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Il gatto che voleva salvare i libri

Di recente ho letto “Il gatto che voleva salvare i libri”, scritto da Natsukawa Sōsuke e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2020.
Non è stata una di quelle letture che mi ha catturato alla prima pagina. Questo perché mi è sembrato un libro dove fatti ed emozioni più che mostrati vengono raccontati. Perciò, non sono riuscita a immedesimarmi nel protagonista e sentire vicina la sua storia. Tuttavia, gli argomenti trattati, quali la lettura e i libri, mi hanno spinta ad arrivare fino in fondo. E devo dire che, sebbene il libro non mi abbia entusiasmata, mi ha fornito spunti su questioni come la relazione fra lettura e tempo a disposizione, e i libri fra esigenze di mercato e necessità di trasmettere emozioni. Credo sia questo il punto a favore de Il gatto che voleva salvare i libri, e questo il motivo per cui lo consiglio a chi ama la lettura.

Trama de “Il gatto che voleva salvare i libri”

Il luogo principale del libro è la libreria Natsuki, un negozio polveroso e solitario, dove si possono trovare capolavori di tutto il mondo. L’appassionato e colto proprietario muore e il nipote Rintarō, che eredita la libreria, deve far fronte alle difficoltà per tenerla in piedi dato il numero esiguo di lettori. Un giorno, appare un gatto parlante, dalla corporatura imponente e con una pelliccia a strisce ocra e marroni, che convince il ragazzo a intraprendere la missione di salvare i libri dalla loro scomparsa. Così, inizia un’avventura attraverso quattro labirinti per risolvere questioni legate all’importanza della lettura e alla forza dell’amore.

Chi è “un lettore”?

Nel primo labirinto de “Il gatto che voleva salvare i libri”, incontriamo un personaggio che legge freneticamente un numero enorme di libri e appena finito uno lo chiude in una vetrina chiusa a chiave per non riprenderlo mai più.

Il mondo è pieno di persone che vengono definite “lettori”. (…) Vale più qualcuno che ne ha letti ventimila di uno che ne ha letti diecimila. E proprio per il fatto che c’è un mucchio di libri che si dovrebbero leggere, rileggerne uno non sarebbe altro che uno spreco di tempo.

Chi è un lettore? Possiamo definire un lettore chi legge tanti libri e sempre di nuovi? O chi rilegge anche libri già letti?
Ha senso leggere un libro in modo frenetico solo per aggiungerne un altro alla lista dei libri già letti?

Tempo e lettura

Nel secondo labirinto viene affrontato il tema del tempo che possiamo dedicare alla lettura. Incontriamo un altro personaggio bizzarro che ritaglia i libri per trasformali in sinossi e renderli brevi per facilitare i lettori.

Le storie che non vengono lette finiscono per scomparire. Io do loro il giusto valore, e per preservarle mentre sono ancora vive vi aggiungo qualcosa. Le trasformo in sinossi. Le sottopongo a lettura veloce. In questo modo, non solo riesco a far rimanere traccia nel presente di storie destinate a scomparire, ma posso soddisfare le aspettative di tutti quelli che desiderano venire a contatto con questi capolavori agevolmente e in un breve lasso di tempo. “Melos si infuriò”. Non è forse una fantastica sinossi?

Anche a me, da lettrice, viene facile trovare nuovi titoli da leggere e così la lista dei libri continua ad aumentare. E non nascondo di avere svariati libri comprati ancora da leggere… Spesso vorrei trovare più tempo o essere più veloce per poter essere al passo con ciò che vorrei leggere. Eppure ha senso leggere in modo veloce, senza assaporare la profondità che si nasconde fra le righe e in passaggi che vanno letti e riletti per essere compresi a fondo?

Il gatto che voleva salvare i libri

Il libro: oggetto di consumo o portatore di emozioni?

Nel terzo labirinto incontriamo un personaggio che tratta libri solo come un oggetto di consumo che vanno venduti per ricavare profitti.

Vendere libri è molto facile. Basta attenersi a un’unica semplice regola (…) La regola è vendere libri che si fanno vendere! (…) Qui non pubblichiamo libri per trasmettere qualcosa, ma solo quelli che la società ci richiede. Io me ne frego di messaggi da comunicare, di filosofie da tramandare ai posteri, di crudeli realtà o di verità complesse. Non è questo cui la società ambisce. Ciò che serve a una casa editrice non è stabilire cosa bisogna trasmettere al mondo. È sapere che cosa il mondo desidera che gli venga trasmesso. (…) È solo così che la mia casa editrice può continuare ad accumulare gli adeguati profitti.

Al mondo d’oggi le persone sono troppo indaffarate, e non hanno né tempo né soldi da spendere in voluminosi capolavori della letteratura e via discorrendo. Ma la lettura di libri come status sociale ha ancora il suo richiamo, e tutti cercano disperatamente di arricchire anche solo un minimo il proprio misero curriculum con opere di una qualche difficoltà. E noi pubblichiamo libri proprio pensando alle esigenze di queste persone. (…) I compendi da due soldi e le sinossi si vendono come il pane! (…) Ma per quelli che desiderano solo degli stimoli, i più indicati sono i libri con descrizioni crude di sesso o di violenza. E per chi non ha fantasia, basta aggiungere in copertina “Ispirato a una storia vera” e solo con quello le tirature aumentano di molto, gli incassi si gonfiano di conseguenza e il gioco è fatto! (…) E per quelli che di base non prenderebbero mai in mano un libro, è sufficiente compilare delle semplici informazioni. “I cinque segreti del successo”, o “Le otto regole per fare carriera”, tanto per portare un esempio.

