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Cos’è un incontro?

Se pensiamo al significato della parola “incontro”, questa può indicare il fatto di incontrare qualcuno o l’incontrarsi casuale di due o più persone. Con “incontro” si può intendere anche qualcosa di organizzato, come un incontro fra politici o una partita sportiva.
Cos’è quindi un incontro? Il ritrovarsi o riunirsi di più persone?
Non solo. Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo diverso e più profondo. Questo tramite due espressioni, una legata al monaco zen Dōgen, l’altra alla cerimonia del tè.

我逢人, gahōjin

Gahōjin può essere interpretata come deai wa subete no hajimari e quindi tradotta come “l’incontro è l’inizio di tutto”.
Quando Dōgen conobbe il suo maestro in Cina pensò che quell’incontro fu l’inizio di tutto. Da qui si capisce come gahōjin enfatizzi l’importanza delle relazioni umane nel processo della conoscenza. Ci ricorda, infatti, che da soli ci sono cose che non possiamo vedere e mondi che non possiamo conoscere. Questo perché ogni persona vive in un posto diverso e ha esperienze diverse. In quest’ottica, non importa se ci troviamo a conoscere persone piacevoli o ad affrontare persone che non ci piacciono, ogni incontro apporta qualcosa di nuovo e diventa un’opportunità di crescita.

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno che vi ha aperto gli occhi su qualcosa che non avevate pensato? O che vi ha fatto scoprire una nuova prospettiva?
Magari non è una persona. Magari è un luogo, un libro…

一期一会, ichigō ichie

La seconda espressione zen è ichigō ichie, che può essere tradotta come “una volta, un incontro”, “solo per questa volta”, “una volta nella vita”. Quindi ci ricorda che ogni incontro è unico.
Ogni giorno facciamo diversi incontri: con persone nuove, amici o vecchie conoscenze; con luoghi a noi sconosciuti o familiari; con informazioni più o meno note. Spesso in un incontro con persone, luoghi, informazioni già conosciuti abbiamo l’impressione di trovarci in situazioni già vissute e prive di novità. Ma non è esattamente così.
Anche incontrando le stesse persone, nello stesso luogo, alla stessa ora, ci sarà sempre qualcosa di diverso, come, ad esempio, le condizioni climatiche, ciò che ci si racconta, il nostro stato d’animo… Ed è questo che ci insegna l’espressione zen di oggi: l’unicità di ogni incontro, poiché non c’è niente che si ripete nella vita, niente che possa essere davvero replicato.

Questa espressione è legata alla tradizione della cerimonia del tè ed è spesso scritta a pennello su pergamene appese ai muri della sala da tè. Durante la cerimonia, si accoglie l’ospite con attenzione e cuore sincero poiché lo si accoglie in quella particolare, unica volta nella vita.

Ogni momento accade solo una volta, ogni giorno accade solo una volta. Se lo teniamo a mente e vediamo le cose per come sono (cioè uniche e irripetibili), non viene più facile mettere il cuore in ciò che facciamo?

Cos'è un incontro? Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo prodondo

Che ne pensate? Cos’è per voi un incontro?

Vedere oltre la superficie

Cosa possiamo vedere oltre la superficie?

Anche il post di oggi prende spunto dal libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” (Yamakawa Shuppansha, 2017) del monaco Uno Zenchi. È un libro che ho amato tantissimo e che mi ha offerto molteplici spunti di riflessione. Al momento, che io sappia, non esiste una traduzione in italiano, perciò vorrei condividere con voi dei concetti che mi sono rimasti impressi, fra i quali 観る, miru, vedere oltre la superficie, di cui ho già scritto nel post sulla lingua giapponese.

