Tutti gli articoli di Mariangela

Il potere del viaggio

Quanto potente può essere un viaggio?
Ogni anno, quando si avvicina la fine di ottobre, mi ricordo di una donna che ho incontrato a Kyoto e di cui non conosco (e mai conoscerò) il nome. Sono passati ormai ben tredici anni da quel lontano 31 ottobre, ma molte cose le ricordo ancora chiaramente. Tra queste, l’idea che il potere del viaggio ci accompagni da un determinato viaggio a molti anni dopo, se non addirittura per tutta la vita.

La signora di Kobe

All’epoca ero in Giappone da poco più di un mese e c’erano molti luoghi che volevo visitare. Quel giorno mi svegliai presto e mi recai di buon’ora al 松尾大社, Matsuo Taisha, il Santuario Matsuo, poco distante dall’area di Arashiyama. C’erano ancora poche persone quando arrivai, che mi sembrò di avere tutto il tempo e la calma per girare e scattare foto.
Pian piano il santuario si riempì di gente, impegnate nella propria silenziosa visita. Perciò fui sorpresa quando una donna mi rivolse la parola. Non mi era ancora capitata una cosa del genere prima. “Perché mi ha parlato in giapponese?”, pensai, e presa alla sprovvista, o quasi dal panico, iniziai a rispondere in un giapponese allora molto stentato. A ben guardarla, capii che la donna che avevo davanti era una turista. Indossava un cappello a falda larga, aveva un piccolo zaino sulle spalle e una busta di plastica in mano contenente onigiri e mandarini. In quel momento, ebbi come l’impressione di sapere cosa le passava per la mente: che essendo una straniera, anch’io ero una turista come lei.
Era venuta a Kyoto da sola, da Kobe, ma voleva visitare il 鈴虫寺, Suzumushidera, il tempio buddhista Suzumushi, insieme a qualcuno, e mi chiese se volevo andare con lei. Non ci ero mai stata e accettai con entusiasmo l’invito. Una decisione che ancora oggi non mi so spiegare. Fino a quel momento, accettare l’invito di una perfetta sconosciuta non era mai stata un’opzione possibile. Forse è questo il potere del viaggio: aprirsi a nuovi modi di pensare; essere disposti a entrare in connessione con chi troviamo lungo il percorso.

Così, iniziammo a camminare insieme fra sentieri alberati e a scambiare informazioni sulle nostre vite, finendo per condividere una mezza giornata che è diventata uno dei miei ricordi più cari del Giappone.

Il potere del viaggio

Il potere del viaggio non si estingue nel viaggio

Grazie alla signora di Kobe, ebbi modo di assistere a un evento nel tempio e di bere per la prima volta il tè matcha. Inoltre, ascoltai la musica ambientale naturale creata dai grilli campana che abitano al Suzumushidera! Sembra che i grilli maschi cantino solo per una ventina di giorni in autunno, emettendo un suono molto simile a un dito che scorre lungo un pettine. Poiché per i giapponesi è un suono che risulta come quello di una campanella, i grilli vengono definiti grilli campana.
Quando uscimmo dall’edificio, la signora si mise a pregare e dopo la preghiera comprò due 幸福御守 kōfuku omamori, cioè amuleti della buona sorte, della felicità. “Conservalo nel portafogli”, mi disse donandomene uno. E così fu. Da quel giorno conservo quell’amuleto come un bene prezioso e ogni volta che apro il portafogli quello mi ricorda di lei. Mi sono chiesta più volte e ancora mi capita di chiedermi se quella donna ha mai pensato a me. Per quanto mi riguarda, so che terrò sempre con me il ricordo del nostro incontro, le sue parole e i suoi atteggiamenti gentili. Il potere del viaggio non si manifesta solo nel momento in cui si svolge un determinato viaggio, ma anche in ciò che resta impresso nella memoria, nell’apertura a nuove esperienze e nel cambiamento che provoca in noi.

