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La magia dei sakura

Se penso alla primavera in Giappone, non posso non menzionare i 桜 sakura. Sono molti i fiori che sbocciano durante questa stagione, eppure i fiori di ciliegio ne sono l’emblema e sono i più attesi per un anno intero. La magia dei sakura si ripete ogni anno, in momenti diversi a seconda del luogo, quando, nonostante il freddo, le temperature iniziano ad alzarsi. E allora tutto si tinge di rosa. Un rosa di varie sfumature, che può tendere al bianco e a un rosa più carico.

Lo hanami 

Chi è stato in Giappone avrà di sicuro visto gruppi di persone organizzare picnic all’aperto; persone fotografare senza sosta i rami e i fiori più belli; persone farsi dei selfie o chiedere di essere immortalate sotto i ciliegi. È lo 花見 hanami, letteralmente “osservare i fiori”.

Si passeggia nella propria città o in quelle vicine, si viaggia in altre prefetture, esplorando posti più o meno conosciuti. Si va in cerca di sakura non solo di giorno, ma anche di notte, godendo delle illuminazioni apposite degli eventi di light up serali.

La magia dei sakura è una breve parentesi nell’arco della primavera, che dura appena un paio di settimane. Poi i fiori cominciano a perdere i petali che vengono trasportati via dal vento e colorano di rosa i fiumi e i piccoli canali d’acqua, i sentieri e i gradini dei giardini, e le strade. Superfici ricoperte di rosa o puntellate qua e là da questo colore. È così che man mano gli occhi smettono di puntare in alto e si rivolgono in basso per un ultimo saluto e l’arrivederci all’anno successivo.

la magia dei sakura

La magia dei sakura 

Mi ritengo fortunata per aver visto più volte la fioritura dei ciliegi. Spettacolo per gli occhi e nutrimento per lo spirito. Ecco cos’è. Sarà che mi piace ragionare sulle cose e trovare un senso; sarà che mi piace osservare le cose e scovare qualcosa di più profondo… Sono convinta che siamo destinati a certi incontri lungo il cammino per fare nostri insegnamenti che altrimenti non saremmo in grado di apprendere.

I sakura sbocciano e sfioriscono in breve tempo. Rappresentano il concetto di 無常 mujō, l’impermanenza. Come a dire che ciò che nasce inevitabilmente muore. Il nostro tempo è limitato ed è importante sfruttarlo al meglio.

I sakura sbocciano raggiungendo sempre la massima fioritura, la cosiddetta 満開 mankai. Come a invitarci a essere noi stessi e a dare il massimo, esprimendo la nostra vera natura e tutto il nostro potenziale.

I sakura fioriscono in modo spontaneo senza che nessuno glielo chieda e, soprattutto, senza dare importanza agli occhi di chi li guarda. Come a ricordarci che siamo unici e non abbiamo bisogno dell’approvazione altrui per amare la nostra bellezza e portarla nel mondo.

Viviamo appieno ogni istante, siamo noi stessi, doniamo la nostra preziosa autenticità senza aspettarci nulla in cambio. Ecco cos’è per me la magia dei sakura.

L’impermanenza della vita

Mi capita spesso di vivere immersa nei pensieri, di leggere e di ragionare su cosa vorrei o potrei fare, ma di non saperlo poi tradurre sempre in azioni. Non so se capita anche a voi. Di restare così, immobili, a pensare a lungo con la conseguente sensazione del tempo che passa, per poi finire a riflettere sul senso dell’esistenza, sull’impermanenza della vita. A volte mi prende l’angoscia per il tempo che fugge, per sentirmi in ritardo rispetto agli altri, alle aspettative mie o altrui, o in base alla mia età (che poi ognuno si trova esattamente dove deve essere…) e allora non riesco a combinare niente. A volte, invece, riesco a guardare in faccia quella stessa angoscia e a sostituirla con l’euforia per le cose che voglio e posso fare e allora mi metto a fare ciò che avevo sognato, rimandato, intrapreso ma trascurato. È successo così per il blog e un mucchio di altre cose.

