Archivi categoria: Espressioni e libri

Il confronto crea lo stato mentale

Come d’abitudine, ho iniziato la giornata con un po’ di lettura in giapponese e mi sono imbattuta in un concetto con cui sono pienamente d’accordo: il confronto crea lo stato mentale. Questo concetto viene espresso dall’autore e medico Tsuji Shūichi nel suo libro 禅脳思考 (Il pensiero cerebrale zen), che tratta di come tendiamo a cambiare, purtroppo con scarsi risultati, il nostro stato mentale attraverso il pensiero positivo. Egli scrive quanto segue:

認知の脳は、比較の中で心の平安を生み出そうとします。誰かと比べることで心の状態をつくっているのです。しかし、比較思考が続く限り、幸せはあり得ません。より認知的に幸せな状態が、常に存在し続けるからです。人間の幸福の源は、比較の中にはないことを知り、そうしている自分自身に気づかねば、認知脳の暴走は続くでしょう。(…) 認知脳の暴走を認め、その中でバランスよく生きていくための脳を磨こう。

Sotto, una mia traduzione:

Il cervello cognitivo cerca di creare la pace mentale attraverso il confronto. Costruiamo il nostro stato d’animo paragonandoci agli altri. Ma finché questo confronto continua, la felicità non è possibile. Questo perché continuerà sempre a esistere uno stato mentale cognitivamente più felice. Se non ci rendiamo conto che la fonte della felicità non è nel confronto, e se non notiamo quanto ci stiamo lasciando guidare da esso, il cervello cognitivo continuerà a correre a vuoto. (…) È fondamentale riconoscere questo meccanismo e allenare la mente a trovare un equilibrio dentro di esso.

Questo passaggio mi ha fatto riflettere ancora una volta su quanto paragonarmi agli altri abbia influito, in positivo o in negativo, in svariati momenti della mia vita. Come, ad esempio, mettermi a confronto con autori già conosciuti e sentirmi indietro nel mio percorso per diventare una scrittrice.

Credo che tutti noi abbiamo vissuto qualche esperienza del genere. Oggi basta aprire una pagina social, vedere immagini e post di attimi di felicità altrui per percepire una certa mancanza. O, analogamente, sentirsi felici postando le foto di una meravigliosa vacanza appena conclusa o di un successo appena ottenuto. Il confronto crea lo stato mentale di ognuno di noi. Sentire di avere di più o di meno, di aver raggiunto traguardi o meno, impatta sulla nostra felicità. Ma, in fondo, questa felicità basata sul confronto non è che una felicità immaginaria e transitoria perché esisterà sempre qualcosa di migliore a cui aspiriamo.

Il confronto crea lo stato mentale

Possiamo liberarci dal confronto? Forse no. Ma possiamo smettere di esserne prigionieri, partendo proprio dal riconoscere il funzionamento del cervello cognitivo e imparando ad ascoltarlo con consapevolezza senza farci dominare.

E voi? Vi siete mai accorti di quanto il confronto plasmi il vostro stato mentale? Vi va di condividere un episodio?

Il ma, un importante concetto giapponese

Sono mesi che la vita mi sembra una corsa, un saltare da un’attività all’altra, un rincorrersi ansioso di pensieri, voci che si mischiano insieme a conversazioni che non permettono spazio al silenzio… E così nella tranquillità inaspettata di questa mattina ho percepito il ma, 間.

Il kanji di questo importante concetto giapponese è composto da due parti, 門 mon e 日 hi, porta/portale e sole/luce. È un’immagine molto poetica del sole che filtra all’interno.

Il ma viene descritto come una pausa nel tempo, un intervallo o vuoto nello spazio. È il tempo e lo spazio che la vita necessita per respirare, sentire, fare connessioni. Senza tempo né spazio la vita non può crescere. Così com’è non ci può essere musica senza il silenzio fra le note e non ci possono essere parole e conversazioni significative senza pause. Il ma è pieno di possibilità.

Il ma nelle arti

Questa estetica del vuoto è molto evidente nelle arti giapponesi, come per esempio l’ikebana. Qui lo spazio è un elemento essenziale e spesso il punto focale della composizione floreale. È quasi un’energia invisibile che dà vita alla forma. Lo spazio di un’opera di ikebana viene fuori dall’attenta disposizione dei materiali e, quando la osserviamo, possiamo percepire il gioco fra spazio e forma, e anche il bisogno di rallentare per non riempire il nostro spazio e tempo di cose, ma con il nostro sentire.

Analogamente, il ma è percepibile nello spazio delle opere di calligrafia, dove ogni pennellata conferisce ritmo e scandisce il tempo. O in poesia, come nelle immagini di un breve haiku, che possiamo interpretare in modo personale.