Indubbiamente, il mercato e cosa vuole il pubblico sono dati indispensabili per le case editrici e per le librerie. Ma a stabilire il valore dei libri è davvero solo il numero di copie vendute? O sono importanti anche le emozioni e i messaggi che veicolano?

Avete letto “Il gatto che voleva salvare i libri”? Cose ne pensate?
E poi, che lettori siete? Cos’è per voi un libro? Cosa ricercate in un libro?

A modo proprio, jibun nari ni

Quanto sarebbe bello se ognuno di noi fosse soddisfatto di cosa fa e di come lo fa? Di agire secondo le proprie possibilità e secondo la proprio misura, ovvero a modo proprio, 自分なりに jibun nari ni?

Paragonarsi agli altri e invidia

Credo che a volte ci rendiamo la vita difficile. Per esempio, quando ci paragoniamo agli altri e proviamo un’invidia fine a se stessa. Gli altri fanno cose migliori di noi o le fanno in modo migliore. O ancora, sono più avanti di noi, hanno raggiunto obiettivi per noi lontani e impossibili. Insomma sono più bravi. Perché non ci sta bene ciò che facciamo o come lo facciamo? Perché non siamo soddisfatti di dove siamo?

Questo può derivare da una mancanza di autostima o dalla voglia di riconoscimento. Questo costante paragonarci agli altri, però, può portarci a non sentirsi all’altezza delle aspettative proprie e altrui e quindi spingerci a fare, fare e strafare, aumentando il nostro livello di stress. Si può perfino arrivare a sentirsi inferiori, sbagliati, falliti. Può darsi che gli altri abbiano davvero maggiori competenze, che siano più bravi in una determinata cosa, o che abbiano raggiunto un traguardo a cui anche noi ancora aspiriamo. Tuttavia, questo non dovrebbe portarci a sentirci o considerarci inferiori.

Secondo la propria misura, a modo proprio, jibun nari ni

Dall’invidia all’azione

Tendiamo a vedere solo i risultati di una persona che ammiriamo, non i sacrifici, le sfide, i fallimenti e i piccoli passi che li hanno portati fin lì. Ognuno di noi parte da una condizione diversa, ha un potenziale che con impegno e costanza può forgiare. Ognuno di noi può fare le cose a modo proprio, jibun nari ni, secondo le proprie capacità e possibilità, in un determinato momento o in una determinata fase della vita. Quando non riusciamo a fare subito ciò che ci siamo prefissati e siamo presi dallo sconforto, possiamo ricordarci perché abbiamo iniziato quella determinata cosa e dove vogliamo arrivare. Allora l’invidia verso gli altri si trasforma in azione volta a lavorare su noi stessi e accade qualcosa di buono: intraprendere azioni che possono cambiare la vita. E non c’è niente di più bello. Si prova a migliorarsi in un confronto con il sé di ieri, apprezzando il sé attuale e puntando al sé che si vuole essere domani. I piccoli passi diventano anche un modo per esprimere la propria originalità e unicità, e, quindi, chi si è veramente.

Sekishu onjō

Oggi voglio parlarvi dell’espressione sekishu onjō 隻手音声. Questo è un kōan del monaco zen Hakuin (1686 – 1769), vissuto nella metà del periodo Edo (1603-1868). Ma cos’è un kōan?

Definizione di kōan

Un kōan è un’affermazione o una domanda paradossale, o anche un racconto, utilizzati come tecnica di meditazione per risvegliare una profonda consapevolezza. È una tecnica fondamentale della scuola Rinzai per l’addestramento dei novizi, poiché sfida l’allievo a riflettere al di là delle solite modalità di pensiero e ragionamento.

Il kōan sekishu onjō

Torniamo a sekishu onjō che Hakuin propose a un praticante. Questo può essere tradotto come: “Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?”

Non si possono battere le mani con una sola mano, quindi non si produce nessun suono. Come si può allora sentire il suono di una sola mano?

Hakuin vuole portare il praticante in un mondo che va oltre il giudizio e il pensiero di ogni giorno. Per quanto possiamo sforzarci di sentire, non riusciremo a sentire niente. Per quanto ci pensiamo, non troveremo una risposta. Se restiamo bloccati nel pensiero logico, non troviamo una risposta che abbia senso. Ci sono cose che vanno oltre le parole e che non possono essere spiegate attraverso queste. Ci sono voci senza voce, voci che non possono essere colte con le orecchie, suoni senza suono. È importante scrollarci di dosso l’idea che le voci e i suoni devono essere ascoltati con le orecchie. Possiamo accoglierli, invece, con gli occhi, il naso, la pelle, tutto il corpo.

Sekishu onjō. "Quando si battono entrambe le mani si produce un suono. Ma che suono si sente se batte una sola mano?"

Sekishu onjō è un’esortazione a guardarci dentro e sfidare i preconcetti e gli schemi mentali convenzionali con cui cogliamo o condensiamo la realtà. Come gli altri kōan, ci invita a capire che quelli non ci offriranno una risposta, in quanto la realtà non può essere ridotta in definizioni o pensieri precisi. Ci invita a vedere la realtà così com’è e non come la mente vuole vederla e, così, ci conduce oltre risposte prefabbricate che ci tengono lontani dall’illuminazione.