In momenti come questi mi ritrovo a spulciare fra i miei libri giapponesi e a cercare quel contatto con la rappresentazione immediata dell’esistenza racchiusa in componimenti come gli haiku. Pennellate veloci di immagini quotidiane, squarci minimi di vita che in sole diciassette sillabe racchiudono il mondo intero.

Fin da quando le ho scoperte sono diventate parte di me, qualcosa a cui sento il bisogno di ritornare a più riprese. Forse è per questo che un giorno, mentre ero in una libreria di Osaka, sono stata attirata da un libricino sugli haiku. Il titolo è “Bashō no kotoba hyaku sen”, l’autore Sakaino Katsunori. Il libro contiene una selezione di cento componimenti di Matsuo Bashō (Ueno 1644 – Osaka 1694), il poeta di haiku più famoso.

Lo haiku sull’impermanenza della vita

L’introduzione si apre con il componimento più noto del poeta, conosciuto non solo da tanti adulti giapponesi ma anche dagli studenti delle elementari che lo memorizzano verso i cinque, sei anni.

古池や
蛙飛びこむ
水の音

Furu ike ya
kawazu tobikomu
mizo no oto

Vecchio stagno
una rana si tuffa
suono d’acqua

Sakaino spiega che questo haiku fu composto da Bashō durante la sua permanenza a Fukagawa. È il luogo in cui visse a trentasette anni per studiare sotto il noto monaco Bucchō Oshō. Il monaco un giorno gli chiese “Cos’è la vita?” e lui rispose proprio con questo componimento.1

rana, stagno, impermanenza della vita

Analisi

Qui non scrivero di questioni formali dello haiku, come il kigo, che rimanda a un discorso sulle stagioni. Mi limiterò a un’interpretazione della poesia.
Ciò che viene mostrato è qualcosa di estremamente semplice. L’immagine di uno stagno in cui salta la rana causando il suono dell’acqua. Lo stagno è calmo e la rana che si tuffa dentro spezza per un attimo quel silenzio e quell’immobilità, che si palesano in cerchi concentrici sulla superficie e nel suono dell’acqua. Non c’è altro: uno stagno, una piccola azione, un suono che si dissolve, il nulla.

Questi versi ci fanno immergere in una realtà naturale, tranquilla, priva di giudizio, come la mente zen quando raggiunge l’illuminazione, detta satori. Lo sguardo che Bashō rivolge alla natura risuona con il pensiero di Dōgen, monaco zen del periodo Kamakura. Perciò nei suoi versi appare con chiarezza lo spirito dell’illuminazione zen. La soggettività del poeta, la cui mente è come uno “specchio pulito, una pellicola vergine, una superficie vuota”2, scompare e lascia il posto a una realtà a sé stante, in cui viene mostrato ciò che esiste, qui e ora. Pasqualotto, in “Estetica del vuoto”, dice che non si assiste solo all’assenza di soggetto, bensì è l’evento stesso che manca di un soggetto unico, definito, limitato. Non si sente il suono d’acqua come conseguenza del tuffo della rana. Siamo in presenza di tre eventi contemporanei ed equivalenti: la presenza del vecchio stagno, il salto della rana e il suono d’acqua. Nessuno dei tre eventi ha senso senza l’altro.3 In questo movimento infinitesimale, c’è la consapevolezza della realtà, ovvero dell’eternità dell’universo, rappresentato dallo stagno, e della fugacità dell’esistenza.

Come dice Sakaino, noi possiamo vivere anche novanta, cent’anni, eppure la nostra vita non è che un breve istante in confronto all’eternità dell’universo. Perciò, proprio per l’impermanenza della vita, è importante vivere al massimo.