Un viaggio non è solo quello che si compie in terre lontane. Lo si può compiere in una città vicina o anche nella propria città. In fondo, basta poco per essere in viaggio: uscire dalla solita routine, fare un passo oltre la propria zona di comfort, parlare con uno sconosciuto, affidarsi a ciò che ha in serbo per noi la vita senza voler per forza controllare ogni dettaglio. Quanto potente può essere un viaggio!

Bambole di crisantemo

Avete mai sentito parlare di 菊人形 Kiku Ningyō, ovvero delle bambole di crisantemo?

Dopo quasi un mese di assenza, eccomi qui a riprendere il blog. È stato un periodo molto impegnativo e stressante per cui non sono riuscita a essere presente. Siamo ormai da un mese nella stagione dell’autunno e vorrei parlarvi della festa delle bambole di crisantemo che vede protagonista il fiore di crisantemo,菊 kiku.

Il fiore di crisantemo

Il fiore di crisantemo è un fiore che in Italia siamo soliti associare alla morte e al lutto. È detto, infatti, anche fiore dei morti e lo si trova nelle tombe dei cimiteri e in molte composizioni floreali durante i funerali. Questo forse data anche la stagionalità del fiore che fiorisce a novembre, in concomitanza con la festa dei morti. In Giappone, invece, è fiore nazionale, si trova nell’emblema della famiglia imperiale e anche sulla copertina del passaporto giapponese. Inoltre, viene considerato simbolo di longevità e resilienza perché riesce a sopravvivere in climi aridi e a resistere a temperature invernali; viene anche raffigurato in dipinti e drappi o nominato nelle opere letterarie. In generale in Asia il fiore di crisantemo non ha valenze negative, ma è utilizzato in importanti occasioni e festeggiamenti, come durante i matrimoni. Il fiore di crisantemo, quindi, è un fiore a cui viene associata anche una certa gioia.

Cosa sono le bambole di crisantemo?

Le bambole di crisantemo sono figure umane a grandezza naturale il cui corpo è costituito da fiori di crisantemo. Il viso e le mani sono di cera mentre il corpo è realizzato con intrecci di canne entro cui vengono fatti crescere i crisantemi che diventano gli abiti delle bambole. Esse sono esposte al pubblico in aree verdi durante i festival di Kiku Ningyō. Sembra che l’origine di questo festival risalga addirittura al periodo Edo, ma con il tempo il numero di eventi è andato via via diminuendo. Oggigiorno si possono ammirare le bambole di crisantemo nelle prefetture di Tokyo, Osaka, Fukushima e Fukui.

Proprio in quest’ultima prefettura, e precisamente nella città di Echizen, ho avuto modo di partecipare alla festa Takefu Kiku Ningyō. Qui ho visto per la prima volta il fiore di crisantemo con occhi nuovi, come qualcosa di colorato, gioioso, adatto a occasioni rilassate e di armonia fra uomo e natura. Echizen è una città piccola situata nella campagna giapponese, ma è piena di cultura locale e internazionale. Basti pensare al numero di templi e alla numerosa comunità brasiliana. Se vi piacciono i fiori e siete appassionati di letteratura giapponese, l’edizione di quest’anno a Echizen è ciò che fa per voi. La festa delle bambole di crisantemo si svolgerà fino all’undici novembre e ha come tema la scrittura del periodo Heian, Murasaki Shikibu e il Genji Monogatari! Insomma, è un’occasione imperdibile.

Vi lascio qui alcune foto di qualche anno fa.

Bambole di crisantemo
Bambole di crisantemo
Fiori di crisantemo

Che ne dite? Vi piacerebbe vedere un evento del genere?

Scrivetemelo nei commenti 😉

Riordino e pulizia

In questi giorni in cui sia al lavoro che a casa sto dedicando più tempo alle pulizie, mi è tornato in mente il best seller “Il potere del riordino” di Marie Kondo, libro che ha fatto molto discutere. Non sono qui oggi per consigliare questo libro, che tra l’altro non sono riuscita a finire di leggere. Mi ricordo, però, che, quando ero studentessa in Giappone, fra le mie amiche c’era chi aveva appreso le tecniche per piegare i vestiti e riordinare l’armadio. E che il cognome dell’autrice veniva spesso fuori quando mi facevano vedere come avevano sistemato la loro stanza. Per quanto mi riguarda, ciò che mi è rimasto impresso dalla lettura parziale del libro è la differenza fra riordino e pulizia.