Avete mai sentito sekishu onjō? Cosa ne pensate? Vi sono altri kōan che vi sono sono rimasti impressi? Se volete, fatemelo sapere nei commenti 🙂

Il coperchio del mare

Il 20 giugno, con il solstizio d’estate, ci lasciamo alle spalle la primavera. Così, ho pensato di proporvi una lettura estiva: “Il coperchio del mare” di Yoshimoto Banana. È stato pubblicato in Italia nel 2009 da Feltrinelli, quindi molti di voi probabilmente lo conosceranno e l’avranno già letto. Anche per me non è una nuova lettura, ma è uno di quei libri che ho riletto con piacere dopo anni.

È un romanzo breve di poco più di cento pagine, che scorrono via delicate come le onde del mare in un giorno di sole. Sebbene il ritmo sia lento e la trama semplice senza particolari colpi di scena, Il coperchio del mare si fa leggere nel giro di un paio d’ore.

La storia si svolge in un’estate e vede nascere l’amicizia fra due giovani donne: Mari e Hajime. La prima, che è la protagonista della storia, è una giovane che, dopo la laurea a Tokyo, ritorna nel suo paese per aprire un chiosco di granite. Aveva sognato di aprirlo nell’isola del Sud, ma poi grazie all’incontro con la proprietaria di un negozio di granite che aveva deciso di mettere su la propria attività nella sua terra, anche Mari decide di fare lo stesso.
Un giorno, sua madre le dice che Hajime passerà l’estate con loro. Mari non vede di buon occhio la cosa, avendo appena aperto l’attività ed essendo l’estate il periodo lavorativo più impegnativo. Nemmeno Hajime è ben disposta poiché sta affrontando un periodo difficile per la morte della nonna. Ma quando viene a sapere della vicinanza del mare, si convince ad andarci. Il mare, che si inserisce nelle loro vite e ne scandisce le giornate, è una presenza fondamentale del romanzo.
Mari e Hajime passano molto tempo insieme, imparano a conoscersi e diventano amiche ma poi sul finire dell’estate arriva il momento dei saluti. Mari è triste, ma i ricordi preziosi del tempo passato con Hajime l’aiutano a sopportare i mesi invernali. Inoltre, sente di aver aiutato a modo suo l’amica e averle dato il coraggio per affrontare il futuro.

Tre motivi per leggere Il coperchio del mare

Sono tre gli aspetti che più mi sono rimasti da quest’ultima lettura e sono i motivi per cui consiglio questo libro.

  • La presenza forte dell’estate
  • La connessione fra le protagoniste e il mare
  • La nostalgia per qualcosa che non c’è o non ci sarà più che si mescola con la forza di andare avanti

L’estate

Quando penso all’estate in Giappone subito mi vengono in mente due cose: il caldo afoso e “le voci” degli insetti. Se continuo a pensare, rivedo i vestiti messi ad asciugare all’aperto sotto il sole cocente, fuori i balconi degli appartamenti o negli spazi più ampi delle case indipendenti. Ed è proprio ciò che ho rivissuto leggendo Il coperchio del mare.

Nelle località di mare è soltanto la sera che il vento porta con sé il forte odore della salsedine. La mattina, invece, l’aria, che man mano si scalda, è talmente secca che per reazione l’animo si fa serio. Chiedendosi fino a che punto si alzerà la temperatura della giornata. (P.38)

La biancheria si asciugava ogni secondo di più. Assorbendo quella magnifica energia mattutina che abbondava tutt’intorno, ogni angolo di tessuto esposto alla luce si seccava per bene e prendeva un buon profumo. (P.38)

Quella splendida vista che si godeva dall’alto del promontorio era l’unica cosa che non era cambiata affatto da quando ero piccola, era stata preservata con grande attenzione. Forse erano cambiati i souvenir dei negozietti sulla strada, ma la fitta vegetazione della zona, l’assordante frinire delle cicale e il sentiero che portava al belvedere erano rimasti identici. (P.57)

La connessione fra le protagoniste e il mare

La Yoshimoto descrive con delicatezza gli incontri e la connessioni fra le protagoniste e il mondo marino. Due mondi diversi che si osservano e comprendono di fare parte di un mondo più grande, che ingloba tutto e tutti, in cui non esistono protagonisti, ma semplici personaggi che possono conoscersi a vicenda.

Se i nostri sguardi si incrociavano, anche gli esseri marini ci osservavano con attenzione. I loro occhi rotondi si fissavano su di noi, ne ero sicura. Nei frangenti in cui ci spiavamo a vicenda, erano le nostre anime a spiarsi. (P.40)

Per qualche istante, ognuno di noi era come se fosse in vetrina. Vivevamo in due ambienti diversissimi, non potevamo neppure respirare nel mondo dell’altro, eppure riuscivamo lo stesso a osservarci a vicenda e a distinguere le nostre reciproche esistenze. (P.41)

Il coperchio del mare

Nostalgia ne Il corperchio del mare

Il coperchio del mare è permeato da un forte senso di nostalgia. La si sente nei confronti di un passato che non può più tornare e di un futuro fragile, poiché tutto è destinato a scomparire. La si percepisce anche in quel miscuglio di sentimenti in bilico fra il darsi di fare e il dubbio sulla validità di questi sforzi.