Una riflessione in più

Questo haiku così semplice non è facile da commentare, si potrebbero scrivere pagine e pagine senza riuscire a esaurire il discorso. Credo che ognuno possa interpretarlo in modo diverso, vederci qualcosa di diverso. A me piace pensare che ognuno di noi abbia qualcosa da dare al mondo, magari sarà qualcosa di piccolo, visibile ai pochi che osservano lo stagno della nostra vita. Ma come la rana possiamo lasciare che quel qualcosa riecheggi, sia pure per un tempo limitato, in uno spazio limitato, e apporti il nostro contributo, unico e originale. Questo mi spinge ad agire, nonostante la consapevolezza della finitezza del mio essere e della mia vita, mi spinge a perseguire nei miei progetti che spero riusciranno a connettere persone, idee e culture, e, perché no, avere un impatto positivo.

E voi? Vi capita di riflettere sull’impermanenza della vita? Che pensieri vi provoca? Cosa ci leggete nello haiku più famoso di Bashō?

  1. Sakaino K., Bashō no kotoba hyaku sen, Mikasa Shobo, 2019, p.3; p.71. ↩︎
  2. Pasqualotto G., Estetica del vuoto – Arte e meditazione nelle culture d’Oriente, Marsilio Editori, 1992, p.108. ↩︎
  3. Ibid., p.108. ↩︎

Le stagioni

La prima volta che ho sentito dire “in Giappone ci sono quattro stagioni” sono rimasta perplessa. Anche in Italia le stagioni sono quattro, mi dicevo. Continuavo a non capire quando me lo ripetevano. Cosa c’era di così speciale da sottolineare più e più volte?

L’ho capito solo con il tempo, vivendo in regioni caratterizzate da forti cambiamenti durante l’anno. In Giappone ogni stagione ti si attacca addosso in un modo tutto suo, tanto che ti sembra di scoprirne il vero carattere per la prima volta.

I diversi caratteri

La primavera è timida. Si affaccia piano nell’aria ancora fredda sul finire dell’inverno. Ci mette giorni, settimane per accarezzarti con calore. Anche i colori che porta sono tenui, all’inizio, come il rosa dei pruni e dei ciliegi. Ma poi ti sorprende con colori più vivaci, come quelli delle azalee.

L’estate è decisa, ti stringe da subito nella sua umidità. Porta la stagione delle piogge e poi un clima torrido e afoso che sembra non voler finire mai. Anche i suoi colori sono accessi e brillanti, come l’azzurro, il rosa e il viola delle ortensie, ancora più raggianti sotto le gocce d’acqua. O come il verde delle foglie e del morbido muschio, così verde da sembrare finto. L’estate è anche suono nel ronzio dei tanti insetti e nel canto senza sosta delle cicale.

L’autunno è malinconico, quasi non vuole lasciare andare ciò che c’è stato. Così, mentre le foglie cadono e i rami si spogliano, gli aceri si tingono di rosso. Anche il ronzio degli insetti diminuisce e al loro posto spuntano ragni taciturni.

L’inverno è calmo, riveste le città di neve e silenzio. Il ghiaccio si posa fra i cespugli e le foglioline o i piccoli rami delle piante più resistenti si congelano. I forti sazanka sono l’unico tocco di colore acceso in mezzo a un bianco infinito. È il bianco del riposo, del sonno prima di un’altra rinascita. È il bianco di una pagina vuota al termine di un capitolo e prima del successivo.

Le stagioni in GIappone

Le stagioni e il tempo

Attraverso le stagioni, la natura nasce, cresce, invecchia, muore, poi rinasce. È così facciamo anche noi, più volte nella vita, nelle diverse fasi e nei diversi momenti che ci troviamo ad affrontare.

Forse è questa forte connessione che spinge i giapponesi a fermarsi e contemplare i piccoli cambiamenti nei colori e nelle forme, quell’eterno mutare e quell’impermanenza che sono propri di tutte le cose. È così che hanno l’esigenza di custodire la natura, di celebrarla con eventi e perfino di riproporla nei sapori di piatti e dolci.

