge, per sentirmi in ritardo rispetto agli altri, alle aspettative mie o altrui, o in base alla mia età (che poi ognuno si trova esattamente dove deve essere…) e allora non riesco a combinare niente. A volte, invece, riesco a guardare in faccia quella stessa angoscia e a sostituirla con l’euforia per le cose che voglio e posso fare e allora mi metto a fare ciò che avevo sognato, rimandato, intrapreso ma trascurato. È successo così per il blog e un mucchio di altre cose.

In momenti come questi mi ritrovo a spulciare fra i miei libri giapponesi e a cercare quel contatto con la rappresentazione immediata dell’esistenza racchiusa in componimenti come gli haiku. Pennellate veloci di immagini quotidiane, squarci minimi di vita che in sole diciassette sillabe racchiudono il mondo intero.

Fin da quando le ho scoperte sono diventate parte di me, qualcosa a cui sento il bisogno di ritornare a più riprese. Forse è per questo che un giorno, mentre ero in una libreria di Osaka, sono stata attirata da un libricino sugli haiku. Il titolo è “Bashō no kotoba hyaku sen”, l’autore Sakaino Katsunori. Il libro contiene una selezione di cento componimenti di Matsuo Bashō (Ueno 1644 – Osaka 1694), il poeta di haiku più famoso.

Lo haiku sull’impermanenza della vita

L’introduzione si apre con il componimento più noto del poeta, conosciuto non solo da tanti adulti giapponesi ma anche dagli studenti delle elementari che lo memorizzano verso i cinque, sei anni.

古池や
蛙飛びこむ
水の音

Furu ike ya
kawazu tobikomu
mizo no oto

Vecchio stagno
una rana si tuffa
suono d’acqua

Sakaino spiega che questo haiku fu composto da Bashō durante la sua permanenza a Fukagawa. È il luogo in cui visse a trentasette anni per studiare sotto il noto monaco Bucchō Oshō. Il monaco un giorno gli chiese “Cos’è la vita?” e lui rispose proprio con questo componimento.1

rana, stagno, impermanenza della vita

Analisi

Qui non scrivero di questioni formali dello haiku, come il kigo, che rimanda a un discorso sulle stagioni. Mi limiterò a un’interpretazione della poesia.
Ciò che viene mostrato è qualcosa di estremamente semplice. L’immagine di uno stagno in cui salta la rana causando il suono dell’acqua. Lo stagno è calmo e la rana che si tuffa dentro spezza per un attimo quel silenzio e quell’immobilità, che si palesano in cerchi concentrici sulla superficie e nel suono dell’acqua. Non c’è altro: uno stagno, una piccola azione, un suono che si dissolve, il nulla.

Questi versi ci fanno immergere in una realtà naturale, tranquilla, priva di giudizio, come la mente zen quando raggiunge l’illuminazione, detta satori. Lo sguardo che Bashō rivolge alla natura risuona con il pensiero di Dōgen, monaco zen del periodo Kamakura. Perciò nei suoi versi appare con chiarezza lo spirito dell’illuminazione zen. La soggettività del poeta, la cui mente è come uno “specchio pulito, una pellicola vergine, una superficie vuota”2, scompare e lascia il posto a una realtà a sé stante, in cui viene mostrato ciò che esiste, qui e ora. Pasqualotto, in “Estetica del vuoto”, dice che non si assiste solo all’assenza di soggetto, bensì è l’evento stesso che manca di un soggetto unico, definito, limitato. Non si sente il suono d’acqua come conseguenza del tuffo della rana. Siamo in presenza di tre eventi contemporanei ed equivalenti: la presenza del vecchio stagno, il salto della rana e il suono d’acqua. Nessuno dei tre eventi ha senso senza l’altro.3 In questo movimento infinitesimale, c’è la consapevolezza della realtà, ovvero dell’eternità dell’universo, rappresentato dallo stagno, e della fugacità dell’esistenza.

Come dice Sakaino, noi possiamo vivere anche novanta, cent’anni, eppure la nostra vita non è che un breve istante in confronto all’eternità dell’universo. Perciò, proprio per l’impermanenza della vita, è importante vivere al massimo.