L’unica cosa che so per certo è che, quando ero piccola, la vita in questo paese era fantastica, tanto da credere di trovarsi in un paese delle meraviglie dove il mare e le montagne si rinnovano ogni giorno. (…) Il cambio delle stagioni il bel clima… le cose piacevoli erano così numerose da non riuscire a prenderle con entrambe le mani.(…) Forse l’unica cosa che mi rende davvero triste è vedere che la mia gente si è arresa. Io ci tengo ancora al mio paese. (P.53)

Se non siamo in grado di conservare le cose belle del nostro paese, come facciamo a percepire la continuità? Su che cosa possiamo fare affidamento per trovare la forza di andare avanti? Voglio dire, se tutte le cose belle sono destinate a sparire, a che serve darsi da fare? (P.54)

Eppure questo senso nostalgico apre la protagonista alla consapevolezza del tempo limitato della vita e all’importanza di contemplare e trattenere con gli occhi, la mente e il cuore ciò che di bello c’è intorno.

L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. Un essere che può esporsi al sole senza provare vergogna una che riesce a sentire le parole degli spiriti che vivono sotto le rocce o all’ombra degli alberi. L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (…) Una cosa che non era impossibile. Dopo tutto, gli esseri umani sono stati concepiti per vivere così, ed è per questo che sono venuti su questo mondo. (…) Persino Hajime, che andava dicendo quelle tristi verità, sembrava fissare il suo sguardo cristallino su tutto ciò che aveva attorno. Lei non era come me che rimpiangevo il passato, in lei si percepiva la capacità di focalizzarsi su quello che aveva davanti agli occhi. (PP. 63-4)

Inoltre, le fa comprendere che tentare di creare qualcosa di permanente è impossibile, ma in fondo, va bene così. È proprio la brevità e la fragilità della vita che le dà valore e ci rende attaccati ad essa.

Il mio chiosco era l’unico posto al mondo che potessi considerare completamente mio. (…) Il ghiaccio si scioglie e svanisce velocemente, e io avevo l’impressione di vendere dei piccoli cubetti di tempo. I sogni di un istante. Momenti impalpabili come bolle di sapone, ambiti da tutti: anziani, adulti e bambini. Una sensazione a cui tenevo moltissimo. Per cui l’idea di rendere le cose più permanenti era assolutamente impensabile. Il ghiaccio si scioglie, fragile e dolce. Per me quello era già un miracolo. Che adoravo. All’inizio assomigliava alla bruna bianca e fine, poi piano piano si solidificava, e alla fine ritornava acqua. Il tutto però finiva negli stomaci delle persone, in un bagno di dolcezza. Una sensazione di questo tipo. (P.76)

Purtroppo non potrò vedere all’infinito l’alternarsi delle stagioni. Di sicuro me ne andrò da questo mondo prima del salice sul fiume. Persino avere degli amici o una famiglia non potrà cambiare il mio destino… Feci questo pensiero e lo splendore di tutto ciò che amavo in questa vita… il salice, le granite, il mare d’autunno con la sua aria fredda, le nuvole sottili quasi trasparenti, e i volti delle persone cui volevo bene… tutto quanto mi comparve davanti agli occhi. Ogni volta che mi capitava, mi veniva da piangere. All’idea di quanto breve fosse l’esistenza del nostro corpo. Vista la sua brevità, mi rendevo conto di essere troppo attaccata alla vita. L’amavo troppo, decisamente troppo. (P.112)

Il coperchio del mare è la storia di una stagione che cambia la vita di Mari e Hajime. Ma in essa si può cogliere la storia di tutti noi: di alti e bassi; di tensione fra passato, presente e futuro; di passaggi stagionali e cambiamenti; di incontri e legami con cose e altri esseri viventi; di presa di coscienza e crescita personale; di voglia di godersi ogni giorno e dare un senso allo scorrere del tempo.

Il silenzio

In Giappone capita di essere circondati da voci di cui non ci si aspetta. Un ascensore che comunica l’apertura e la chiusura delle porte, i piani a cui si ferma, l’atto di salire o di scendere. Un distributore automatico che parla mentre si acquista una bevanda. Un treno che non solo annuncia le fermate, ma anche il lato su cui si apriranno le porte. E che ricorda perfino di non dimenticare i propri effetti personali. Se aggiungiamo a questo le immagini di metropoli piene di gente come Tokyo e Osaka, sembra non esserci spazio per il silenzio. E invece ve ne è tanto. Non solo dove è facile aspettarselo come nei templi, ma anche in situazioni in cui noi occidentali siamo abituati al vociare o al parlare. Si conversa raramente sui mezzi pubblici e sempre con discrezione; ci sono vuoti di parole anche in una semplice conversazione. Ed è proprio quest’ultimo caso uno dei più affascinanti.

Il vuoto nelle conversazioni

Durante una conversazione, capita spesso che la voce di chi parla venga sormontata da quella dell’ascoltatore e viceversa; si pensa cosa dire mentre l’altro sta parlando e, anche se si aspetta il proprio turno, non si dà spazio che a una breve pausa prima di cominciare a parlare. È come se il silenzio mettesse a disagio e quindi ci fosse bisogno di coprirlo con parole, di decorarlo con gesti, di fare il possibile affinché duri il meno possibile. In Giappone, invece, ho constatato più volte che il silenzio fa parte di una conversazione tanto quanto le parole. Capita perfino di ritrovarsi in silenzi così lunghi da avere l’impressione che la discussione non stia andando da nessuna parte. All’inizio è strano, si prova a riempire quei vuoti, ma si ricevono poche parole in cambio. Così si resta in silenzio non sapendo cos’altro dire mentre dentro si affaccia l’agitazione. È come se si venisse messi faccia a faccia con l’eco di ciò che si è detto e fosse richiesto uno sforzo per interpretare i silenzi dell’altro.