Il ma

L’importanza del ma nella vita di tutti i giorni

Forse, ciò che ci manca non è il tempo in più, ma il vuoto in cui il tempo può respirare. Così come non ci manca più spazio, ma il vuoto in cui lo spazio può prendere forma. Il ma ci insegna a non temere il vuoto, ma ad abitarlo. Perché è lì, nel silenzio tra le parole, nello spazio tra le cose, negli intervalli fra le attività che possiamo finalmente ascoltare noi stessi.

Partire da se stessi

Partire da se stessi è fondamentale quando si perde la rotta della propria vita e si è assaliti da dubbi e incertezze. A questo proposito, oggi voglio proporvi due espressioni zen: 自灯明 jitōmyō, ovvero “sii la tua luce” e 脚下照顧 kyakka shōko, ovvero “guarda i tuoi piedi”.

自灯明

La prima espressione che può aiutare a partire da se stessi è 自灯明. È un insegnamento che il Buddha Shakyamuni ha lasciato ai discepoli prima di morire e che sottolinea l’importanza di fare affidamento sulla propria luce interiore, più che sugli altri o su forze esterne.
Durante la vita siamo aiutati da altre persone, come amici e familiari, ma capita anche che ci ritroviamo da soli. Inoltre, tra tanti stimoli, informazioni, valori, ci sono anche momenti in cui smarriamo la strada. Come affrontare quindi le sfide che si presentano lungo il nostro cammino?
Seguendo la nostra voce e la nostra saggezza interiore per trovare dentro di noi la bussola della nostra vita. Che sia meditazione o scrivere il diario, che ne dite di prendervi del tempo con voi stessi e per voi stessi per ascoltare la vostra voce interiore? Per far sì che possa illuminare la vostra strada?

partire da se stessi

脚下照顧

Chi è stato in Giappone potrebbe aver visto questa espressione all’ingresso di templi zen. Originariamente usata dai maestri zen, è un avvertimento a guardare prima da vicino la propria vera natura, piuttosto che perseguire l’illuminazione rivolgendosi all’esterno. Quindi prima di provare a ragionare con gli altri, di guardare innanzitutto i propri piedi, dove si è, e riflettere su se stessi. E anche stare attenti a dove si mettono i piedi e cioè prestare attenzione alle cose che ci circondano. Kyakka significa piedi, il vero sé, se stesso. Shōko significa riflettere, pensare o guardare attentamente.

Il monaco Dōgen, fondatore della scuola zen Sōtō e del tempio Eiheiji, incorporò la pratica di mettere le scarpe in ordine nella sua pratica zen. Era probabilmente convinto che mettere in ordine le scarpe avesse una connessione con l’atto di guardare se stessi e riflettere sulle proprie azioni. Come a dire che se le scarpe sono disposte alla rinfusa, sono la prova che la mente è in confusione. Se sono in ordine, sono la prova che la mente è calma.

Quest’espressione non si limita solo al buddhismo, ma ha una certa rilevanza anche nella quotidianità. A tutti capita di sforzarsi a trovare risposte o cose importanti in luoghi lontani o attraverso il supporto degli altri. Kyakka shōko ricorda che quando ci si sente confusi, è bene guardare i propri piedi, partire da se stessi. Lì è possibile scorgere qualcosa di diverso, avere delle intuizioni e delle risposte.

Essere se stessi

Siamo da poco più di una settimana nel 2025. Come vi sentite? Io ho iniziato a fare un journaling del nuovo anno e mi è venuta in mente l’espressione giapponese ありのままの自分 ari no mama no jibun, essere se stessi. Obiettivi e cose da fare sono spesso nella lista dei buoni propositi del nuovo anno, ma non è così per l’espressione della propria natura. Credo che essere se stessi sia una priorità che troppo spesso viene accantonata per conformarsi alla società e alle aspettative.

L’espressione ari no mama no jibun

L’espressione ありのままの自分 è composta da tre parti:

  • Ari no mama, che possiamo tradurre come “come sono”, “come stanno le cose”, indica una condizione inalterata o naturale
  • No è una particella che funge da collegamento tra i due concetti, simile al “di” italiano
  • Jibun significa “sé stesso” o “io”, e si riferisce alla propria persona.

Insieme, l’espressione implica l’idea di essere se stessi, sinceri, autentici e non mascherare la propria vera natura. È un concetto che spesso si lega a temi di auto-accettazione, libertà emotiva e il rifiuto di nascondere aspetti della propria identità. In una società come quella giapponese in cui vengono enfatizzate la conformità e l’armonia sociale, l’idea di “essere se stessi” ha una connotazione particolarmente significativa di accettarsi senza giudizio in contrasto con il desiderio di adattarsi alle aspettative sociali.

