Mi capita spesso di vivere immersa nei pensieri, di leggere e di ragionare su cosa vorrei o potrei fare, ma di non saperlo poi tradurre sempre in azioni. Non so se capita anche a voi. Di restare così, immobili, a pensare a lungo con la conseguente sensazione del tempo che passa, per poi finire a riflettere sul senso dell’esistenza, sull’impermanenza della vita. A volte mi prende l’angoscia per il tempo che fugge, per sentirmi in ritardo rispetto agli altri, alle aspettative mie o altrui, o in base alla mia età (che poi ognuno si trova esattamente dove deve essere…) e allora non riesco a combinare niente. A volte, invece, riesco a guardare in faccia quella stessa angoscia e a sostituirla con l’euforia per le cose che voglio e posso fare e allora mi metto a fare ciò che avevo sognato, rimandato, intrapreso ma trascurato. È successo così per il blog e un mucchio di altre cose.
In momenti come questi mi ritrovo a spulciare fra i miei libri giapponesi e a cercare quel contatto con la rappresentazione immediata dell’esistenza racchiusa in componimenti come gli haiku. Pennellate veloci di immagini quotidiane, squarci minimi di vita che in sole diciassette sillabe racchiudono il mondo intero.
Fin da quando le ho scoperte sono diventate parte di me, qualcosa a cui sento il bisogno di ritornare a più riprese. Forse è per questo che un giorno, mentre ero in una libreria di Osaka, sono stata attirata da un libricino sugli haiku. Il titolo è “Bashō no kotoba hyaku sen”, l’autore Sakaino Katsunori. Il libro contiene una selezione di cento componimenti di Matsuo Bashō (Ueno 1644 – Osaka 1694), il poeta di haiku più famoso.
Lo haiku sull’impermanenza della vita
L’introduzione si apre con il componimento più noto del poeta, conosciuto non solo da tanti adulti giapponesi ma anche dagli studenti delle elementari che lo memorizzano verso i cinque, sei anni.
古池や
蛙飛びこむ
水の音
Furu ike ya
kawazu tobikomu
mizo no oto
Vecchio stagno
una rana si tuffa
suono d’acqua
Sakaino spiega che questo haiku fu composto da Bashō durante la sua permanenza a Fukagawa. È il luogo in cui visse a trentasette anni per studiare sotto il noto monaco Bucchō Oshō. Il monaco un giorno gli chiese “Cos’è la vita?” e lui rispose proprio con questo componimento.1

Analisi
Qui non scrivero di questioni formali dello haiku, come il kigo, che rimanda a un discorso sulle stagioni. Mi limiterò a un’interpretazione della poesia.
Ciò che viene mostrato è qualcosa di estremamente semplice. L’immagine di uno stagno in cui salta la rana causando il suono dell’acqua. Lo stagno è calmo e la rana che si tuffa dentro spezza per un attimo quel silenzio e quell’immobilità, che si palesano in cerchi concentrici sulla superficie e nel suono dell’acqua. Non c’è altro: uno stagno, una piccola azione, un suono che si dissolve, il nulla.
Questi versi ci fanno immergere in una realtà naturale, tranquilla, priva di giudizio, come la mente zen quando raggiunge l’illuminazione, detta satori. Lo sguardo che Bashō rivolge alla natura risuona con il pensiero di Dōgen, monaco zen del periodo Kamakura. Perciò nei suoi versi appare con chiarezza lo spirito dell’illuminazione zen. La soggettività del poeta, la cui mente è come uno “specchio pulito, una pellicola vergine, una superficie vuota”2, scompare e lascia il posto a una realtà a sé stante, in cui viene mostrato ciò che esiste, qui e ora. Pasqualotto, in “Estetica del vuoto”, dice che non si assiste solo all’assenza di soggetto, bensì è l’evento stesso che manca di un soggetto unico, definito, limitato. Non si sente il suono d’acqua come conseguenza del tuffo della rana. Siamo in presenza di tre eventi contemporanei ed equivalenti: la presenza del vecchio stagno, il salto della rana e il suono d’acqua. Nessuno dei tre eventi ha senso senza l’altro.3 In questo movimento infinitesimale, c’è la consapevolezza della realtà, ovvero dell’eternità dell’universo, rappresentato dallo stagno, e della fugacità dell’esistenza.
Come dice Sakaino, noi possiamo vivere anche novanta, cent’anni, eppure la nostra vita non è che un breve istante in confronto all’eternità dell’universo. Perciò, proprio per l’impermanenza della vita, è importante vivere al massimo.
Una riflessione in più
Questo haiku così semplice non è facile da commentare, si potrebbero scrivere pagine e pagine senza riuscire a esaurire il discorso. Credo che ognuno possa interpretarlo in modo diverso, vederci qualcosa di diverso. A me piace pensare che ognuno di noi abbia qualcosa da dare al mondo, magari sarà qualcosa di piccolo, visibile ai pochi che osservano lo stagno della nostra vita. Ma come la rana possiamo lasciare che quel qualcosa riecheggi, sia pure per un tempo limitato, in uno spazio limitato, e apporti il nostro contributo, unico e originale. Questo mi spinge ad agire, nonostante la consapevolezza della finitezza del mio essere e della mia vita, mi spinge a perseguire nei miei progetti che spero riusciranno a connettere persone, idee e culture, e, perché no, avere un impatto positivo.
E voi? Vi capita di riflettere sull’impermanenza della vita? Che pensieri vi provoca? Cosa ci leggete nello haiku più famoso di Bashō?