Il silenzio nelle conversazioni

Moku, il silenzio secondo lo zen

Secondo lo zen, il termine 黙, moku, silenzio, non è solo l’intervallo fra le parole, ma anche parole profonde senza suono. Moku, come intervallo, riesce a restituire il giusto peso e spazio alle parole che altrimenti sarebbero solo un flusso continuo senza senso. Moku, come parole mute, ha in sé significati più alti che sarebbe difficile proferire a voce, proprio come nei momenti in cui uno sguardo vale molto più di ciò che si dice.
Mi piace pensare al silenzio come accoglienza delle parole dette fino a quel momento e recipiente per i pensieri e le parole che verranno, anche se non sempre espressi. Come un vuoto necessario per riflettere su quanto detto e per ascoltare ciò che passa dentro noi e gli altri. Come un momento di condivisione di sensazioni e di vita più intimo.
Il silenzio non è uno spazio da temere e riempire, ma uno spazio per ascoltare e condividere.

Cos’è un incontro?

Se pensiamo al significato della parola “incontro”, questa può indicare il fatto di incontrare qualcuno o l’incontrarsi casuale di due o più persone. Con “incontro” si può intendere anche qualcosa di organizzato, come un incontro fra politici o una partita sportiva.
Cos’è quindi un incontro? Il ritrovarsi o riunirsi di più persone?
Non solo. Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo diverso e più profondo. Questo tramite due espressioni, una legata al monaco zen Dōgen, l’altra alla cerimonia del tè.

我逢人, gahōjin

Gahōjin può essere interpretata come deai wa subete no hajimari e quindi tradotta come “l’incontro è l’inizio di tutto”.
Quando Dōgen conobbe il suo maestro in Cina pensò che quell’incontro fu l’inizio di tutto. Da qui si capisce come gahōjin enfatizzi l’importanza delle relazioni umane nel processo della conoscenza. Ci ricorda, infatti, che da soli ci sono cose che non possiamo vedere e mondi che non possiamo conoscere. Questo perché ogni persona vive in un posto diverso e ha esperienze diverse. In quest’ottica, non importa se ci troviamo a conoscere persone piacevoli o ad affrontare persone che non ci piacciono, ogni incontro apporta qualcosa di nuovo e diventa un’opportunità di crescita.

Vi è mai capitato di conoscere qualcuno che vi ha aperto gli occhi su qualcosa che non avevate pensato? O che vi ha fatto scoprire una nuova prospettiva?
Magari non è una persona. Magari è un luogo, un libro…

一期一会, ichigō ichie

La seconda espressione zen è ichigō ichie, che può essere tradotta come “una volta, un incontro”, “solo per questa volta”, “una volta nella vita”. Quindi ci ricorda che ogni incontro è unico.
Ogni giorno facciamo diversi incontri: con persone nuove, amici o vecchie conoscenze; con luoghi a noi sconosciuti o familiari; con informazioni più o meno note. Spesso in un incontro con persone, luoghi, informazioni già conosciuti abbiamo l’impressione di trovarci in situazioni già vissute e prive di novità. Ma non è esattamente così.
Anche incontrando le stesse persone, nello stesso luogo, alla stessa ora, ci sarà sempre qualcosa di diverso, come, ad esempio, le condizioni climatiche, ciò che ci si racconta, il nostro stato d’animo… Ed è questo che ci insegna l’espressione zen di oggi: l’unicità di ogni incontro, poiché non c’è niente che si ripete nella vita, niente che possa essere davvero replicato.

Questa espressione è legata alla tradizione della cerimonia del tè ed è spesso scritta a pennello su pergamene appese ai muri della sala da tè. Durante la cerimonia, si accoglie l’ospite con attenzione e cuore sincero poiché lo si accoglie in quella particolare, unica volta nella vita.

Ogni momento accade solo una volta, ogni giorno accade solo una volta. Se lo teniamo a mente e vediamo le cose per come sono (cioè uniche e irripetibili), non viene più facile mettere il cuore in ciò che facciamo?

Cos'è un incontro? Lo zen ci invita a guardare agli incontri in modo prodondo

Che ne pensate? Cos’è per voi un incontro?

Vedere oltre la superficie

Cosa possiamo vedere oltre la superficie?

Anche il post di oggi prende spunto dal libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” (Yamakawa Shuppansha, 2017) del monaco Uno Zenchi. È un libro che ho amato tantissimo e che mi ha offerto molteplici spunti di riflessione. Al momento, che io sappia, non esiste una traduzione in italiano, perciò vorrei condividere con voi dei concetti che mi sono rimasti impressi, fra i quali 観る, miru, vedere oltre la superficie, di cui ho già scritto nel post sulla lingua giapponese.