Essere se stessi

Essere se stessi, la base per un anno autentico e felice

L’espressione ari no mama no jibun penso sia molto potente come base per i propositi del nuovo anno. Piuttosto che concentrarsi su obiettivi materiali o su cose da fare e ottenere, l’idea di “essere se stessi” porta a un’esplorazione più profonda e autentica della propria identità, dei propri valori e delle proprie passioni. In quest’ottica, il nuovo anno non diventa solo un momento per stabilire “cosa” vogliamo ottenere, ma piuttosto “chi” vogliamo essere, come vogliamo rimanere fedeli a noi stessi, nonostante le sfide esterne. E anche per affrontare la vita con maggiore consapevolezza e forza interiore, accettando le proprie vulnerabilità, non dimenticando di alimentare il coraggio e la resilienza sepolti sotto strati di paure e insicurezze.

Chi sentite di essere?

Io sento di essere una persona sensibile a cui piace condividere e parlare di emozioni, in particolar modo attraverso la scrittura. Spesso ho tenuto a freno questo mio sentire perché ho imparato a dare la priorità agli obblighi esterni. Perché ho imparato ad attribuire scarso valore alla scrittura in confronto a qualcosa di più tangibile dall’esterno come un lavoro. E ancora più in generale perché ho imparato a nascondere certe emozioni quando sono con gli altri, mentendo a me stessa e influenzando negativamente le mie relazioni. Perciò quest’anno, sebbene abbia pensato anch’io a dei progetti di scrittura e non, e a esperienze che mi piacerebbe fare, voglio provare, prima di tutto, ad essere me stessa, perché è quella la chiave che mi permetterà di riuscire nella vita. Essere se stessi rende più forti nelle difficoltà e permette di essere più in sintonia con i propri veri desideri, portando a fare scelte che rispecchiano chi siamo veramente, piuttosto che ciò che ci viene detto di essere. Quest’anno mi auguro di essere me stessa e di impegnarmi a farlo ogni singolo giorno. Voglia essere la persona che sento di essere abbracciando i miei valori e le mie passioni. Le mie parole e i miei modi di essere di quest’anno: sensibile, vulnerabile, fiduciosa, curiosa, creativa, determinata e audace.

E voi? Chi sentite di essere? Chi siete? Vi auguro di essere voi stessi e di avere un anno e una vita felici e autentici.

Riordino e pulizia

In questi giorni in cui sia al lavoro che a casa sto dedicando più tempo alle pulizie, mi è tornato in mente il best seller “Il potere del riordino” di Marie Kondo, libro che ha fatto molto discutere. Non sono qui oggi per consigliare questo libro, che tra l’altro non sono riuscita a finire di leggere. Mi ricordo, però, che, quando ero studentessa in Giappone, fra le mie amiche c’era chi aveva appreso le tecniche per piegare i vestiti e riordinare l’armadio. E che il cognome dell’autrice veniva spesso fuori quando mi facevano vedere come avevano sistemato la loro stanza. Per quanto mi riguarda, ciò che mi è rimasto impresso dalla lettura parziale del libro è la differenza fra riordino e pulizia.

Che differenza c’è fra riordino e pulizia?

Per quanto possano sembrare simili, riordinare e pulire sono due azioni con obiettivi diversi.
La Kondo spiega che il riordino si concentra sugli oggetti e la pulizia sullo sporco. Infatti, riordinare significa spostare oggetti e metterli al loro posto; pulire, invece, significa spazzare e spolverare per eliminare la sporcizia.

Un’altra differenza fra riordino e pulizia è la “battaglia” che si è chiamati a fare. Siccome le cose in casa non si accumulano naturalmente, ma perché vengono comprate e accatastate, riordinare è fare i conti con se stessi; al contrario, siccome la polvere e lo sporco si accumulano naturalmente, pulire è fare i conti con la natura.

La Kondo porta i due concetti anche in un confronto con le pratiche buddhiste. Spiega che la pulizia del tempio rientra in queste pratiche, ma il riordino no. Quando si pulisce si può svuotare la mente mentre le mani si muovono; quando si riordina, invece, bisogna pensare a cosa scartare, a cosa tenere, e dove mettere tutto ciò che si conserva. Perciò si può dire che grazie al riordino si ordina anche la mente; grazie alla pulizia la si purifica.

riordino e pulizia

Difficoltà a pulire

Quando ci si mette a pulire una stanza o l’intera casa, si possono riscontrare delle difficoltà. Questo succede perché non si è prima messo in ordine. Come per gli ambienti, si può dire lo stesso per lo spazio della mente. Se non ci si adopera a capire ciò che c’è, a fare una cernita fra cosa tenere e cosa eliminare, e a sistemare ciò che resta, prima o poi ci si sentirà sopraffatti.

