Archivio mensile:Luglio 2024

Eiheiji, il tempio dell’eterna pace

Un posto che sicuramente mi è rimasto nel cuore è il tempio Eiheiji.
Era il diciotto luglio di qualche anno fa quando ci sono andata per la prima volta. Ne avevo sentito parlare da tempo, quando ero in Italia e poi più volte quando ero in Giappone. “È un posto bellissimo”, “si respira un’atmosfera magica”, mi dicevano. E così, poiché mi trovavo nella prefettura di Fukui, poiché era domenica e splendeva il sole, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di visitarlo di persona. Il tempio è un complesso di oltre settanta edifici e si trova nelle montagne fuori la città di Fukui. Fu fondato dal monaco Dōgen (1200-1253), che introdusse lo zen sōtō dalla Cina, ed è il luogo di addestramento principale di questa scuola, dove ancora oggi risiedono centinaia di monaci novizi.

La pace fra i cedri

I kanji che compongono il nome del tempio sono tre: il primo, 永, significa eternità; il secondo, 平, pace; e il terzo, 寺, tempio buddhista. Se si prova a tradurre in nome “Eiheiji” lo si può rendere come “il tempio dell’eterna pace”. E, in effetti, ciò che ricordo di più dello Eiheiji è proprio la sensazione di pace che mi ha invasa mentre percorrevo il viale d’accesso coperto da un fitto fogliame, mentre osservavo il manto lucente di muschio o i fusti alti e rettilinei dei cedri. Un odore forte d’incenso profumava l’aria calda e umida d’estate, il sole filtrava tra le foglie, il vento le scuoteva dando appena un’illusione di frescura.
E lì mi sono sentita a casa. Cosa vuol dire sentirsi a casa non lo so spiegare. È una di quelle cose per cui le parole non sono mai giuste, mai sufficienti, o semplicemente non adatte.

Eiheiji, il tempio dell'eterna pace

L’insegnamento dello Eiheiji

La sensazione di essere a casa non è stata la prima che ho provato.
Avevo deciso di lasciare il Giappone circa un mese prima della mia visita allo Eiheiji. Una scelta dolorosa e necessaria che però non riuscivo ancora a gestire. E quella visita è stata uno scossone non da poco. Mi sono sentita divisa fra due forze: volevo andare via, eppure restare; ero pronta (se così si può dire) ad abbandonare tutto, eppure quel posto mi chiamava.
Ho sentito un groppo alla gola, mi mancava l’aria. Avrei lasciato il paese nel giro di qualche mese senza sapere quando ci avrei rimesso piede. Mille pensieri si rincorrevano nella testa che anche fare foto non mi aiutava a distrarmi. Poi ho capito che era proprio lì che stavo sbagliando: avevo bisogno di mettermi faccia a faccia con ciò che mi stava accadendo in quel momento, con ciò che lo Eiheiji aveva da dirmi.

Così mi sono fermata per connettermi con le sensazioni corporee. Poi a fissare con consapevolezza i colori dell’estate lucente che in alcuni punti sbiadivano per il troppo sole; a esaminare le ombre sui gradini o sotto i tetti; a contemplare la relazione armoniosa fra edifici e natura. E ancora, a inspirare l’aroma di legno e incenso e a percepire i miei piedi nel loro avanzare più o meno in silenzio o facendo scricchiolare il pavimento al contatto. Non c’era niente per cui dovevo agitarmi e preoccuparmi, come la partenza o quella sensazione di star facendo qualcosa di sbagliato mandando all’aria tutto ciò che avevo costruito con impegno. C’era solo il tempio, solo io, solo quel momento. Qui e ora.

C’è un’espressione zen, 而今 nikon o jikon, che invita a concentrarsi sull’adesso, lasciando da parte il passato e le preoccupazioni per il futuro. Ecco, è proprio questo che mi ha insegnato lo Eiheiji. Accogliere ogni pensiero e sensazione corporea, essere nel mio corpo in quel preciso luogo e momento senza provare il bisogno di fuggire. Percepire attraverso i sensi per connettermi con me stessa, ciò che c’era attorno e quel preciso “qui e ora”. Pian piano dall’agitazione sono passata a sentirmi serena.