Che differenza c’è fra riordino e pulizia?

Per quanto possano sembrare simili, riordinare e pulire sono due azioni con obiettivi diversi.
La Kondo spiega che il riordino si concentra sugli oggetti e la pulizia sullo sporco. Infatti, riordinare significa spostare oggetti e metterli al loro posto; pulire, invece, significa spazzare e spolverare per eliminare la sporcizia.

Un’altra differenza fra riordino e pulizia è la “battaglia” che si è chiamati a fare. Siccome le cose in casa non si accumulano naturalmente, ma perché vengono comprate e accatastate, riordinare è fare i conti con se stessi; al contrario, siccome la polvere e lo sporco si accumulano naturalmente, pulire è fare i conti con la natura.

La Kondo porta i due concetti anche in un confronto con le pratiche buddhiste. Spiega che la pulizia del tempio rientra in queste pratiche, ma il riordino no. Quando si pulisce si può svuotare la mente mentre le mani si muovono; quando si riordina, invece, bisogna pensare a cosa scartare, a cosa tenere, e dove mettere tutto ciò che si conserva. Perciò si può dire che grazie al riordino si ordina anche la mente; grazie alla pulizia la si purifica.

riordino e pulizia

Difficoltà a pulire

Quando ci si mette a pulire una stanza o l’intera casa, si possono riscontrare delle difficoltà. Questo succede perché non si è prima messo in ordine. Come per gli ambienti, si può dire lo stesso per lo spazio della mente. Se non ci si adopera a capire ciò che c’è, a fare una cernita fra cosa tenere e cosa eliminare, e a sistemare ciò che resta, prima o poi ci si sentirà sopraffatti.

Per riordinare la mente un metodo molto utile credo sia il diario, dove si può mettere per iscritto tutto ciò che passa per la testa e quindi fare ordine fra i pensieri. E poi per pulirla si può passare allo 座禅 zazen, alla meditazione seduta, per entrare in un contatto profondo con noi stessi. Lo zen ci invita a tenere sempre la mente pulita attraverso l’espressione 洗心 senshin, i cui kanji appunto significano “pulire la mente”.
Lamentele, preoccupazioni, aspettative, pregiudizi, idee fisse… tutto ciò inquina la mente, che se non viene pulita, diventa sempre più sporca, causando angoscia ed influenzando negativamente la nostra vita e quella di chi ci circonda. Con la meditazione non solo si riesce a vedere lo sporco, ma anche a lasciarlo fluire via.

Come per le pulizie della casa, che ne dite di prendere l’abitudine delle pulizie della mente?
Un po’ di diario e di meditazione possono riordinare e pulire la mente, rendendo migliore la vita.

I saluti sono promesse

“A domani”, “A presto”, “Ci vediamo”. Quante volte ci salutiamo così, con quelle che sembrano semplici parole. Ma i saluti sono promesse, 約束 yakusoku. Di un altro incontro, di un’altra chiacchierata, di passare del tempo insieme, di scegliersi ancora.

Di parole simili ne ho dette tante anch’io. A volte, ahimè per abitudine, a volte perché davvero sentite. È qualcosa che accade a tutti. Nel primo caso, a meno che non si tratti di persone con cui abbiamo a che fare ogni giorno come a scuola o al lavoro, è quasi scontato non riuscire a mantenere la parola. Nel secondo caso è più facile, eppure ci sono situazioni, come il trasferimento in un altro paese, per cui tenere fede a quanto detto diventa complicato. Penso, ad esempio, a quando ho lasciato il Giappone e alle amicizie e buone conoscenze che inevitabilmente ho dovuto lasciarmi alle spalle, senza sapere se avessi avuto modo di mantenere la parola data.