Per riordinare la mente un metodo molto utile credo sia il diario, dove si può mettere per iscritto tutto ciò che passa per la testa e quindi fare ordine fra i pensieri. E poi per pulirla si può passare allo 座禅 zazen, alla meditazione seduta, per entrare in un contatto profondo con noi stessi. Lo zen ci invita a tenere sempre la mente pulita attraverso l’espressione 洗心 senshin, i cui kanji appunto significano “pulire la mente”.
Lamentele, preoccupazioni, aspettative, pregiudizi, idee fisse… tutto ciò inquina la mente, che se non viene pulita, diventa sempre più sporca, causando angoscia ed influenzando negativamente la nostra vita e quella di chi ci circonda. Con la meditazione non solo si riesce a vedere lo sporco, ma anche a lasciarlo fluire via.

Come per le pulizie della casa, che ne dite di prendere l’abitudine delle pulizie della mente?
Un po’ di diario e di meditazione possono riordinare e pulire la mente, rendendo migliore la vita.

Genki kubari, egao kubari

In questi giorni che mi trovo a lavorare a contatto con tanti turisti mi sono ricordata del proverbio giapponese 元気くばり笑顔くばり genki kubari, egao kubari. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi”.

Giornate lunghe con turni irregolari e frenetici, giornate piene di voci, lingue e rumori sono spesso molto stressanti tanto che finisco per andare a letto distrutta e svegliarmi già stanca il giorno dopo. E quando sono stanca mi capita di non essere di buon umore. Tuttavia, ho notato che facendo mio genki kubari, egao kubari riesco ad affrontare meglio le giornate e renderle migliori per me e per gli altri.

Genki kubari, egao kubari e la bellezza del dare

Mi capita di pensare di frequente che il mio sia un lavoro monotono, dove ogni giorno ripeto le stesse azioni e le stesse spiegazioni a ogni turista. Poi però, quando ci rifletto su, mi rendo conto di non poter parlare di semplice ripetizione. Questo perché incontro tante persone diverse, provenienti da paesi diversi; perché ogni incontro è unico, tanto più quando si sa che non s’incontrerà più quella persona. Perciò, cosa c’è di più bello di accoglierla con energia e un sorriso?

Genki kubari, egao kubari

Proprio la settimana scorsa, quasi al termine di un lungo turno, ho conosciuto una cliente che mi ha chiesto vari consigli sui prodotti, per poi chiedermi di più su di me e raccontarmi di più su di lei. Ci siamo trattenute in una bella chiacchierata che si è rivelata un momento intenso, in cui sono riuscita a donare la mia energia e i miei sorrisi. È stato bellissimo quando, prima di andar via, la cliente mi ha confidato di essersi sentita a casa.

Genki kubari, egao kubari mi porta a credere che dare non toglie niente a chi dà, anzi, arricchisce sia chi dà sia chi riceve. D’ora in poi, anche quando sono stanca, proverò a donare più energia e sorrisi.

Voglia di fare, yaruki

Ci sono giorni sì e giorni no. Giorni in cui tutto sembra venirci facile e naturale さっさとできる日 sassato dekiru hi; e giorni in cui, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a fare nulla 全然ノらない日 zenzen noranai hi. A volte, siamo davvero poco concentrati o non in forma e forse è meglio lasciar stare, non forzare. A volte, però, ci diciamo che non abbiamo voglia di fare, yaruki やる気, che non abbiamo motivazione. E ci mettiamo in attesa nella speranza che arrivi. Ma poi non arriva. Questo perché la motivazione non arriva dal nulla.

Come nasce la voglia di fare?

Tempo fa ho letto il libro “やりたいことを全部やる!時間術”, Yaritai koto wo zenbu yaru! Jikanjutsu (che si può tradurre come: Fare tutto ciò che vogliamo fare! Gestione del tempo) scritto da Usui Yuki. È un libro che parla della gestione del tempo principalmente per il lavoro, ma anche per lo studio, gli interessi, gli incontri.
Uno degli spunti che più mi sono rimasti impressi è la visione dell’autrice sulla voglia di fare, yaruki. Cos’è lo yaruki?
Yaruki è 意欲 iyoku, volontà. Perciò non dobbiamo aspettare finché ci farà visita, ma dobbiamo farla nascere dentro di noi, facendo un primo passo.
Per rendere più esplicita la connessione fra azione e volontà, l’autrice spiega il funzionamento del nostro cervello. Facendo un’azione, il cervello entra in uno stato di eccitazione, 作業興奮 sagyō kōfun. In questo stato viene fuori la motivazione, il movimento della corteccia associativa frontale (che è il centro di comando del cervello) migliora, e la testa si schiarisce. In altre parole, non è che facciamo qualcosa una volta venuto fuori lo yaruki, ma è agendo che esso viene fuori. Perciò, se l’aspettiamo non faremo che sprecare tempo.

voglia di fare, yaruki

Cosa fare quando non ci sentiamo motivati?