È forse questo sentirsi a casa? Essere nel qui e ora?

Relazione con il cibo

Quando ci sentiamo giù, insoddisfatti, sbagliati, stressati, può succedere che la nostra relazione con il cibo peggiori. Può capitare, infatti, di mangiare troppo o di ingurgitare cibi spazzatura. Questo succede anche a me. Quando qualcosa va storto, o meglio, non come volevo che andasse, finisco per cercare “conforto” nel cibo. Cioccolata, biscotti, salatini… insomma, finisco per mangiare prodotti che non sono sani e che si possono mangiare in fretta senza sforzo né bisogno di preparazione.

Cos’è il cibo?

Cos’è il cibo? “Cibo” è un termine generico che si riferisce a tutto ciò che si mangia. Il cibo è qualcosa che ci sostiene e ci dà energia per affrontare la giornata. Penso, però, che nei paesi sviluppati sia anche qualcosa che si dà per scontato, essendo di facile reperibilità nei supermercati, sia come ingredienti che come pasti già pronti. Così succede che quando abbiamo fame o siamo nervosi non impieghiamo molto a trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Ma il cibo è solo questo?

Ho già parlato di come lo zen veda in una ciotola di okayu una serie infinita di relazioni e connessione fra noi, gli altri e il mondo. Qui vi parlo di cos’è il cibo per lo zen. Per lo zen, 食べ物は全部生命でできている, tabemono wa zenbu seimei de dekite iru, ovvero tutto il cibo è vita, è fatto di vita. Carne, pesce, verdure… Tutti in principio sono esseri viventi. Perciò, quando mangiamo, non ci stiamo cibando solo di cibo, ma anche di vita.
Inoltre, il cibo è 良薬 ryōyaku, buona medicina, nel senso che sostiene il corpo e non lo fa deperire. Quando prendiamo medicine, non ne assumiamo una in più perché è deliziosa o non ne prendiamo una in meno perché il sapore non ci piace. Così dovrebbe essere anche per il cibo: assumerlo quando è necessario, assumere cosa è necessario e nella dose necessaria.
Ma quante volte, assaliti dallo stress, finiamo per mangiare anche quando siamo pieni? O finiamo per mangiare ciò che non è necessario? O ancora in quantità sbagliate? È così che il cibo può diventare 毒 doku, veleno. Infatti, se si segue una dieta sbilanciata o si mangia troppo si finisce per ammalarsi. Ed è un dispiacere anche per le vite che abbiamo mangiato, essendo il cibo stesso vita.

Relazione con il cibo

Come mantenere una buona relazione con il cibo?

Sebbene sotto stress possa risultare difficile mantenere una buona relazione con il cibo, credo che questi concetti zen possano tornarci utili, almeno in parte. Il cibo è, prima di tutto, vita. E la vita non dovrebbe andare sprecata né consumata voracemente, ma assaporata al ritmo giusto. Inoltre, comprendendo che, come le medicine, se preso in momenti e dosi sbagliati può fare male, forse possiamo almeno provare a fermarci un attimo quando siamo nervosi e pronti ad allungare la mano sulla prima cosa che capita. Così, ci prendiamo cura della nostra salute e rispettiamo anche il cibo (e la vita in esso) mangiando una minor quantità o conservandolo per quando sarà davvero indispensabile.

E voi? Che relazione avete con il cibo? Come cambia quando siete stressati? Cosa ne pensate di questi concetti zen?

Il gatto che voleva salvare i libri

Di recente ho letto “Il gatto che voleva salvare i libri”, scritto da Natsukawa Sōsuke e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2020.
Non è stata una di quelle letture che mi ha catturato alla prima pagina. Questo perché mi è sembrato un libro dove fatti ed emozioni più che mostrati vengono raccontati. Perciò, non sono riuscita a immedesimarmi nel protagonista e sentire vicina la sua storia. Tuttavia, gli argomenti trattati, quali la lettura e i libri, mi hanno spinta ad arrivare fino in fondo. E devo dire che, sebbene il libro non mi abbia entusiasmata, mi ha fornito spunti su questioni come la relazione fra lettura e tempo a disposizione, e i libri fra esigenze di mercato e necessità di trasmettere emozioni. Credo sia questo il punto a favore de Il gatto che voleva salvare i libri, e questo il motivo per cui lo consiglio a chi ama la lettura.