I saluti sono promesse

Tuttavia, quando c’è davvero il cuore nelle parole che pronunciamo, prima o poi si apre la strada per mantenere la parola data. Un po’ come se l’universo ci venisse incontro per darci una mano. Quest’anno, infatti, una mia amica giapponese si è trasferita in Irlanda, accorciando di molto le distanze e rendendo possibile il ritrovarsi ancora.

E così, in questi giorni di assenza dal blog e dalla pagina Instagram, ho avuto il mio piccolo Giappone in Europa. Nonostante non ci fossimo viste per anni, era tutto come un tempo: la voglia di parlare, di condividere, di creare ricordi insieme. Sono stati giorni intensi e spensierati, a loro modo frenetici e rilassati. Ci siamo lasciate con la voglia di rivederci ancora e sono sicura che succederà prima o poi. Perché i saluti sono promesse che se fatti con il cuore possono essere mantenuti.

Voi cosa ne pensate? Considerate i saluti come promesse?

I simboli dell’estate giapponese

Quando viaggiamo costruiamo dei ricordi. A volte ciò che ci ha colpito durante un viaggio è così vivido che lo ricordiamo quasi come un simbolo del luogo visitato.
Ora che mi trovo in una città in cui piove molto e le temperature sono piuttosto basse, ripenso a quanto sia diversa l’estate in Giappone e a quanto gli accessori (soprattutto femminili) siano simboli dell’estate giapponese. Mi riferisco ai cappelli, agli ombrellini, ai guanti lunghi che coprono le braccia.

Cappelli, ombrellini, guanti

Quelli che ora considero simboli dell’estate giapponese, all’inizio della mia vita in Giappone mi apparivano strani, curiosi, inappropriati in un certo senso. Mi chiedevo come i giapponesi, soprattutto le donne, potessero coprirsi in ogni modo possibile con il caldo. Questo poiché ero abituata a vedere persone con magliette a mezze maniche e pantaloncini corti, o comunque qualcosa di leggero, a volte anche minimo, per far respirare la pelle. Però, l’estate umida in Giappone non scherza, il sole è davvero caldo che si rischia di scottarsi seriamente. E infatti è qualcosa che mi è capitato a Kyoto e mi sono sentita tanto spossata da dover passare un pomeriggio a letto. Allora ho capito la loro necessità di coprirsi. Non è solo un modo per mantenere una pelle chiara (che rientra nei canoni di bellezza dei giapponesi), ma è un modo per evitare le scottarure 日焼け hiyake, e i colpi di calore 熱中症 necchūshō. Così da quel giorno, ho imparato ad essere più attenta a come mi vesto. E ancora oggi non smetto di portare con me un ombrello quando sono in giro in una giornata calda e soleggiata!

simboli dell'estate giapponese

Altri simboli dell’estate giapponese

Seppure gli accessori femminili mi siano rimasti impressi forse più di ogni altro dettaglio, ci sono anche altre cose che considero simboli dell’estate giapponese.

Se penso al cibo, non posso non menzionare le “granite giapponesi”, かき氷 kakigōri. Si tratta di un tipo di dessert a base di ghiaccio tritato e condito con sciroppo e latte condensato. Quando arriva l’estate, le bancarelle che vendono kakigoori compaiono ovunque! Ma ci sono anche negozi specializzati dove si possono gustare.

Un’altra cosa che mi porto dall’estate giapponese sono i suoi suoni. A parte il ronzio degli insetti e il canto delle cicale, capita di sentire spesso dei rintocchi. Tutto merito dei 風鈴 fūrin, ovvero una specie di campane a vento. I fūrin sono costituiti da campane di vetro con una corda e un pezzo di carta appeso sotto di esse. Si possono vedere su porte, finestre e cancelli per tutta l’estate. Quando si sentono i rintocchi delle campane di vetro, si sa che c’è del vento nell’aria che aiuta a sopportare il caldo umido!

