Un giorno, mentre ero seduta in treno per tornare a casa dai miei, il signore accanto mi disse: “Che brutta lingua che studi”. Non ricordo di preciso quale libro avessi fra le mani, so solo che era scritto in giapponese. Ognuno ha un suo standard di bello e brutto e magari quel signore pensava davvero che il giapponese fosse brutto. A me piace credere, però, che più che “brutto”, il signore volesse dire “difficile”. A volte le cose difficili vengono considerate brutte solo perché richiedono più tempo. E il giapponese può essere una di queste. È molto diverso dall’italiano, per la grammatica e il sistema di scrittura, di cui i kanji forse sono la parte più complicata da apprendere per chi nella sua lingua ha un semplice alfabeto. Se dovessi definire il giapponese, direi che è una lingua a più strati, un po’ come una cipolla, e bisogna scoprirli e consocerli per poterlo utilizzare o capire con fiducia.
Cos’è una lingua a più strati?
Per chiarire cosa intendo per lingua a più strati, voglio riportare qui ciò che dice il monaco Uno Zenchi a proposito del verbo みる, miru. L’autore ne parla nel suo libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” , pubblicato nel 2017 dalla Yamakawa Shuppansha.
Il verbo miru è uno dei primissimi verbi che impara uno studente di giapponese e significa “vedere, osservare”. Come spiega l’autore, il kanji che mostra l’atto di guardare è 見る. Ma a uno stesso suono “miru” possiamo associare diversi kanji, in base al modo di osservare. Se cambia il punto di vista, cambiano sia le cose che vediamo sia il modo di vederle. Se scriviamo 診る l’osservare diventa un “esaminare in senso medico”, come quando un dottore fa domande a un paziente o ne controlla lo stato di salute con uno stetoscopio.
看る è osservare nel senso di “prendersi cura di una persona malata” mentre si danno trattamenti medici.
視る, invece, è osservare nel senso di “esaminare e analizzare in modo oggettivo”, per esempio quando si conducono ispezioni e indagini su un cantiere di lavoro. 観る, molto utilizzato nello zen e nel buddismo, è osservare nel senso di “penetrare in modo profondo e attento la logica delle cose”. Questo kanji si trova anche nella parola 観光, kankō, turismo. Quando ci troviamo davanti a un edificio, possiamo imparare lo sfondo storico in cui è stato costruito, lo stile di vita delle persone di quel tempo e di chi l’ha preservato e tramandato. Così, osservandolo, possiamo arrivare a un mondo più profondo. Se riusciamo ad andare oltre la superficie di ciò che vediamo, “osservando” in modo attento, con conoscenza e sensibilità, il significato di una determinata esistenza cambia radicalmente.1

Profondità e bellezza del giapponese
Spero che questo esempio faccia capire perché il giapponese è una lingua a più strati. C’è il suono delle parole che si può trascrivere con il sistema sillabico, hiragana (o katakana, in presenza di parole straniere). Poi c’è il significato (o la sfumatura di significato) che può essere mostrato attraverso i kanji. Quando scriviamo in giapponese ci troviamo di fronte a continue scelte per poter trasmettere il giusto significato. Allo stesso modo, quando leggiamo siamo portati a riflettere sul significato dei kanji e, a volte, sul perché dell’utilizzo di quel determinato kanji. Questo, per me, è qualcosa di emozionante, quasi una sfida. Il giapponese è una lingua che più si scopre e più si vuole comprendere, che più si indaga e più si viene ripagati con la sua profondità e bellezza.
- Uno Zenchi, “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun”, Yamakawa Shuppansha, PP.46-47. ↩︎