L’autrice dà tre consigli, spiegando che potrebbe bastare anche uno.

  • Mettere una musica di sottofondo
  • Utilizzare olii aromatici, su un fazzoletto o in un diffusore, come citronella, ginepro e menta piperita
  • Incoraggiarsi con frasi del tipo: “Ci riesco”, “Anche oggi sarà un gran giorno”

E voi? Come vi comportate quando avete un progetto o un lavoro da fare? Siete di solito più pronti ad agire o aspettate che arrivi la voglia di fare? Cosa fate di solito per darvi la carica o ritrovare la motivazione?

Il gatto che voleva salvare i libri

Di recente ho letto “Il gatto che voleva salvare i libri”, scritto da Natsukawa Sōsuke e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2020.
Non è stata una di quelle letture che mi ha catturato alla prima pagina. Questo perché mi è sembrato un libro dove fatti ed emozioni più che mostrati vengono raccontati. Perciò, non sono riuscita a immedesimarmi nel protagonista e sentire vicina la sua storia. Tuttavia, gli argomenti trattati, quali la lettura e i libri, mi hanno spinta ad arrivare fino in fondo. E devo dire che, sebbene il libro non mi abbia entusiasmata, mi ha fornito spunti su questioni come la relazione fra lettura e tempo a disposizione, e i libri fra esigenze di mercato e necessità di trasmettere emozioni. Credo sia questo il punto a favore de Il gatto che voleva salvare i libri, e questo il motivo per cui lo consiglio a chi ama la lettura.

Trama de “Il gatto che voleva salvare i libri”

Il luogo principale del libro è la libreria Natsuki, un negozio polveroso e solitario, dove si possono trovare capolavori di tutto il mondo. L’appassionato e colto proprietario muore e il nipote Rintarō, che eredita la libreria, deve far fronte alle difficoltà per tenerla in piedi dato il numero esiguo di lettori. Un giorno, appare un gatto parlante, dalla corporatura imponente e con una pelliccia a strisce ocra e marroni, che convince il ragazzo a intraprendere la missione di salvare i libri dalla loro scomparsa. Così, inizia un’avventura attraverso quattro labirinti per risolvere questioni legate all’importanza della lettura e alla forza dell’amore.

Chi è “un lettore”?

Nel primo labirinto de “Il gatto che voleva salvare i libri”, incontriamo un personaggio che legge freneticamente un numero enorme di libri e appena finito uno lo chiude in una vetrina chiusa a chiave per non riprenderlo mai più.

Il mondo è pieno di persone che vengono definite “lettori”. (…) Vale più qualcuno che ne ha letti ventimila di uno che ne ha letti diecimila. E proprio per il fatto che c’è un mucchio di libri che si dovrebbero leggere, rileggerne uno non sarebbe altro che uno spreco di tempo.

Chi è un lettore? Possiamo definire un lettore chi legge tanti libri e sempre di nuovi? O chi rilegge anche libri già letti?
Ha senso leggere un libro in modo frenetico solo per aggiungerne un altro alla lista dei libri già letti?

Tempo e lettura

Nel secondo labirinto viene affrontato il tema del tempo che possiamo dedicare alla lettura. Incontriamo un altro personaggio bizzarro che ritaglia i libri per trasformali in sinossi e renderli brevi per facilitare i lettori.

Le storie che non vengono lette finiscono per scomparire. Io do loro il giusto valore, e per preservarle mentre sono ancora vive vi aggiungo qualcosa. Le trasformo in sinossi. Le sottopongo a lettura veloce. In questo modo, non solo riesco a far rimanere traccia nel presente di storie destinate a scomparire, ma posso soddisfare le aspettative di tutti quelli che desiderano venire a contatto con questi capolavori agevolmente e in un breve lasso di tempo. “Melos si infuriò”. Non è forse una fantastica sinossi?