Mi viene da pensare che imparare a custodire le nostre stagioni ci renderebbe più liberi. Liberi di essere così come siamo, nei momenti di luce e di buio. Liberi di scoprire la bellezza in ogni momento o fase, dentro e fuori di noi. Ma ci renderebbe anche più consapevoli. Consapevoli che ogni cambiamento richiede il suo tempo, un tempo che non è uguale per tutti. Consapevoli che ogni rinascita è possibile con l’accoglienza e non la resistenza al cambiamento.

Shoshin wasuru bekarazu

Ricordo bene il giorno in cui una delle lettrici giapponesi presentò alla mia classe l’espressione 初心忘るべからず shoshin wasuru bekarazu. Ricordo bene di come le sue dita scorrevano sulla lavagna e tracciavano quei pochi kanji e caratteri dello hiragana che non avrei più dimenticato.

L’espressione viene spesso tradotta come “non dimenticare lo spirito iniziale” e la professoressa la presentò a noi, studenti non più del primo anno, per spronarci nello studio della lingua giapponese. L’avevo interpretata come “non dimenticare lo spirito iniziale di quando hai deciso di studiare il giapponese e, in senso più lato, non dimenticare la motivazione che ti ha spinto a intraprendere un nuovo percorso”.
Solo con il tempo ho scoperto che aveva un significato più profondo. 

Il significato per Zeami

A lasciarci questa espressione, molto nota in Giappone, è stato il grande maestro del teatro Nō, Zeami (1363?-1443?). Nel Kakyō Zeami scrive:

是非の初心忘るべからず

時々の初心忘るべからず

老後の初心忘るべからず

Zehi no shoshin wasuru bekarazu

Toki doki no shoshin wasuru bekarazu

Rōgo no shoshin wasuru bekarazu

“Non dimenticare mai lo spirito iniziale

Non dimenticare lo spirito iniziale in ogni momento

Non dimenticare lo spirito iniziale nella vecchiaia”

shoshin wasuru bekarazu

Zehi no shoshin wo wasuru bekarazu è un invito a non dimenticare l’arte che si è appresa da giovane attraverso gli sbagli e le difficoltà. Ciò sarà la base per il successo futuro. Se si dimentica lo spirito iniziale di quando si era giovani e inesperti, non si potrà imparare e migliorare nell’arte teatrale. Perciò non si deve mai dimenticare lo spirito iniziale durante la vita.

Toki doki no shoshin è ciò che si accumula con gli anni. Dalla gioventù fino alla vecchiaia è importante impersonare ruoli o stili adatti alla propria età o fase della vita. Se si dimentica cosa si è imparato in un determinato momento, non si potrà imparare niente nel successivo, quando ci si trova ad affrontare un’altra opera o un altro personaggio.

Rōgo no shoshin è acquisire lo stile artistico adatto alla vecchiaia. Anche da anziani, ci si trova ad affrontare delle sfide per la prima volta. Perciò non dimenticare lo spirito iniziale nella vecchiaia è un invito a non dimenticare di essere dei principianti anche in età avanzata. Non si può pensare di aver raggiunto il massimo livello e di non poter apprendere nuove competenze o di perfezionare quelle già acquisite. Si può sempre migliorare affrontando le sfide con umiltà, avendo presente la propria immaturità e inesperienza.

Per Zeami, quindi, shoshin è l’attitudine di chi accetta la propria immaturità e affronta nuove sfide e situazioni di cui non ha mai fatto esperienza.

Shoshin wasuru bekarazu e le sfide di ogni giorno

In quest’ottica, si può dire che gli insegnamenti di Zeami non si riferiscono soltanto all’arte teatrale, ma possono essere applicati a ogni sfida che si presenta lungo il nostro cammino. Se accogliamo le prove con lo spirito di chi sa che è inesperto e vuole imparare, con lo spirito di chi sa che può sempre migliorare le proprie competenze o apprenderne di nuove, riusciremo a crescere.
Ognuno di noi ha imparato qualcosa attraverso gli sbagli e le difficoltà. Custodiamo ogni esperienza, facciamone il nostro bagaglio per superare le prove che verranno. Non lasciamo che la paura o le preoccupazioni ci fermino.
Shoshin wasuru bekarazu!