Una riflessione in più

Questo haiku così semplice non è facile da commentare, si potrebbero scrivere pagine e pagine senza riuscire a esaurire il discorso. Credo che ognuno possa interpretarlo in modo diverso, vederci qualcosa di diverso. A me piace pensare che ognuno di noi abbia qualcosa da dare al mondo, magari sarà qualcosa di piccolo, visibile ai pochi che osservano lo stagno della nostra vita. Ma come la rana possiamo lasciare che quel qualcosa riecheggi, sia pure per un tempo limitato, in uno spazio limitato, e apporti il nostro contributo, unico e originale. Questo mi spinge ad agire, nonostante la consapevolezza della finitezza del mio essere e della mia vita, mi spinge a perseguire nei miei progetti che spero riusciranno a connettere persone, idee e culture, e, perché no, avere un impatto positivo.

E voi? Vi capita di riflettere sull’impermanenza della vita? Che pensieri vi provoca? Cosa ci leggete nello haiku più famoso di Bashō?

  1. Sakaino K., Bashō no kotoba hyaku sen, Mikasa Shobo, 2019, p.3; p.71. ↩︎
  2. Pasqualotto G., Estetica del vuoto – Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio Editori, 1992, p.108. ↩︎
  3. Ibid., p.108. ↩︎

Le stagioni

La prima volta che ho sentito dire “in Giappone ci sono quattro stagioni” sono rimasta perplessa. Anche in Italia le stagioni sono quattro, mi dicevo. Continuavo a non capire quando me lo ripetevano. Cosa c’era di così speciale da sottolineare più e più volte?

L’ho capito solo con il tempo, vivendo in regioni caratterizzate da forti cambiamenti durante l’anno. In Giappone ogni stagione ti si attacca addosso in un modo tutto suo, tanto che ti sembra di scoprirne il vero carattere per la prima volta.

I diversi caratteri

La primavera è timida. Si affaccia piano nell’aria ancora fredda sul finire dell’inverno. Ci mette giorni, settimane per accarezzarti con calore. Anche i colori che porta sono tenui, all’inizio, come il rosa dei pruni e dei ciliegi. Ma poi ti sorprende con colori più vivaci, come quelli delle azalee.

L’estate è decisa, ti stringe da subito nella sua umidità. Porta la stagione delle piogge e poi un clima torrido e afoso che sembra non voler finire mai. Anche i suoi colori sono accessi e brillanti, come l’azzurro, il rosa e il viola delle ortensie, ancora più raggianti sotto le gocce d’acqua. O come il verde delle foglie e del morbido muschio, così verde da sembrare finto. L’estate è anche suono nel ronzio dei tanti insetti e nel canto senza sosta delle cicale.

L’autunno è malinconico, quasi non vuole lasciare andare ciò che c’è stato. Così, mentre le foglie cadono e i rami si spogliano, gli aceri si tingono di rosso. Anche il ronzio degli insetti diminuisce e al loro posto spuntano ragni taciturni.

L’inverno è calmo, riveste le città di neve e silenzio. Il ghiaccio si posa fra i cespugli e le foglioline o i piccoli rami delle piante più resistenti si congelano. I forti sazanka sono l’unico tocco di colore acceso in mezzo a un bianco infinito. È il bianco del riposo, del sonno prima di un’altra rinascita. È il bianco di una pagina vuota al termine di un capitolo e prima del successivo.

Le stagioni in GIappone

Le stagioni e il tempo

Attraverso le stagioni, la natura nasce, cresce, invecchia, muore, poi rinasce. È così facciamo anche noi, più volte nella vita, nelle diverse fasi e nei diversi momenti che ci troviamo ad affrontare.

Forse è questa forte connessione che spinge i giapponesi a fermarsi e contemplare i piccoli cambiamenti nei colori e nelle forme, quell’eterno mutare e quell’impermanenza che sono propri di tutte le cose. È così che hanno l’esigenza di custodire la natura, di celebrarla con eventi e perfino di riproporla nei sapori di piatti e dolci.

Mi viene da pensare che imparare a custodire le nostre stagioni ci renderebbe più liberi. Liberi di essere così come siamo, nei momenti di luce e di buio. Liberi di scoprire la bellezza in ogni momento o fase, dentro e fuori di noi. Ma ci renderebbe anche più consapevoli. Consapevoli che ogni cambiamento richiede il suo tempo, un tempo che non è uguale per tutti. Consapevoli che ogni rinascita è possibile con l’accoglienza e non la resistenza al cambiamento.