Trama de “Il gatto che voleva salvare i libri”

Il luogo principale del libro è la libreria Natsuki, un negozio polveroso e solitario, dove si possono trovare capolavori di tutto il mondo. L’appassionato e colto proprietario muore e il nipote Rintarō, che eredita la libreria, deve far fronte alle difficoltà per tenerla in piedi dato il numero esiguo di lettori. Un giorno, appare un gatto parlante, dalla corporatura imponente e con una pelliccia a strisce ocra e marroni, che convince il ragazzo a intraprendere la missione di salvare i libri dalla loro scomparsa. Così, inizia un’avventura attraverso quattro labirinti per risolvere questioni legate all’importanza della lettura e alla forza dell’amore.

Chi è “un lettore”?

Nel primo labirinto de “Il gatto che voleva salvare i libri”, incontriamo un personaggio che legge freneticamente un numero enorme di libri e appena finito uno lo chiude in una vetrina chiusa a chiave per non riprenderlo mai più.

Il mondo è pieno di persone che vengono definite “lettori”. (…) Vale più qualcuno che ne ha letti ventimila di uno che ne ha letti diecimila. E proprio per il fatto che c’è un mucchio di libri che si dovrebbero leggere, rileggerne uno non sarebbe altro che uno spreco di tempo.

Chi è un lettore? Possiamo definire un lettore chi legge tanti libri e sempre di nuovi? O chi rilegge anche libri già letti?
Ha senso leggere un libro in modo frenetico solo per aggiungerne un altro alla lista dei libri già letti?

Tempo e lettura

Nel secondo labirinto viene affrontato il tema del tempo che possiamo dedicare alla lettura. Incontriamo un altro personaggio bizzarro che ritaglia i libri per trasformali in sinossi e renderli brevi per facilitare i lettori.

Le storie che non vengono lette finiscono per scomparire. Io do loro il giusto valore, e per preservarle mentre sono ancora vive vi aggiungo qualcosa. Le trasformo in sinossi. Le sottopongo a lettura veloce. In questo modo, non solo riesco a far rimanere traccia nel presente di storie destinate a scomparire, ma posso soddisfare le aspettative di tutti quelli che desiderano venire a contatto con questi capolavori agevolmente e in un breve lasso di tempo. “Melos si infuriò”. Non è forse una fantastica sinossi?

Anche a me, da lettrice, viene facile trovare nuovi titoli da leggere e così la lista dei libri continua ad aumentare. E non nascondo di avere svariati libri comprati ancora da leggere… Spesso vorrei trovare più tempo o essere più veloce per poter essere al passo con ciò che vorrei leggere. Eppure ha senso leggere in modo veloce, senza assaporare la profondità che si nasconde fra le righe e in passaggi che vanno letti e riletti per essere compresi a fondo?

Il gatto che voleva salvare i libri

Il libro: oggetto di consumo o portatore di emozioni?

Nel terzo labirinto incontriamo un personaggio che tratta libri solo come un oggetto di consumo che vanno venduti per ricavare profitti.

Vendere libri è molto facile. Basta attenersi a un’unica semplice regola (…) La regola è vendere libri che si fanno vendere! (…) Qui non pubblichiamo libri per trasmettere qualcosa, ma solo quelli che la società ci richiede. Io me ne frego di messaggi da comunicare, di filosofie da tramandare ai posteri, di crudeli realtà o di verità complesse. Non è questo cui la società ambisce. Ciò che serve a una casa editrice non è stabilire cosa bisogna trasmettere al mondo. È sapere che cosa il mondo desidera che gli venga trasmesso. (…) È solo così che la mia casa editrice può continuare ad accumulare gli adeguati profitti.