Due esercizi

Il monaco racconta che quando pensa a 観る gli viene sempre in mente un esercizio di osservazione che gli è stato insegnato da un monaco. Questi, un giorno, prese un foglio fra le mani e gli chiese cosa ci vedeva. Era un foglio bianco su cui non c’era scritto né disegnato niente. In una situazione del genere cosa pensereste?
Uno Zenchi dice che se vediamo solo con gli occhi, ovviamente risponderemo che non vediamo niente. Ma come cambia la nostra risposta se ci viene chiesto di cosa è fatto questo foglio? Diremo che è fatto di carta e quindi penseremo che, in principio, era un albero. E ancora, come cambierebbe la situazione se guardassimo il foglio pensando che deriva da un albero? Riuscendo a vedere oltre la superficie, percepiremo l’esistenza dell’albero diventato materiale del foglio: quindi come è nato il foglio dall’albero e la relazione ‘verticale’ che sussiste fra i due. Questo è 観える, mieru, penetrare nelle cose.

L’esercizio può andare ancora avanti se ci mettiamo a pensare a come era l’albero, se si ergeva da solo, dove e in che modo, insomma se riflettiamo sulle sue relazioni ‘orizzontali’. Uno Zenchi scrive che lui penserebbe a un luogo dove ci sono molti alberi che crescono veloci per la pioggia abbondante. Così, nel foglio bianco si può vedere un bosco e perfino una foresta. A questo punto, si può immaginare una montagna alberata e anche lo scorrere di un ruscello. Poi il sole che illumina con la sua luce, le nuvole che fluttuano nel cielo azzurro, il verso degli uccellini. Ora il singolo albero percepito viene a trovarsi in relazione con molte altre cose. Questo esercizio è un’occasione per percepire la connessione fra l’io e tutto ciò che c’è nel mondo.

okayu per vedere oltre la superficie


Un esercizio simile possiamo farlo anche davanti a una ciotola di okayu, una sorta di porridge di riso. Nella pratica zen, quando si mangia, si intonano dei versi, detti gokan no ge. Il primo recita così:

一つは功の多少を計り、彼の来処を量る。

Hitotsu wa kō no tashō wo hakari, ka no raisho wo hakaru.

Questo porta il monaco Uno Zenchi a pensare a quanti sforzi e difficoltà di tante persone ci sono voluti affinché questo pasto giungesse a lui. E così pensa al volto del monaco responsabile della cucina che si è alzato presto per preparare e disporre il cibo. Pensa all’autista del camion che ha trasportato il riso e agli agricoltori che l’hanno prodotto. E poi ancora alle persone che hanno costruito il camion, alle persone che lavorano nella fabbrica dove si raffina il carburante, ai loro genitori, i genitori dei genitori e così via. Come in un foglio bianco, in una ciotola di okayu si possono vedere molteplici esistenze, infinite relazioni, tutto ciò che c’è nel mondo.

Vedere oltre la superficie per scoprire connessioni

Potrebbero sembrare esercizi insensati per noi che siamo abituati a trattare cose e cibi come oggetti per soddisfare i nostri bisogni. Per noi che consideriamo separati noi e gli altri, noi e le cose, noi e il mondo. Eppure, se ci fermiamo per vedere oltre la superficie, scopriamo connessioni e relazioni a cui non avevamo fatto caso e quindi possiamo renderci conto di fare parte di un mondo più grande, che non si esaurisce nella nostra esperienza limitata. Siamo legati a ciò che c’è intorno e a chi ci sta intorno più di quanto siamo soliti pensare.

Nagori, o la nostalgia di una stagione

Una delle mie ultime letture è stata “Nagori” di Sekiguchi Ryoko, un libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2022. Il libro è una riflessione che parte dal termine nagori e dalle sue implicazioni nel nostro rapporto con le stagioni, la natura e il tempo. Il testo è breve e si legge tutto d’un fiato grazie alla scrittura dell’autrice che combina abilmente memoir e poesia, racconto della natura e food storytelling. Per chi ama il Giappone, chi ne apprezza il pensiero e la sensibilità così peculiari, questa è di sicuro una lettura da non trascurare.
Qui voglio condividere con voi cosa mi porto da questo libro.

