Archivio mensile:Maggio 2024

Vedere oltre la superficie

Cosa possiamo vedere oltre la superficie?

Anche il post di oggi prende spunto dal libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” (Yamakawa Shuppansha, 2017) del monaco Uno Zenchi. È un libro che ho amato tantissimo e che mi ha offerto molteplici spunti di riflessione. Al momento, che io sappia, non esiste una traduzione in italiano, perciò vorrei condividere con voi dei concetti che mi sono rimasti impressi, fra i quali 観る, miru, vedere oltre la superficie, di cui ho già scritto nel post sulla lingua giapponese.

Due esercizi

Il monaco racconta che quando pensa a 観る gli viene sempre in mente un esercizio di osservazione che gli è stato insegnato da un monaco. Questi, un giorno, prese un foglio fra le mani e gli chiese cosa ci vedeva. Era un foglio bianco su cui non c’era scritto né disegnato niente. In una situazione del genere cosa pensereste?
Uno Zenchi dice che se vediamo solo con gli occhi, ovviamente risponderemo che non vediamo niente. Ma come cambia la nostra risposta se ci viene chiesto di cosa è fatto questo foglio? Diremo che è fatto di carta e quindi penseremo che, in principio, era un albero. E ancora, come cambierebbe la situazione se guardassimo il foglio pensando che deriva da un albero? Riuscendo a vedere oltre la superficie, percepiremo l’esistenza dell’albero diventato materiale del foglio: quindi come è nato il foglio dall’albero e la relazione ‘verticale’ che sussiste fra i due. Questo è 観える, mieru, penetrare nelle cose.

L’esercizio può andare ancora avanti se ci mettiamo a pensare a come era l’albero, se si ergeva da solo, dove e in che modo, insomma se riflettiamo sulle sue relazioni ‘orizzontali’. Uno Zenchi scrive che lui penserebbe a un luogo dove ci sono molti alberi che crescono veloci per la pioggia abbondante. Così, nel foglio bianco si può vedere un bosco e perfino una foresta. A questo punto, si può immaginare una montagna alberata e anche lo scorrere di un ruscello. Poi il sole che illumina con la sua luce, le nuvole che fluttuano nel cielo azzurro, il verso degli uccellini. Ora il singolo albero percepito viene a trovarsi in relazione con molte altre cose. Questo esercizio è un’occasione per percepire la connessione fra l’io e tutto ciò che c’è nel mondo.

okayu per vedere oltre la superficie


Un esercizio simile possiamo farlo anche davanti a una ciotola di okayu, una sorta di porridge di riso. Nella pratica zen, quando si mangia, si intonano dei versi, detti gokan no ge. Il primo recita così:

一つは功の多少を計り、彼の来処を量る。

Hitotsu wa kō no tashō wo hakari, ka no raisho wo hakaru.

Questo porta il monaco Uno Zenchi a pensare a quanti sforzi e difficoltà di tante persone ci sono voluti affinché questo pasto giungesse a lui. E così pensa al volto del monaco responsabile della cucina che si è alzato presto per preparare e disporre il cibo. Pensa all’autista del camion che ha trasportato il riso e agli agricoltori che l’hanno prodotto. E poi ancora alle persone che hanno costruito il camion, alle persone che lavorano nella fabbrica dove si raffina il carburante, ai loro genitori, i genitori dei genitori e così via. Come in un foglio bianco, in una ciotola di okayu si possono vedere molteplici esistenze, infinite relazioni, tutto ciò che c’è nel mondo.

Vedere oltre la superficie per scoprire connessioni

Potrebbero sembrare esercizi insensati per noi che siamo abituati a trattare cose e cibi come oggetti per soddisfare i nostri bisogni. Per noi che consideriamo separati noi e gli altri, noi e le cose, noi e il mondo. Eppure, se ci fermiamo per vedere oltre la superficie, scopriamo connessioni e relazioni a cui non avevamo fatto caso e quindi possiamo renderci conto di fare parte di un mondo più grande, che non si esaurisce nella nostra esperienza limitata. Siamo legati a ciò che c’è intorno e a chi ci sta intorno più di quanto siamo soliti pensare.

