Cosa possiamo vedere oltre la superficie?
Anche il post di oggi prende spunto dal libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” (Yamakawa Shuppansha, 2017) del monaco Uno Zenchi. È un libro che ho amato tantissimo e che mi ha offerto molteplici spunti di riflessione. Al momento, che io sappia, non esiste una traduzione in italiano, perciò vorrei condividere con voi dei concetti che mi sono rimasti impressi, fra i quali 観る, miru, vedere oltre la superficie, di cui ho già scritto nel post sulla lingua giapponese.
Due esercizi
Il monaco racconta che quando pensa a 観る gli viene sempre in mente un esercizio di osservazione che gli è stato insegnato da un monaco. Questi, un giorno, prese un foglio fra le mani e gli chiese cosa ci vedeva. Era un foglio bianco su cui non c’era scritto né disegnato niente. In una situazione del genere cosa pensereste?
Uno Zenchi dice che se vediamo solo con gli occhi, ovviamente risponderemo che non vediamo niente. Ma come cambia la nostra risposta se ci viene chiesto di cosa è fatto questo foglio? Diremo che è fatto di carta e quindi penseremo che, in principio, era un albero. E ancora, come cambierebbe la situazione se guardassimo il foglio pensando che deriva da un albero? Riuscendo a vedere oltre la superficie, percepiremo l’esistenza dell’albero diventato materiale del foglio: quindi come è nato il foglio dall’albero e la relazione ‘verticale’ che sussiste fra i due. Questo è 観える, mieru, penetrare nelle cose.
L’esercizio può andare ancora avanti se ci mettiamo a pensare a come era l’albero, se si ergeva da solo, dove e in che modo, insomma se riflettiamo sulle sue relazioni ‘orizzontali’. Uno Zenchi scrive che lui penserebbe a un luogo dove ci sono molti alberi che crescono veloci per la pioggia abbondante. Così, nel foglio bianco si può vedere un bosco e perfino una foresta. A questo punto, si può immaginare una montagna alberata e anche lo scorrere di un ruscello. Poi il sole che illumina con la sua luce, le nuvole che fluttuano nel cielo azzurro, il verso degli uccellini. Ora il singolo albero percepito viene a trovarsi in relazione con molte altre cose. Questo esercizio è un’occasione per percepire la connessione fra l’io e tutto ciò che c’è nel mondo.

Un esercizio simile possiamo farlo anche davanti a una ciotola di okayu, una sorta di porridge di riso. Nella pratica zen, quando si mangia, si intonano dei versi, detti gokan no ge. Il primo recita così:
一つは功の多少を計り、彼の来処を量る。
Hitotsu wa kō no tashō wo hakari, ka no raisho wo hakaru.
Questo porta il monaco Uno Zenchi a pensare a quanti sforzi e difficoltà di tante persone ci sono voluti affinché questo pasto giungesse a lui. E così pensa al volto del monaco responsabile della cucina che si è alzato presto per preparare e disporre il cibo. Pensa all’autista del camion che ha trasportato il riso e agli agricoltori che l’hanno prodotto. E poi ancora alle persone che hanno costruito il camion, alle persone che lavorano nella fabbrica dove si raffina il carburante, ai loro genitori, i genitori dei genitori e così via. Come in un foglio bianco, in una ciotola di okayu si possono vedere molteplici esistenze, infinite relazioni, tutto ciò che c’è nel mondo.
Vedere oltre la superficie per scoprire connessioni
Potrebbero sembrare esercizi insensati per noi che siamo abituati a trattare cose e cibi come oggetti per soddisfare i nostri bisogni. Per noi che consideriamo separati noi e gli altri, noi e le cose, noi e il mondo. Eppure, se ci fermiamo per vedere oltre la superficie, scopriamo connessioni e relazioni a cui non avevamo fatto caso e quindi possiamo renderci conto di fare parte di un mondo più grande, che non si esaurisce nella nostra esperienza limitata. Siamo legati a ciò che c’è intorno e a chi ci sta intorno più di quanto siamo soliti pensare.