Ogni viaggio ci lascia un piccolo pezzo di sé che possiamo rivivere ogni volta che pensiamo a quel luogo. Io dai miei viaggi e dal soggiorno nel Sol Levante mi porto questi simboli estivi legati al senso della vista, del gusto e dell’udito.
Quali sono per voi i simboli dell’estate giapponese? Se vi va, scrivetemelo nei commenti!

Genki kubari, egao kubari

In questi giorni che mi trovo a lavorare a contatto con tanti turisti mi sono ricordata del proverbio giapponese 元気くばり笑顔くばり genki kubari, egao kubari. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi”.

Giornate lunghe con turni irregolari e frenetici, giornate piene di voci, lingue e rumori sono spesso molto stressanti tanto che finisco per andare a letto distrutta e svegliarmi già stanca il giorno dopo. E quando sono stanca mi capita di non essere di buon umore. Tuttavia, ho notato che facendo mio genki kubari, egao kubari riesco ad affrontare meglio le giornate e renderle migliori per me e per gli altri.

Genki kubari, egao kubari e la bellezza del dare

Mi capita di pensare di frequente che il mio sia un lavoro monotono, dove ogni giorno ripeto le stesse azioni e le stesse spiegazioni a ogni turista. Poi però, quando ci rifletto su, mi rendo conto di non poter parlare di semplice ripetizione. Questo perché incontro tante persone diverse, provenienti da paesi diversi; perché ogni incontro è unico, tanto più quando si sa che non s’incontrerà più quella persona. Perciò, cosa c’è di più bello di accoglierla con energia e un sorriso?

Genki kubari, egao kubari

Proprio la settimana scorsa, quasi al termine di un lungo turno, ho conosciuto una cliente che mi ha chiesto vari consigli sui prodotti, per poi chiedermi di più su di me e raccontarmi di più su di lei. Ci siamo trattenute in una bella chiacchierata che si è rivelata un momento intenso, in cui sono riuscita a donare la mia energia e i miei sorrisi. È stato bellissimo quando, prima di andar via, la cliente mi ha confidato di essersi sentita a casa.

Genki kubari, egao kubari mi porta a credere che dare non toglie niente a chi dà, anzi, arricchisce sia chi dà sia chi riceve. D’ora in poi, anche quando sono stanca, proverò a donare più energia e sorrisi.

Takefu Central Park

Oggi vorrei parlarvi di un posto che col tempo è diventato per me importante: il Takefu Chūō Kōen, che si può tradurre come Takefu Central Park. Il parco si trova a Echizen, nella prefettura di Fukui.

Takefu Central Park

Il Takefu Central Park è stato riqualificato in base a un concetto dello scrittore di libri illustrati Kako Satoshi, ovvero “uno spazio in cui uomini e donne di tutte le età possono rilassarsi, giocare, vedere, imparare e divertirsi”. In effetti, il parco presenta una serie di “attrazioni” adatte a tutte le età.
Sullo spazio antistante all’entrata è possibile rilassarsi su una panchina, guardando i passanti e lo scorrere delle auto, o facendo un picnic. All’interno si trovano campi per praticare svariati sport come il tennis, il basket e il nuoto.
Vi è poi una importante spazio chiamato Daruma-chan Hiroba, ricavato da un ex campo da baseball. A un lato di questa piazza, vi è una collinetta che ospita un percorso di giochi per bambini; sul lato opposto, vi è uno spazio circolare dove i piccoli amano rincorrersi e su cui si affaccia un gazebo con posti a sedere al coperto. Se si scendono i pochi gradini accanto, si scopre un canale lungo il muretto attorno al gazebo sormontato da un ponticello. Qui i bambini si divertono a toccare le rocce nell’acqua bassa e le mamme a scattare loro delle foto.
Ci sono altre tre piazze nel Takefu Central Park che voglio menzionare. Quella chiamata Pa pi pu pe po che ospita una monorotaia e altre giostre per diveryirsi. Funsui Hiroba che ospita una fontana rotonda che crea continui giochi d’acqua; e Konotori Hiroba, la piazza antistante la ruota panoramica. Queste due ultime piazze sono perfette per momenti di coppia o in famiglia. Ma anche passare del tempo da soli leggendo un buon libro può essere un’ottima idea.