Anche a me, da lettrice, viene facile trovare nuovi titoli da leggere e così la lista dei libri continua ad aumentare. E non nascondo di avere svariati libri comprati ancora da leggere… Spesso vorrei trovare più tempo o essere più veloce per poter essere al passo con ciò che vorrei leggere. Eppure ha senso leggere in modo veloce, senza assaporare la profondità che si nasconde fra le righe e in passaggi che vanno letti e riletti per essere compresi a fondo?

Il gatto che voleva salvare i libri

Il libro: oggetto di consumo o portatore di emozioni?

Nel terzo labirinto incontriamo un personaggio che tratta libri solo come un oggetto di consumo che vanno venduti per ricavare profitti.

Vendere libri è molto facile. Basta attenersi a un’unica semplice regola (…) La regola è vendere libri che si fanno vendere! (…) Qui non pubblichiamo libri per trasmettere qualcosa, ma solo quelli che la società ci richiede. Io me ne frego di messaggi da comunicare, di filosofie da tramandare ai posteri, di crudeli realtà o di verità complesse. Non è questo cui la società ambisce. Ciò che serve a una casa editrice non è stabilire cosa bisogna trasmettere al mondo. È sapere che cosa il mondo desidera che gli venga trasmesso. (…) È solo così che la mia casa editrice può continuare ad accumulare gli adeguati profitti.

Al mondo d’oggi le persone sono troppo indaffarate, e non hanno né tempo né soldi da spendere in voluminosi capolavori della letteratura e via discorrendo. Ma la lettura di libri come status sociale ha ancora il suo richiamo, e tutti cercano disperatamente di arricchire anche solo un minimo il proprio misero curriculum con opere di una qualche difficoltà. E noi pubblichiamo libri proprio pensando alle esigenze di queste persone. (…) I compendi da due soldi e le sinossi si vendono come il pane! (…) Ma per quelli che desiderano solo degli stimoli, i più indicati sono i libri con descrizioni crude di sesso o di violenza. E per chi non ha fantasia, basta aggiungere in copertina “Ispirato a una storia vera” e solo con quello le tirature aumentano di molto, gli incassi si gonfiano di conseguenza e il gioco è fatto! (…) E per quelli che di base non prenderebbero mai in mano un libro, è sufficiente compilare delle semplici informazioni. “I cinque segreti del successo”, o “Le otto regole per fare carriera”, tanto per portare un esempio.

Indubbiamente, il mercato e cosa vuole il pubblico sono dati indispensabili per le case editrici e per le librerie. Ma a stabilire il valore dei libri è davvero solo il numero di copie vendute? O sono importanti anche le emozioni e i messaggi che veicolano?

Avete letto “Il gatto che voleva salvare i libri”? Cose ne pensate?
E poi, che lettori siete? Cos’è per voi un libro? Cosa ricercate in un libro?

Sekishu onjō

Oggi voglio parlarvi dell’espressione sekishu onjō 隻手音声. Questo è un kōan del monaco zen Hakuin (1686 – 1769), vissuto nella metà del periodo Edo (1603-1868). Ma cos’è un kōan?

Definizione di kōan

Un kōan è un’affermazione o una domanda paradossale, o anche un racconto, utilizzati come tecnica di meditazione per risvegliare una profonda consapevolezza. È una tecnica fondamentale della scuola Rinzai per l’addestramento dei novizi, poiché sfida l’allievo a riflettere al di là delle solite modalità di pensiero e ragionamento.

Il kōan sekishu onjō

Torniamo a sekishu onjō che Hakuin propose a un praticante. Questo può essere tradotto come: “Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?”

Non si possono battere le mani con una sola mano, quindi non si produce nessun suono. Come si può allora sentire il suono di una sola mano?

Hakuin vuole portare il praticante in un mondo che va oltre il giudizio e il pensiero di ogni giorno. Per quanto possiamo sforzarci di sentire, non riusciremo a sentire niente. Per quanto ci pensiamo, non troveremo una risposta. Se restiamo bloccati nel pensiero logico, non troviamo una risposta che abbia senso. Ci sono cose che vanno oltre le parole e che non possono essere spiegate attraverso queste. Ci sono voci senza voce, voci che non possono essere colte con le orecchie, suoni senza suono. È importante scrollarci di dosso l’idea che le voci e i suoni devono essere ascoltati con le orecchie. Possiamo accoglierli, invece, con gli occhi, il naso, la pelle, tutto il corpo.

Sekishu onjō. "Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?"

Sekishu onjō è un’esortazione a guardarci dentro e sfidare i preconcetti e gli schemi mentali convenzionali con cui cogliamo o condensiamo la realtà. Come gli altri kōan, ci invita a capire che quelli non ci offriranno una risposta, in quanto la realtà non può essere ridotta in definizioni o pensieri precisi. Ci invita a vedere la realtà così com’è e non come la mente vuole vederla e, così, ci conduce oltre risposte prefabbricate che ci tengono lontani dall’illuminazione.