Due esercizi

Il monaco racconta che quando pensa a 観る gli viene sempre in mente un esercizio di osservazione che gli è stato insegnato da un monaco. Questi, un giorno, prese un foglio fra le mani e gli chiese cosa ci vedeva. Era un foglio bianco su cui non c’era scritto né disegnato niente. In una situazione del genere cosa pensereste?
Uno Zenchi dice che se vediamo solo con gli occhi, ovviamente risponderemo che non vediamo niente. Ma come cambia la nostra risposta se ci viene chiesto di cosa è fatto questo foglio? Diremo che è fatto di carta e quindi penseremo che, in principio, era un albero. E ancora, come cambierebbe la situazione se guardassimo il foglio pensando che deriva da un albero? Riuscendo a vedere oltre la superficie, percepiremo l’esistenza dell’albero diventato materiale del foglio: quindi come è nato il foglio dall’albero e la relazione ‘verticale’ che sussiste fra i due. Questo è 観える, mieru, penetrare nelle cose.

L’esercizio può andare ancora avanti se ci mettiamo a pensare a come era l’albero, se si ergeva da solo, dove e in che modo, insomma se riflettiamo sulle sue relazioni ‘orizzontali’. Uno Zenchi scrive che lui penserebbe a un luogo dove ci sono molti alberi che crescono veloci per la pioggia abbondante. Così, nel foglio bianco si può vedere un bosco e perfino una foresta. A questo punto, si può immaginare una montagna alberata e anche lo scorrere di un ruscello. Poi il sole che illumina con la sua luce, le nuvole che fluttuano nel cielo azzurro, il verso degli uccellini. Ora il singolo albero percepito viene a trovarsi in relazione con molte altre cose. Questo esercizio è un’occasione per percepire la connessione fra l’io e tutto ciò che c’è nel mondo.

okayu per vedere oltre la superficie


Un esercizio simile possiamo farlo anche davanti a una ciotola di okayu, una sorta di porridge di riso. Nella pratica zen, quando si mangia, si intonano dei versi, detti gokan no ge. Il primo recita così:

一つは功の多少を計り、彼の来処を量る。

Hitotsu wa kō no tashō wo hakari, ka no raisho wo hakaru.

Questo porta il monaco Uno Zenchi a pensare a quanti sforzi e difficoltà di tante persone ci sono voluti affinché questo pasto giungesse a lui. E così pensa al volto del monaco responsabile della cucina che si è alzato presto per preparare e disporre il cibo. Pensa all’autista del camion che ha trasportato il riso e agli agricoltori che l’hanno prodotto. E poi ancora alle persone che hanno costruito il camion, alle persone che lavorano nella fabbrica dove si raffina il carburante, ai loro genitori, i genitori dei genitori e così via. Come in un foglio bianco, in una ciotola di okayu si possono vedere molteplici esistenze, infinite relazioni, tutto ciò che c’è nel mondo.

Vedere oltre la superficie per scoprire connessioni

Potrebbero sembrare esercizi insensati per noi che siamo abituati a trattare cose e cibi come oggetti per soddisfare i nostri bisogni. Per noi che consideriamo separati noi e gli altri, noi e le cose, noi e il mondo. Eppure, se ci fermiamo per vedere oltre la superficie, scopriamo connessioni e relazioni a cui non avevamo fatto caso e quindi possiamo renderci conto di fare parte di un mondo più grande, che non si esaurisce nella nostra esperienza limitata. Siamo legati a ciò che c’è intorno e a chi ci sta intorno più di quanto siamo soliti pensare.

Il giapponese, una lingua a più strati

Un giorno, mentre ero seduta in treno per tornare a casa dai miei, il signore accanto mi disse: “Che brutta lingua che studi”. Non ricordo di preciso quale libro avessi fra le mani, so solo che era scritto in giapponese. Ognuno ha un suo standard di bello e brutto e magari quel signore pensava davvero che il giapponese fosse brutto. A me piace credere, però, che più che “brutto”, il signore volesse dire “difficile”. A volte le cose difficili vengono considerate brutte solo perché richiedono più tempo. E il giapponese può essere una di queste. È molto diverso dall’italiano, per la grammatica e il sistema di scrittura, di cui i kanji forse sono la parte più complicata da apprendere per chi nella sua lingua ha un semplice alfabeto. Se dovessi definire il giapponese, direi che è una lingua a più strati, un po’ come una cipolla, e bisogna scoprirli e consocerli per poterlo utilizzare o capire con fiducia.

Cos’è una lingua a più strati?

Per chiarire cosa intendo per lingua a più strati, voglio riportare qui ciò che dice il monaco Uno Zenchi a proposito del verbo みる, miru. L’autore ne parla nel suo libro “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun” , pubblicato nel 2017 dalla Yamakawa Shuppansha.