Takefu Central Park e l’importanza della gratitudine

C’è stato un periodo in cui fra il COVID e il lavoro non avevo modo di viaggiare ed esplorare nuove mete. All’inizio l’ho vissuto molto male, mi sentivo quasi chiusa in gabbia in una città che “non aveva molto da offrire”. Soprattutto durante il weekend dove sentivo la voglia di scaricare lo stress e fare qualcosa di diverso.
Data l’impossibilità del momento, un giorno ho deciso che per fare qualcosa di diverso avrei fatto un picnic al Takefu Central Park. C’ero già stata più volte, ma mangiare all’aperto osservando il verde, i passanti e le famiglie è stato sorprendente: è bastato davvero poco per ritrovare quella serenità che non riuscivo più a trovare chiusa fra le quattro mura di casa o d’ufficio.

A volte diamo per scontato i posti vicini, proprio perché sono a portata di mano. Pensiamo che dobbiamo andare chissà dove per essere soddisfatti e poi postiamo foto di quei luoghi meravigliosi sui nostri profili social. Spiagge tropicali, metropoli piene di luci…
Non penso che sia sbagliato visitare posti lontani e che ci fanno sognare, anzi. Piace anche a me. Penso, però, che è anche importante sentirsi grati per ciò che si ha e dove si è. Il Takefu Central Park me l’ha fatto capire più di ogni altro luogo. Perciò, è diventato un posto importante dove trascorrevo moltissime domeniche. Un posto sicuro per rilassarmi, un posto in cui riuscivo a sentirmi grata per ciò che avevo.

E voi? Avete un posto vicino dove vi piace rifugiarvi? Dove sentite la gratitudine esplodervi dentro?

Voglia di fare, yaruki

Ci sono giorni sì e giorni no. Giorni in cui tutto sembra venirci facile e naturale さっさとできる日 sassato dekiru hi; e giorni in cui, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a fare nulla 全然ノらない日 zenzen noranai hi. A volte, siamo davvero poco concentrati o non in forma e forse è meglio lasciar stare, non forzare. A volte, però, ci diciamo che non abbiamo voglia di fare, yaruki やる気, che non abbiamo motivazione. E ci mettiamo in attesa nella speranza che arrivi. Ma poi non arriva. Questo perché la motivazione non arriva dal nulla.

Come nasce la voglia di fare?

Tempo fa ho letto il libro “やりたいことを全部やる!時間術”, Yaritai koto wo zenbu yaru! Jikanjutsu (che si può tradurre come: Fare tutto ciò che vogliamo fare! Gestione del tempo) scritto da Usui Yuki. È un libro che parla della gestione del tempo principalmente per il lavoro, ma anche per lo studio, gli interessi, gli incontri.
Uno degli spunti che più mi sono rimasti impressi è la visione dell’autrice sulla voglia di fare, yaruki. Cos’è lo yaruki?
Yaruki è 意欲 iyoku, volontà. Perciò non dobbiamo aspettare finché ci farà visita, ma dobbiamo farla nascere dentro di noi, facendo un primo passo.
Per rendere più esplicita la connessione fra azione e volontà, l’autrice spiega il funzionamento del nostro cervello. Facendo un’azione, il cervello entra in uno stato di eccitazione, 作業興奮 sagyō kōfun. In questo stato viene fuori la motivazione, il movimento della corteccia associativa frontale (che è il centro di comando del cervello) migliora, e la testa si schiarisce. In altre parole, non è che facciamo qualcosa una volta venuto fuori lo yaruki, ma è agendo che esso viene fuori. Perciò, se l’aspettiamo non faremo che sprecare tempo.

voglia di fare, yaruki

Cosa fare quando non ci sentiamo motivati?

L’autrice dà tre consigli, spiegando che potrebbe bastare anche uno.