Avete mai sentito sekishu onjō? Cosa ne pensate? Vi sono altri kōan che vi sono sono rimasti impressi? Se volete, fatemelo sapere nei commenti 🙂

Il coperchio del mare

Il 20 giugno, con il solstizio d’estate, ci lasciamo alle spalle la primavera. Così, ho pensato di proporvi una lettura estiva: “Il coperchio del mare” di Yoshimoto Banana. È stato pubblicato in Italia nel 2009 da Feltrinelli, quindi molti di voi probabilmente lo conosceranno e l’avranno già letto. Anche per me non è una nuova lettura, ma è uno di quei libri che ho riletto con piacere dopo anni.

È un romanzo breve di poco più di cento pagine, che scorrono via delicate come le onde del mare in un giorno di sole. Sebbene il ritmo sia lento e la trama semplice senza particolari colpi di scena, Il coperchio del mare si fa leggere nel giro di un paio d’ore.

La storia si svolge in un’estate e vede nascere l’amicizia fra due giovani donne: Mari e Hajime. La prima, che è la protagonista della storia, è una giovane che, dopo la laurea a Tokyo, ritorna nel suo paese per aprire un chiosco di granite. Aveva sognato di aprirlo nell’isola del Sud, ma poi grazie all’incontro con la proprietaria di un negozio di granite che aveva deciso di mettere su la propria attività nella sua terra, anche Mari decide di fare lo stesso.
Un giorno, sua madre le dice che Hajime passerà l’estate con loro. Mari non vede di buon occhio la cosa, avendo appena aperto l’attività ed essendo l’estate il periodo lavorativo più impegnativo. Nemmeno Hajime è ben disposta poiché sta affrontando un periodo difficile per la morte della nonna. Ma quando viene a sapere della vicinanza del mare, si convince ad andarci. Il mare, che si inserisce nelle loro vite e ne scandisce le giornate, è una presenza fondamentale del romanzo.
Mari e Hajime passano molto tempo insieme, imparano a conoscersi e diventano amiche ma poi sul finire dell’estate arriva il momento dei saluti. Mari è triste, ma i ricordi preziosi del tempo passato con Hajime l’aiutano a sopportare i mesi invernali. Inoltre, sente di aver aiutato a modo suo l’amica e averle dato il coraggio per affrontare il futuro.

Tre motivi per leggere Il coperchio del mare

Sono tre gli aspetti che più mi sono rimasti da quest’ultima lettura e sono i motivi per cui consiglio questo libro.

  • La presenza forte dell’estate
  • La connessione fra le protagoniste e il mare
  • La nostalgia per qualcosa che non c’è o non ci sarà più che si mescola con la forza di andare avanti

L’estate

Quando penso all’estate in Giappone subito mi vengono in mente due cose: il caldo afoso e “le voci” degli insetti. Se continuo a pensare, rivedo i vestiti messi ad asciugare all’aperto sotto il sole cocente, fuori i balconi degli appartamenti o negli spazi più ampi delle case indipendenti. Ed è proprio ciò che ho rivissuto leggendo Il coperchio del mare.

Nelle località di mare è soltanto la sera che il vento porta con sé il forte odore della salsedine. La mattina, invece, l’aria, che man mano si scalda, è talmente secca che per reazione l’animo si fa serio. Chiedendosi fino a che punto si alzerà la temperatura della giornata. (P.38)

La biancheria si asciugava ogni secondo di più. Assorbendo quella magnifica energia mattutina che abbondava tutt’intorno, ogni angolo di tessuto esposto alla luce si seccava per bene e prendeva un buon profumo. (P.38)

Quella splendida vista che si godeva dall’alto del promontorio era l’unica cosa che non era cambiata affatto da quando ero piccola, era stata preservata con grande attenzione. Forse erano cambiati i souvenir dei negozietti sulla strada, ma la fitta vegetazione della zona, l’assordante frinire delle cicale e il sentiero che portava al belvedere erano rimasti identici. (P.57)

La connessione fra le protagoniste e il mare

La Yoshimoto descrive con delicatezza gli incontri e la connessioni fra le protagoniste e il mondo marino. Due mondi diversi che si osservano e comprendono di fare parte di un mondo più grande, che ingloba tutto e tutti, in cui non esistono protagonisti, ma semplici personaggi che possono conoscersi a vicenda.