Al mondo d’oggi le persone sono troppo indaffarate, e non hanno né tempo né soldi da spendere in voluminosi capolavori della letteratura e via discorrendo. Ma la lettura di libri come status sociale ha ancora il suo richiamo, e tutti cercano disperatamente di arricchire anche solo un minimo il proprio misero curriculum con opere di una qualche difficoltà. E noi pubblichiamo libri proprio pensando alle esigenze di queste persone. (…) I compendi da due soldi e le sinossi si vendono come il pane! (…) Ma per quelli che desiderano solo degli stimoli, i più indicati sono i libri con descrizioni crude di sesso o di violenza. E per chi non ha fantasia, basta aggiungere in copertina “Ispirato a una storia vera” e solo con quello le tirature aumentano di molto, gli incassi si gonfiano di conseguenza e il gioco è fatto! (…) E per quelli che di base non prenderebbero mai in mano un libro, è sufficiente compilare delle semplici informazioni. “I cinque segreti del successo”, o “Le otto regole per fare carriera”, tanto per portare un esempio.

Indubbiamente, il mercato e cosa vuole il pubblico sono dati indispensabili per le case editrici e per le librerie. Ma a stabilire il valore dei libri è davvero solo il numero di copie vendute? O sono importanti anche le emozioni e i messaggi che veicolano?

Avete letto “Il gatto che voleva salvare i libri”? Cose ne pensate?
E poi, che lettori siete? Cos’è per voi un libro? Cosa ricercate in un libro?

A modo proprio, jibun nari ni

Quanto sarebbe bello se ognuno di noi fosse soddisfatto di cosa fa e di come lo fa? Di agire secondo le proprie possibilità e secondo la proprio misura, ovvero a modo proprio, 自分なりに jibun nari ni?

Paragonarsi agli altri e invidia

Credo che a volte ci rendiamo la vita difficile. Per esempio, quando ci paragoniamo agli altri e proviamo un’invidia fine a se stessa. Gli altri fanno cose migliori di noi o le fanno in modo migliore. O ancora, sono più avanti di noi, hanno raggiunto obiettivi per noi lontani e impossibili. Insomma sono più bravi. Perché non ci sta bene ciò che facciamo o come lo facciamo? Perché non siamo soddisfatti di dove siamo?

Questo può derivare da una mancanza di autostima o dalla voglia di riconoscimento. Questo costante paragonarci agli altri, però, può portarci a non sentirsi all’altezza delle aspettative proprie e altrui e quindi spingerci a fare, fare e strafare, aumentando il nostro livello di stress. Si può perfino arrivare a sentirsi inferiori, sbagliati, falliti. Può darsi che gli altri abbiano davvero maggiori competenze, che siano più bravi in una determinata cosa, o che abbiano raggiunto un traguardo a cui anche noi ancora aspiriamo. Tuttavia, questo non dovrebbe portarci a sentirci o considerarci inferiori.

Secondo la propria misura, a modo proprio, jibun nari ni

Dall’invidia all’azione

Tendiamo a vedere solo i risultati di una persona che ammiriamo, non i sacrifici, le sfide, i fallimenti e i piccoli passi che li hanno portati fin lì. Ognuno di noi parte da una condizione diversa, ha un potenziale che con impegno e costanza può forgiare. Ognuno di noi può fare le cose a modo proprio, jibun nari ni, secondo le proprie capacità e possibilità, in un determinato momento o in una determinata fase della vita. Quando non riusciamo a fare subito ciò che ci siamo prefissati e siamo presi dallo sconforto, possiamo ricordarci perché abbiamo iniziato quella determinata cosa e dove vogliamo arrivare. Allora l’invidia verso gli altri si trasforma in azione volta a lavorare su noi stessi e accade qualcosa di buono: intraprendere azioni che possono cambiare la vita. E non c’è niente di più bello. Si prova a migliorarsi in un confronto con il sé di ieri, apprezzando il sé attuale e puntando al sé che si vuole essere domani. I piccoli passi diventano anche un modo per esprimere la propria originalità e unicità, e, quindi, chi si è veramente.