Il giapponese, una lingua a più strati

Un giorno, mentre ero seduta in treno per tornare a casa dai miei, il signore accanto mi disse: “Che brutta lingua che studi”. Non ricordo di preciso quale libro avessi fra le mani, so solo che era scritto in giapponese. Ognuno ha un suo standard di bello e brutto e magari quel signore pensava davvero che il giapponese fosse brutto. A me piace credere, però, che più che “brutto”, il signore volesse dire “difficile”. A volte le cose difficili vengono considerate brutte solo perché richiedono più tempo. E il giapponese può essere una di queste. È molto diverso dall’italiano, per la grammatica e il sistema di scrittura, di cui i kanji forse sono la parte più complicata da apprendere per chi nella sua lingua ha un semplice alfabeto. Se dovessi definire il giapponese, direi che è una lingua a più strati, un po’ come una cipolla, e bisogna scoprirli e consocerli per poterlo utilizzare o capire con fiducia.

Cos’è una lingua a più strati?

Per chiarire cosa intendo per lingua a più strati, voglio riportare qui ciò che dice il monaco Uno Zenchi a proposito del verbo みる, miru. L’autore ne parla nel suo libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” , pubblicato nel 2017 dalla Yamakawa Shuppansha.

Il verbo miru è uno dei primissimi verbi che impara uno studente di giapponese e significa “vedere, osservare”. Come spiega l’autore, il kanji che mostra l’atto di guardare è 見る. Ma a uno stesso suono “miru” possiamo associare diversi kanji, in base al modo di osservare. Se cambia il punto di vista, cambiano sia le cose che vediamo sia il modo di vederle. Se scriviamo 診る l’osservare diventa un “esaminare in senso medico”, come quando un dottore fa domande a un paziente o ne controlla lo stato di salute con uno stetoscopio.
看る è osservare nel senso di “prendersi cura di una persona malata” mentre si danno trattamenti medici.
視る, invece, è osservare nel senso di “esaminare e analizzare in modo oggettivo”, per esempio quando si conducono ispezioni e indagini su un cantiere di lavoro. 観る, molto utilizzato nello zen e nel buddismo, è osservare nel senso di “penetrare in modo profondo e attento la logica delle cose”. Questo kanji si trova anche nella parola 観光, kankō, turismo. Quando ci troviamo davanti a un edificio, possiamo imparare lo sfondo storico in cui è stato costruito, lo stile di vita delle persone di quel tempo e di chi l’ha preservato e tramandato. Così, osservandolo, possiamo arrivare a un mondo più profondo. Se riusciamo ad andare oltre la superficie di ciò che vediamo, “osservando” in modo attento, con conoscenza e sensibilità, il significato di una determinata esistenza cambia radicalmente.1

Profondità e bellezza del giapponese

Spero che questo esempio faccia capire perché il giapponese è una lingua a più strati. C’è il suono delle parole che si può trascrivere con il sistema sillabico, hiragana (o katakana, in presenza di parole straniere). Poi c’è il significato (o la sfumatura di significato) che può essere mostrato attraverso i kanji. Quando scriviamo in giapponese ci troviamo di fronte a continue scelte per poter trasmettere il giusto significato. Allo stesso modo, quando leggiamo siamo portati a riflettere sul significato dei kanji e, a volte, sul perché dell’utilizzo di quel determinato kanji. Questo, per me, è qualcosa di emozionante, quasi una sfida. Il giapponese è una lingua che più si scopre e più si vuole comprendere, che più si indaga e più si viene ripagati con la sua profondità e bellezza.

  1. Uno Zenchi, “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun”, Yamakawa Shuppansha, PP.46-47. ↩︎

La festa delle azalee

Se si parla di primavera in Giappone, è quasi inevitabile che si pensi ai sakura. Eppure vi sono anche altri fiori durante la stagione, come i tulipani e le azalee, e i giapponesi organizzano feste per celebrarne la bellezza. Oggi vi parlo della festa delle azalee di Sabae che si svolge nei primi giorni di maggio, nel parco principale della città, il Nishiyama Kōen. Prima di abitare nella prefettura di Fukui, non avevo mai sentito parlare di una festa delle azalee, つつじ祭り tsutsuji matsuri. Col tempo poi ho scoperto che vi sono feste simili nel resto del Giappone, come, ad esempio, al parco Tsutsujigaoka di Tatebayashi, nella prefettura di Gunma, e al tempio Nezu di Tokyo.