Il verbo miru è uno dei primissimi verbi che impara uno studente di giapponese e significa “vedere, osservare”. Come spiega l’autore, il kanji che mostra l’atto di guardare è 見る. Ma a uno stesso suono “miru” possiamo associare diversi kanji, in base al modo di osservare. Se cambia il punto di vista, cambiano sia le cose che vediamo sia il modo di vederle. Se scriviamo 診る l’osservare diventa un “esaminare in senso medico”, come quando un dottore fa domande a un paziente o ne controlla lo stato di salute con uno stetoscopio.
看る è osservare nel senso di “prendersi cura di una persona malata” mentre si danno trattamenti medici.
視る, invece, è osservare nel senso di “esaminare e analizzare in modo oggettivo”, per esempio quando si conducono ispezioni e indagini su un cantiere di lavoro. 観る, molto utilizzato nello zen e nel buddismo, è osservare nel senso di “penetrare in modo profondo e attento la logica delle cose”. Questo kanji si trova anche nella parola 観光, kankō, turismo. Quando ci troviamo davanti a un edificio, possiamo imparare lo sfondo storico in cui è stato costruito, lo stile di vita delle persone di quel tempo e di chi l’ha preservato e tramandato. Così, osservandolo, possiamo arrivare a un mondo più profondo. Se riusciamo ad andare oltre la superficie di ciò che vediamo, “osservando” in modo attento, con conoscenza e sensibilità, il significato di una determinata esistenza cambia radicalmente.1

Profondità e bellezza del giapponese

Spero che questo esempio faccia capire perché il giapponese è una lingua a più strati. C’è il suono delle parole che si può trascrivere con il sistema sillabico, hiragana (o katakana, in presenza di parole straniere). Poi c’è il significato (o la sfumatura di significato) che può essere mostrato attraverso i kanji. Quando scriviamo in giapponese ci troviamo di fronte a continue scelte per poter trasmettere il giusto significato. Allo stesso modo, quando leggiamo siamo portati a riflettere sul significato dei kanji e, a volte, sul perché dell’utilizzo di quel determinato kanji. Questo, per me, è qualcosa di emozionante, quasi una sfida. Il giapponese è una lingua che più si scopre e più si vuole comprendere, che più si indaga e più si viene ripagati con la sua profondità e bellezza.

  1. Uno Zenchi, “Zen to ikiru – Seikatsu ni tsunagaru shisō to chie, 20 ressun”, Yamakawa Shuppansha, PP.46-47. ↩︎

La festa delle azalee

Se si parla di primavera in Giappone, è quasi inevitabile che si pensi ai sakura. Eppure vi sono anche altri fiori durante la stagione, come i tulipani e le azalee, e i giapponesi organizzano feste per celebrarne la bellezza. Oggi vi parlo della festa delle azalee di Sabae che si svolge nei primi giorni di maggio, nel parco principale della città, il Nishiyama Kōen. Prima di abitare nella prefettura di Fukui, non avevo mai sentito parlare di una festa delle azalee, つつじ祭り tsutsuji matsuri. Col tempo poi ho scoperto che vi sono feste simili nel resto del Giappone, come, ad esempio, al parco Tsutsujigaoka di Tatebayashi, nella prefettura di Gunma, e al tempio Nezu di Tokyo.

Ricordo ancora lo stupore e la gioia del momento in cui mi sono imbattuta per caso nel manifesto dell’evento di Sabae: il parco in foto era così bello e variopinto che non vedevo l’ora di andarci. Era il cinque maggio, giorno della festa dei bambini, che sono andata a vedere la festa delle azalee. Questa è molto conosciuta nella prefettura di Fukui e richiama un gran numero di persone. Il Nishiyama Kōen, che di solito è uno spazio tranquillo e poco vivace, viene invaso da una moltitudine di visitatori tanto che diventa difficile muoversi al suo interno.

Tsutsujigari

Come per lo hanami dei sakura, si assiste allo tsutsujigari, ovvero la caccia alle azalee, che vengono immortalate in numerosi scatti fotografici. Anch’io non ho saputo resistere alla tentazione di fotografare il parco che, grazie alla festa delle azalee, si era trasformato in un mondo dipinto di rosa, bianco, rosso e viola. Ci sono rimasta per ore, passeggiando fra sentieri stretti e spazi aperti, godendo di scorci indimenticabili. Vi lascio questa foto che mostra la bellezza del Nishiyama Kōen.

La festa delle azalee a Sabae

I significati delle azalee

In Giappone le azalee simboleggiano la moderazione e la modestia poiché aggiungono colore con moderazione e umiltà. Le azalee fioriscono anche in zone montuose e sono resistenti al caldo e al freddo. Pertanto, simboleggiano lo sforzo e la tenacia.

Sapevate che ci sono diversi significati anche a seconda dei colori?

Le azalee bianche rappresentano l’inizio dell’amore; quelle rosa, la gioia che si prova in amore; quelle rosse ripropongono l’immagine di quelle rosa a cui va ad aggiungersi anche quella dell’amore ardente; quelle viola, poiché il viola rappresenta raffinatezza ed eleganza, stanno a indicare una bella persona. La primavera è spesso considerata la stagione dell’amore e non sorprende quindi ritrovare immagini connesse all’amore nel significato di questi fiori.

La festa delle azalee come tappa di viaggio

La festa delle azalee è ormai terminata a Sabae. Se pensate di andare in Giappone la prossima primavera, consiglio di inserirla nella lista delle cose da fare. Sono sicura che non resterete indifferenti all’esplosione di colori che regala il Nishiyama Kōen. E potrete perfino gustare un gelato al sapore delle azalee! La prefettura di Fukui è fuori dai soliti itinerari e lontana dalla immagini delle metropoli che spesso associamo al Giappone, ma visitarla potrebbe essere un modo per scoprire un’altra faccia del paese.