Se i nostri sguardi si incrociavano, anche gli esseri marini ci osservavano con attenzione. I loro occhi rotondi si fissavano su di noi, ne ero sicura. Nei frangenti in cui ci spiavamo a vicenda, erano le nostre anime a spiarsi. (P.40)

Per qualche istante, ognuno di noi era come se fosse in vetrina. Vivevamo in due ambienti diversissimi, non potevamo neppure respirare nel mondo dell’altro, eppure riuscivamo lo stesso a osservarci a vicenda e a distinguere le nostre reciproche esistenze. (P.41)

Il coperchio del mare

Nostalgia ne Il corperchio del mare

Il coperchio del mare è permeato da un forte senso di nostalgia. La si sente nei confronti di un passato che non può più tornare e di un futuro fragile, poiché tutto è destinato a scomparire. La si percepisce anche in quel miscuglio di sentimenti in bilico fra il darsi di fare e il dubbio sulla validità di questi sforzi.

L’unica cosa che so per certo è che, quando ero piccola, la vita in questo paese era fantastica, tanto da credere di trovarsi in un paese delle meraviglie dove il mare e le montagne si rinnovano ogni giorno. (…) Il cambio delle stagioni il bel clima… le cose piacevoli erano così numerose da non riuscire a prenderle con entrambe le mani.(…) Forse l’unica cosa che mi rende davvero triste è vedere che la mia gente si è arresa. Io ci tengo ancora al mio paese. (P.53)

Se non siamo in grado di conservare le cose belle del nostro paese, come facciamo a percepire la continuità? Su che cosa possiamo fare affidamento per trovare la forza di andare avanti? Voglio dire, se tutte le cose belle sono destinate a sparire, a che serve darsi da fare? (P.54)

Eppure questo senso nostalgico apre la protagonista alla consapevolezza del tempo limitato della vita e all’importanza di contemplare e trattenere con gli occhi, la mente e il cuore ciò che di bello c’è intorno.

L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. Un essere che può esporsi al sole senza provare vergogna una che riesce a sentire le parole degli spiriti che vivono sotto le rocce o all’ombra degli alberi. L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (…) Una cosa che non era impossibile. Dopo tutto, gli esseri umani sono stati concepiti per vivere così, ed è per questo che sono venuti su questo mondo. (…) Persino Hajime, che andava dicendo quelle tristi verità, sembrava fissare il suo sguardo cristallino su tutto ciò che aveva attorno. Lei non era come me che rimpiangevo il passato, in lei si percepiva la capacità di focalizzarsi su quello che aveva davanti agli occhi. (PP. 63-4)

Inoltre, le fa comprendere che tentare di creare qualcosa di permanente è impossibile, ma in fondo, va bene così. È proprio la brevità e la fragilità della vita che le dà valore e ci rende attaccati ad essa.

Il mio chiosco era l’unico posto al mondo che potessi considerare completamente mio. (…) Il ghiaccio si scioglie e svanisce velocemente, e io avevo l’impressione di vendere dei piccoli cubetti di tempo. I sogni di un istante. Momenti impalpabili come bolle di sapone, ambiti da tutti: anziani, adulti e bambini. Una sensazione a cui tenevo moltissimo. Per cui l’idea di rendere le cose più permanenti era assolutamente impensabile. Il ghiaccio si scioglie, fragile e dolce. Per me quello era già un miracolo. Che adoravo. All’inizio assomigliava alla bruna bianca e fine, poi piano piano si solidificava, e alla fine ritornava acqua. Il tutto però finiva negli stomaci delle persone, in un bagno di dolcezza. Una sensazione di questo tipo. (P.76)

Purtroppo non potrò vedere all’infinito l’alternarsi delle stagioni. Di sicuro me ne andrò da questo mondo prima del salice sul fiume. Persino avere degli amici o una famiglia non potrà cambiare il mio destino… Feci questo pensiero e lo splendore di tutto ciò che amavo in questa vita… il salice, le granite, il mare d’autunno con la sua aria fredda, le nuvole sottili quasi trasparenti, e i volti delle persone cui volevo bene… tutto quanto mi comparve davanti agli occhi. Ogni volta che mi capitava, mi veniva da piangere. All’idea di quanto breve fosse l’esistenza del nostro corpo. Vista la sua brevità, mi rendevo conto di essere troppo attaccata alla vita. L’amavo troppo, decisamente troppo. (P.112)

Il coperchio del mare è la storia di una stagione che cambia la vita di Mari e Hajime. Ma in essa si può cogliere la storia di tutti noi: di alti e bassi; di tensione fra passato, presente e futuro; di passaggi stagionali e cambiamenti; di incontri e legami con cose e altri esseri viventi; di presa di coscienza e crescita personale; di voglia di godersi ogni giorno e dare un senso allo scorrere del tempo.