  • Mettere una musica di sottofondo
  • Utilizzare olii aromatici, su un fazzoletto o in un diffusore, come citronella, ginepro e menta piperita
  • Incoraggiarsi con frasi del tipo: “Ci riesco”, “Anche oggi sarà un gran giorno”

E voi? Come vi comportate quando avete un progetto o un lavoro da fare? Siete di solito più pronti ad agire o aspettate che arrivi la voglia di fare? Cosa fate di solito per darvi la carica o ritrovare la motivazione?

Eiheiji, il tempio dell’eterna pace

Un posto che sicuramente mi è rimasto nel cuore è il tempio Eiheiji.
Era il diciotto luglio di qualche anno fa quando ci sono andata per la prima volta. Ne avevo sentito parlare da tempo, quando ero in Italia e poi più volte quando ero in Giappone. “È un posto bellissimo”, “si respira un’atmosfera magica”, mi dicevano. E così, poiché mi trovavo nella prefettura di Fukui, poiché era domenica e splendeva il sole, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di visitarlo di persona. Il tempio è un complesso di oltre settanta edifici e si trova nelle montagne fuori la città di Fukui. Fu fondato dal monaco Dōgen (1200-1253), che introdusse lo zen sōtō dalla Cina, ed è il luogo di addestramento principale di questa scuola, dove ancora oggi risiedono centinaia di monaci novizi.

La pace fra i cedri

I kanji che compongono il nome del tempio sono tre: il primo, 永, significa eternità; il secondo, 平, pace; e il terzo, 寺, tempio buddhista. Se si prova a tradurre in nome “Eiheiji” lo si può rendere come “il tempio dell’eterna pace”. E, in effetti, ciò che ricordo di più dello Eiheiji è proprio la sensazione di pace che mi ha invasa mentre percorrevo il viale d’accesso coperto da un fitto fogliame, mentre osservavo il manto lucente di muschio o i fusti alti e rettilinei dei cedri. Un odore forte d’incenso profumava l’aria calda e umida d’estate, il sole filtrava tra le foglie, il vento le scuoteva dando appena un’illusione di frescura.
E lì mi sono sentita a casa. Cosa vuol dire sentirsi a casa non lo so spiegare. È una di quelle cose per cui le parole non sono mai giuste, mai sufficienti, o semplicemente non adatte.

Eiheiji, il tempio dell'eterna pace

L’insegnamento dello Eiheiji

La sensazione di essere a casa non è stata la prima che ho provato.
Avevo deciso di lasciare il Giappone circa un mese prima della mia visita allo Eiheiji. Una scelta dolorosa e necessaria che però non riuscivo ancora a gestire. E quella visita è stata uno scossone non da poco. Mi sono sentita divisa fra due forze: volevo andare via, eppure restare; ero pronta (se così si può dire) ad abbandonare tutto, eppure quel posto mi chiamava.
Ho sentito un groppo alla gola, mi mancava l’aria. Avrei lasciato il paese nel giro di qualche mese senza sapere quando ci avrei rimesso piede. Mille pensieri si rincorrevano nella testa che anche fare foto non mi aiutava a distrarmi. Poi ho capito che era proprio lì che stavo sbagliando: avevo bisogno di mettermi faccia a faccia con ciò che mi stava accadendo in quel momento, con ciò che lo Eiheiji aveva da dirmi.

Così mi sono fermata per connettermi con le sensazioni corporee. Poi a fissare con consapevolezza i colori dell’estate lucente che in alcuni punti sbiadivano per il troppo sole; a esaminare le ombre sui gradini o sotto i tetti; a contemplare la relazione armoniosa fra edifici e natura. E ancora, a inspirare l’aroma di legno e incenso e a percepire i miei piedi nel loro avanzare più o meno in silenzio o facendo scricchiolare il pavimento al contatto. Non c’era niente per cui dovevo agitarmi e preoccuparmi, come la partenza o quella sensazione di star facendo qualcosa di sbagliato mandando all’aria tutto ciò che avevo costruito con impegno. C’era solo il tempio, solo io, solo quel momento. Qui e ora.