Ricordo ancora lo stupore e la gioia del momento in cui mi sono imbattuta per caso nel manifesto dell’evento di Sabae: il parco in foto era così bello e variopinto che non vedevo l’ora di andarci. Era il cinque maggio, giorno della festa dei bambini, che sono andata a vedere la festa delle azalee. Questa è molto conosciuta nella prefettura di Fukui e richiama un gran numero di persone. Il Nishiyama Kōen, che di solito è uno spazio tranquillo e poco vivace, viene invaso da una moltitudine di visitatori tanto che diventa difficile muoversi al suo interno.

Tsutsujigari

Come per lo hanami dei sakura, si assiste allo tsutsujigari, ovvero la caccia alle azalee, che vengono immortalate in numerosi scatti fotografici. Anch’io non ho saputo resistere alla tentazione di fotografare il parco che, grazie alla festa delle azalee, si era trasformato in un mondo dipinto di rosa, bianco, rosso e viola. Ci sono rimasta per ore, passeggiando fra sentieri stretti e spazi aperti, godendo di scorci indimenticabili. Vi lascio questa foto che mostra la bellezza del Nishiyama Kōen.

La festa delle azalee a Sabae

I significati delle azalee

In Giappone le azalee simboleggiano la moderazione e la modestia poiché aggiungono colore con moderazione e umiltà. Le azalee fioriscono anche in zone montuose e sono resistenti al caldo e al freddo. Pertanto, simboleggiano lo sforzo e la tenacia.

Sapevate che ci sono diversi significati anche a seconda dei colori?

Le azalee bianche rappresentano l’inizio dell’amore; quelle rosa, la gioia che si prova in amore; quelle rosse ripropongono l’immagine di quelle rosa a cui va ad aggiungersi anche quella dell’amore ardente; quelle viola, poiché il viola rappresenta raffinatezza ed eleganza, stanno a indicare una bella persona. La primavera è spesso considerata la stagione dell’amore e non sorprende quindi ritrovare immagini connesse all’amore nel significato di questi fiori.

La festa delle azalee come tappa di viaggio

La festa delle azalee è ormai terminata a Sabae. Se pensate di andare in Giappone la prossima primavera, consiglio di inserirla nella lista delle cose da fare. Sono sicura che non resterete indifferenti all’esplosione di colori che regala il Nishiyama Kōen. E potrete perfino gustare un gelato al sapore delle azalee! La prefettura di Fukui è fuori dai soliti itinerari e lontana dalla immagini delle metropoli che spesso associamo al Giappone, ma visitarla potrebbe essere un modo per scoprire un’altra faccia del paese.

Nagori, o la nostalgia di una stagione

Una delle mie ultime letture è stata “Nagori” di Sekiguchi Ryoko, un libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2022. Il libro è una riflessione che parte dal termine nagori e dalle sue implicazioni nel nostro rapporto con le stagioni, la natura e il tempo. Il testo è breve e si legge tutto d’un fiato grazie alla scrittura dell’autrice che combina abilmente memoir e poesia, racconto della natura e food storytelling. Per chi ama il Giappone, chi ne apprezza il pensiero e la sensibilità così peculiari, questa è di sicuro una lettura da non trascurare.
Qui voglio condividere con voi cosa mi porto da questo libro.

La bellezza del termine nagori

La cosa che più mi è rimasta dalla lettura è la bellezza del termine nagori. Questo termine viene spesso considerato in relazione ai termini hashiri e sakari, utilizzati per descrivere lo stato di stagionalità di un prodotto.
Come spiega la Sekiguchi, i termini hashiri, che esprime il concetto di “primizia”, e sakari, che esprime il concetto di “piena stagione”, sono di facile comprensione e condivisi da svariate culture. Nagori, invece, è un concetto intraducibile che si potrebbe definire come di “retro-stagione”. Un prodotto in nagori, si consuma dopo il periodo di maturazione, quando si è ormai vicini al non trovarlo più e si è costretti ad aspettare un anno per gustarlo di nuovo. In quest’ottica, nagori rappresenta la nostalgia di una stagione che sta terminando e che lasciamo andare a malincuore. Ma il significato di nagori non si ferma a questo. La parola significa “traccia”, “presenza” e rappresenta l’atmosfera di qualcosa che non esiste più, sia esso un oggetto, un evento, o qualcuno. Può anche riferirsi agli strascichi di una malattia o ai danni di un terremoto. O ancora all’addio che ci si scambia prima di partire o separarsi. Definisce, insomma, quello che “resta”. Nagori non è solo un termine intraducibile, è più di una semplice idea, è un modo di sentire, intriso di attaccamento, nostalgia e temporalità.