La bellezza del termine nagori

La cosa che più mi è rimasta dalla lettura è la bellezza del termine nagori. Questo termine viene spesso considerato in relazione ai termini hashiri e sakari, utilizzati per descrivere lo stato di stagionalità di un prodotto.
Come spiega la Sekiguchi, i termini hashiri, che esprime il concetto di “primizia”, e sakari, che esprime il concetto di “piena stagione”, sono di facile comprensione e condivisi da svariate culture. Nagori, invece, è un concetto intraducibile che si potrebbe definire come di “retro-stagione”. Un prodotto in nagori, si consuma dopo il periodo di maturazione, quando si è ormai vicini al non trovarlo più e si è costretti ad aspettare un anno per gustarlo di nuovo. In quest’ottica, nagori rappresenta la nostalgia di una stagione che sta terminando e che lasciamo andare a malincuore. Ma il significato di nagori non si ferma a questo. La parola significa “traccia”, “presenza” e rappresenta l’atmosfera di qualcosa che non esiste più, sia esso un oggetto, un evento, o qualcuno. Può anche riferirsi agli strascichi di una malattia o ai danni di un terremoto. O ancora all’addio che ci si scambia prima di partire o separarsi. Definisce, insomma, quello che “resta”. Nagori non è solo un termine intraducibile, è più di una semplice idea, è un modo di sentire, intriso di attaccamento, nostalgia e temporalità.

Il gusto di nagori annuncia l’imminente partenza del frutto, fino al nuovo incontro l’anno successivo. Lo assaporiamo gelosamente, come se volessimo farne durare il gusto il più a lungo possibile sul palato. Poi a poco a poco, il gusto si affievolisce (…). Accompagniamo la sua partenza, sentiamo che il frutto, col suo sapore, si è sparso nel nostro corpo. Restiamo immobili per un istante, come per verificare che separandoci ci siamo anche uniti.

Che cos’è una stagione?

“Nagori” ha anche reso più profonda la mia idea di stagione. Da bambina ho imparato che in Italia ci sono quattro stagioni e anche a delimitarle in mesi precisi dell’anno. E poi in Giappone le ho sperimentate ancora più intensamente, percependo differenze di temperatura, piante e colori in modo più forte rispetto alla città italiana in cui sono cresciuta. Tuttavia, le stagioni non sono qualcosa di fisso. Basta pensare che le stagioni non sono uguali in tutti i paesi e che ci sono paesi che hanno una sola stagione. Per di più, se consideriamo le stagioni in relazione ai cibi, la questione si complica ulteriormente. Oggigiorno i prodotti vengono surgelati, ridotti in conserve, trasportati da un luogo all’altro, cosicché possiamo mangiare fragole in inverno o cavoli in primavera. Si può quindi ancora parlare di “cibi di stagione”? O ancora, si può parlare dei concetti “di stagione” e “stagione” come siamo soliti intendere?
Forse no. Come spiega la Sekiguchi, sono le parole a forgiare le stagioni, è attraverso le parole che viviamo le stagioni. Non si potrebbe percepire ciò che non ha nome. Sono state la letteratura e la scrittura ad aver plasmato la coscienza e l’immaginario delle stagioni nei giapponesi. Nel Man’yoshu, la prima antologia di poesia del settimo secolo, migliaia di componimenti sono stati catalogati per stagioni e già nel decimo secolo alcune parole sono stata associate espressamente a una determinata stagione. Poi con la nascita dello haiku, brevi componimenti poetici dove è formalmente d’obbligo inserire un kigo, ovvero una parola legata alla stagione, si viene a creare un vocabolario stagionale condiviso dai poeti, che attinge all’immaginario collettivo delle “quattro stagioni”. È così che il mondo viene suddiviso in stagioni: piante, pesci, rituali, malattie stagionali e così via. Si può parlare della sensibilità alle stagioni dei giapponesi proprio perché sono abituati ad associare le parole a una determinata stagione.

Nagori, o la nostalgia di una stagione


Ma quindi cos’è “essere di stagione”? Cos’è una “stagione”?
Mi piace riportare qui le parole dell’autrice:

Forse, “essere di stagione” è questo. Questo essere nell’istante, nella vita. Se l’incontro con un prodotto è simile all’incontro con una persona, esso può conoscere momenti di passione e amore, ma anche di separazione. In questi incontri, ci sono momenti in cui ci sentiamo particolarmente sensibili all’altro, così come possiamo essere colpiti dalla brillantezza dei fiori quasi fosforescenti sotto i raggi lunari (…)

Ogni odore mi portava la presenza di altri esseri, facendomi capire che era questo, la stagione: un profumo, una traccia di un istante di presenza.