C’è un’espressione zen, 而今 nikon o jikon, che invita a concentrarsi sull’adesso, lasciando da parte il passato e le preoccupazioni per il futuro. Ecco, è proprio questo che mi ha insegnato lo Eiheiji. Accogliere ogni pensiero e sensazione corporea, essere nel mio corpo in quel preciso luogo e momento senza provare il bisogno di fuggire. Percepire attraverso i sensi per connettermi con me stessa, ciò che c’era attorno e quel preciso “qui e ora”. Pian piano dall’agitazione sono passata a sentirmi serena.

È forse questo sentirsi a casa? Essere nel qui e ora?

Relazione con il cibo

Quando ci sentiamo giù, insoddisfatti, sbagliati, stressati, può succedere che la nostra relazione con il cibo peggiori. Può capitare, infatti, di mangiare troppo o di ingurgitare cibi spazzatura. Questo succede anche a me. Quando qualcosa va storto, o meglio, non come volevo che andasse, finisco per cercare “conforto” nel cibo. Cioccolata, biscotti, salatini… insomma, finisco per mangiare prodotti che non sono sani e che si possono mangiare in fretta senza sforzo né bisogno di preparazione.

Cos’è il cibo?

Cos’è il cibo? “Cibo” è un termine generico che si riferisce a tutto ciò che si mangia. Il cibo è qualcosa che ci sostiene e ci dà energia per affrontare la giornata. Penso, però, che nei paesi sviluppati sia anche qualcosa che si dà per scontato, essendo di facile reperibilità nei supermercati, sia come ingredienti che come pasti già pronti. Così succede che quando abbiamo fame o siamo nervosi non impieghiamo molto a trovare qualcosa da mettere sotto i denti.
Ma il cibo è solo questo?

Ho già parlato di come lo zen veda in una ciotola di okayu una serie infinita di relazioni e connessione fra noi, gli altri e il mondo. Qui vi parlo di cos’è il cibo per lo zen. Per lo zen, 食べ物は全部生命でできている, tabemono wa zenbu seimei de dekite iru, ovvero tutto il cibo è vita, è fatto di vita. Carne, pesce, verdure… Tutti in principio sono esseri viventi. Perciò, quando mangiamo, non ci stiamo cibando solo di cibo, ma anche di vita.
Inoltre, il cibo è 良薬 ryōyaku, buona medicina, nel senso che sostiene il corpo e non lo fa deperire. Quando prendiamo medicine, non ne assumiamo una in più perché è deliziosa o non ne prendiamo una in meno perché il sapore non ci piace. Così dovrebbe essere anche per il cibo: assumerlo quando è necessario, assumere cosa è necessario e nella dose necessaria.
Ma quante volte, assaliti dallo stress, finiamo per mangiare anche quando siamo pieni? O finiamo per mangiare ciò che non è necessario? O ancora in quantità sbagliate? È così che il cibo può diventare 毒 doku, veleno. Infatti, se si segue una dieta sbilanciata o si mangia troppo si finisce per ammalarsi. Ed è un dispiacere anche per le vite che abbiamo mangiato, essendo il cibo stesso vita.

Relazione con il cibo

Come mantenere una buona relazione con il cibo?

Sebbene sotto stress possa risultare difficile mantenere una buona relazione con il cibo, credo che questi concetti zen possano tornarci utili, almeno in parte. Il cibo è, prima di tutto, vita. E la vita non dovrebbe andare sprecata né consumata voracemente, ma assaporata al ritmo giusto. Inoltre, comprendendo che, come le medicine, se preso in momenti e dosi sbagliati può fare male, forse possiamo almeno provare a fermarci un attimo quando siamo nervosi e pronti ad allungare la mano sulla prima cosa che capita. Così, ci prendiamo cura della nostra salute e rispettiamo anche il cibo (e la vita in esso) mangiando una minor quantità o conservandolo per quando sarà davvero indispensabile.

E voi? Che relazione avete con il cibo? Come cambia quando siete stressati? Cosa ne pensate di questi concetti zen?