Il gusto di nagori annuncia l’imminente partenza del frutto, fino al nuovo incontro l’anno successivo. Lo assaporiamo gelosamente, come se volessimo farne durare il gusto il più a lungo possibile sul palato. Poi a poco a poco, il gusto si affievolisce (…). Accompagniamo la sua partenza, sentiamo che il frutto, col suo sapore, si è sparso nel nostro corpo. Restiamo immobili per un istante, come per verificare che separandoci ci siamo anche uniti.

Che cos’è una stagione?

“Nagori” ha anche reso più profonda la mia idea di stagione. Da bambina ho imparato che in Italia ci sono quattro stagioni e anche a delimitarle in mesi precisi dell’anno. E poi in Giappone le ho sperimentate ancora più intensamente, percependo differenze di temperatura, piante e colori in modo più forte rispetto alla città italiana in cui sono cresciuta. Tuttavia, le stagioni non sono qualcosa di fisso. Basta pensare che le stagioni non sono uguali in tutti i paesi e che ci sono paesi che hanno una sola stagione. Per di più, se consideriamo le stagioni in relazione ai cibi, la questione si complica ulteriormente. Oggigiorno i prodotti vengono surgelati, ridotti in conserve, trasportati da un luogo all’altro, cosicché possiamo mangiare fragole in inverno o cavoli in primavera. Si può quindi ancora parlare di “cibi di stagione”? O ancora, si può parlare dei concetti “di stagione” e “stagione” come siamo soliti intendere?
Forse no. Come spiega la Sekiguchi, sono le parole a forgiare le stagioni, è attraverso le parole che viviamo le stagioni. Non si potrebbe percepire ciò che non ha nome. Sono state la letteratura e la scrittura ad aver plasmato la coscienza e l’immaginario delle stagioni nei giapponesi. Nel Man’yoshu, la prima antologia di poesia del settimo secolo, migliaia di componimenti sono stati catalogati per stagioni e già nel decimo secolo alcune parole sono stata associate espressamente a una determinata stagione. Poi con la nascita dello haiku, brevi componimenti poetici dove è formalmente d’obbligo inserire un kigo, ovvero una parola legata alla stagione, si viene a creare un vocabolario stagionale condiviso dai poeti, che attinge all’immaginario collettivo delle “quattro stagioni”. È così che il mondo viene suddiviso in stagioni: piante, pesci, rituali, malattie stagionali e così via. Si può parlare della sensibilità alle stagioni dei giapponesi proprio perché sono abituati ad associare le parole a una determinata stagione.

Nagori, o la nostalgia di una stagione


Ma quindi cos’è “essere di stagione”? Cos’è una “stagione”?
Mi piace riportare qui le parole dell’autrice:

Forse, “essere di stagione” è questo. Questo essere nell’istante, nella vita. Se l’incontro con un prodotto è simile all’incontro con una persona, esso può conoscere momenti di passione e amore, ma anche di separazione. In questi incontri, ci sono momenti in cui ci sentiamo particolarmente sensibili all’altro, così come possiamo essere colpiti dalla brillantezza dei fiori quasi fosforescenti sotto i raggi lunari (…)

Ogni odore mi portava la presenza di altri esseri, facendomi capire che era questo, la stagione: un profumo, una traccia di un istante di presenza.

Perché lo consiglio

“Nagori” è un viaggio nella sensibilità giapponese, un percorso di riflessione sulle stagioni, sul tempo, sulla nostra relazione con il tempo della natura. Una lettura consigliata a chi vuole approfondire questi argomenti e ricavarne una nuova prospettiva.