Perché lo consiglio

“Nagori” è un viaggio nella sensibilità giapponese, un percorso di riflessione sulle stagioni, sul tempo, sulla nostra relazione con il tempo della natura. Una lettura consigliata a chi vuole approfondire questi argomenti e ricavarne una nuova prospettiva.

Shoshin wasuru bekarazu

Ricordo bene il giorno in cui una delle lettrici giapponesi presentò alla mia classe l’espressione 初心忘るべからず shoshin wasuru bekarazu. Ricordo bene di come le sue dita scorrevano sulla lavagna e tracciavano quei pochi kanji e caratteri dello hiragana che non avrei più dimenticato.

L’espressione viene spesso tradotta come “non dimenticare lo spirito iniziale” e la professoressa la presentò a noi, studenti non più del primo anno, per spronarci nello studio della lingua giapponese. L’avevo interpretata come “non dimenticare lo spirito iniziale di quando hai deciso di studiare il giapponese e, in senso più lato, non dimenticare la motivazione che ti ha spinto a intraprendere un nuovo percorso”.
Solo con il tempo ho scoperto che aveva un significato più profondo. 

Il significato per Zeami

A lasciarci questa espressione, molto nota in Giappone, è stato il grande maestro del teatro Nō, Zeami (1363?-1443?). Nel Kakyō Zeami scrive:

是非の初心忘るべからず

時々の初心忘るべからず

老後の初心忘るべからず

Zehi no shoshin wasuru bekarazu

Toki doki no shoshin wasuru bekarazu

Rōgo no shoshin wasuru bekarazu

“Non dimenticare mai lo spirito iniziale

Non dimenticare lo spirito iniziale in ogni momento

Non dimenticare lo spirito iniziale nella vecchiaia”

shoshin wasuru bekarazu

Zehi no shoshin wo wasuru bekarazu è un invito a non dimenticare l’arte che si è appresa da giovane attraverso gli sbagli e le difficoltà. Ciò sarà la base per il successo futuro. Se si dimentica lo spirito iniziale di quando si era giovani e inesperti, non si potrà imparare e migliorare nell’arte teatrale. Perciò non si deve mai dimenticare lo spirito iniziale durante la vita.

Toki doki no shoshin è ciò che si accumula con gli anni. Dalla gioventù fino alla vecchiaia è importante impersonare ruoli o stili adatti alla propria età o fase della vita. Se si dimentica cosa si è imparato in un determinato momento, non si potrà imparare niente nel successivo, quando ci si trova ad affrontare un’altra opera o un altro personaggio.

Rōgo no shoshin è acquisire lo stile artistico adatto alla vecchiaia. Anche da anziani, ci si trova ad affrontare delle sfide per la prima volta. Perciò non dimenticare lo spirito iniziale nella vecchiaia è un invito a non dimenticare di essere dei principianti anche in età avanzata. Non si può pensare di aver raggiunto il massimo livello e di non poter apprendere nuove competenze o di perfezionare quelle già acquisite. Si può sempre migliorare affrontando le sfide con umiltà, avendo presente la propria immaturità e inesperienza.

Per Zeami, quindi, shoshin è l’attitudine di chi accetta la propria immaturità e affronta nuove sfide e situazioni di cui non ha mai fatto esperienza.

Shoshin wasuru bekarazu e le sfide di ogni giorno

In quest’ottica, si può dire che gli insegnamenti di Zeami non si riferiscono soltanto all’arte teatrale, ma possono essere applicati a ogni sfida che si presenta lungo il nostro cammino. Se accogliamo le prove con lo spirito di chi sa che è inesperto e vuole imparare, con lo spirito di chi sa che può sempre migliorare le proprie competenze o apprenderne di nuove, riusciremo a crescere.
Ognuno di noi ha imparato qualcosa attraverso gli sbagli e le difficoltà. Custodiamo ogni esperienza, facciamone il nostro bagaglio per superare le prove che verranno. Non lasciamo che la paura o le preoccupazioni ci fermino.
Shoshin wasuru bekarazu!