Nagori, o la nostalgia di una stagione

Una delle mie ultime letture è stata “Nagori” di Sekiguchi Ryoko, un libro pubblicato in Italia da Einaudi nel 2022. Il libro è una riflessione che parte dal termine nagori e dalle sue implicazioni nel nostro rapporto con le stagioni, la natura e il tempo. Il testo è breve e si legge tutto d’un fiato grazie alla scrittura dell’autrice che combina abilmente memoir e poesia, racconto della natura e food storytelling. Per chi ama il Giappone, chi ne apprezza il pensiero e la sensibilità così peculiari, questa è di sicuro una lettura da non trascurare.
Qui voglio condividere con voi cosa mi porto da questo libro.

La bellezza del termine nagori

La cosa che più mi è rimasta dalla lettura è la bellezza del termine nagori. Questo termine viene spesso considerato in relazione ai termini hashiri e sakari, utilizzati per descrivere lo stato di stagionalità di un prodotto.
Come spiega la Sekiguchi, i termini hashiri, che esprime il concetto di “primizia”, e sakari, che esprime il concetto di “piena stagione”, sono di facile comprensione e condivisi da svariate culture. Nagori, invece, è un concetto intraducibile che si potrebbe definire come di “retro-stagione”. Un prodotto in nagori, si consuma dopo il periodo di maturazione, quando si è ormai vicini al non trovarlo più e si è costretti ad aspettare un anno per gustarlo di nuovo. In quest’ottica, nagori rappresenta la nostalgia di una stagione che sta terminando e che lasciamo andare a malincuore. Ma il significato di nagori non si ferma a questo. La parola significa “traccia”, “presenza” e rappresenta l’atmosfera di qualcosa che non esiste più, sia esso un oggetto, un evento, o qualcuno. Può anche riferirsi agli strascichi di una malattia o ai danni di un terremoto. O ancora all’addio che ci si scambia prima di partire o separarsi. Definisce, insomma, quello che “resta”. Nagori non è solo un termine intraducibile, è più di una semplice idea, è un modo di sentire, intriso di attaccamento, nostalgia e temporalità.

Il gusto di nagori annuncia l’imminente partenza del frutto, fino al nuovo incontro l’anno successivo. Lo assaporiamo gelosamente, come se volessimo farne durare il gusto il più a lungo possibile sul palato. Poi a poco a poco, il gusto si affievolisce (…). Accompagniamo la sua partenza, sentiamo che il frutto, col suo sapore, si è sparso nel nostro corpo. Restiamo immobili per un istante, come per verificare che separandoci ci siamo anche uniti.

Che cos’è una stagione?

“Nagori” ha anche reso più profonda la mia idea di stagione. Da bambina ho imparato che in Italia ci sono quattro stagioni e anche a delimitarle in mesi precisi dell’anno. E poi in Giappone le ho sperimentate ancora più intensamente, percependo differenze di temperatura, piante e colori in modo più forte rispetto alla città italiana in cui sono cresciuta. Tuttavia, le stagioni non sono qualcosa di fisso. Basta pensare che le stagioni non sono uguali in tutti i paesi e che ci sono paesi che hanno una sola stagione. Per di più, se consideriamo le stagioni in relazione ai cibi, la questione si complica ulteriormente. Oggigiorno i prodotti vengono surgelati, ridotti in conserve, trasportati da un luogo all’altro, cosicché possiamo mangiare fragole in inverno o cavoli in primavera. Si può quindi ancora parlare di “cibi di stagione”? O ancora, si può parlare dei concetti “di stagione” e “stagione” come siamo soliti intendere?
Forse no. Come spiega la Sekiguchi, sono le parole a forgiare le stagioni, è attraverso le parole che viviamo le stagioni. Non si potrebbe percepire ciò che non ha nome. Sono state la letteratura e la scrittura ad aver plasmato la coscienza e l’immaginario delle stagioni nei giapponesi. Nel Man’yoshu, la prima antologia di poesia del settimo secolo, migliaia di componimenti sono stati catalogati per stagioni e già nel decimo secolo alcune parole sono stata associate espressamente a una determinata stagione. Poi con la nascita dello haiku, brevi componimenti poetici dove è formalmente d’obbligo inserire un kigo, ovvero una parola legata alla stagione, si viene a creare un vocabolario stagionale condiviso dai poeti, che attinge all’immaginario collettivo delle “quattro stagioni”. È così che il mondo viene suddiviso in stagioni: piante, pesci, rituali, malattie stagionali e così via. Si può parlare della sensibilità alle stagioni dei giapponesi proprio perché sono abituati ad associare le parole a una determinata stagione.

Nagori, o la nostalgia di una stagione


Ma quindi cos’è “essere di stagione”? Cos’è una “stagione”?
Mi piace riportare qui le parole dell’autrice:

Forse, “essere di stagione” è questo. Questo essere nell’istante, nella vita. Se l’incontro con un prodotto è simile all’incontro con una persona, esso può conoscere momenti di passione e amore, ma anche di separazione. In questi incontri, ci sono momenti in cui ci sentiamo particolarmente sensibili all’altro, così come possiamo essere colpiti dalla brillantezza dei fiori quasi fosforescenti sotto i raggi lunari (…)

Ogni odore mi portava la presenza di altri esseri, facendomi capire che era questo, la stagione: un profumo, una traccia di un istante di presenza.

Perché lo consiglio

“Nagori” è un viaggio nella sensibilità giapponese, un percorso di riflessione sulle stagioni, sul tempo, sulla nostra relazione con il tempo della natura. Una lettura consigliata a chi vuole approfondire questi argomenti e ricavarne una nuova prospettiva.