Di recente ho letto “Il gatto che voleva salvare i libri”, scritto da Natsukawa Sōsuke e pubblicato in Italia da Mondadori nel 2020.
Non è stata una di quelle letture che mi ha catturato alla prima pagina. Questo perché mi è sembrato un libro dove fatti ed emozioni più che mostrati vengono raccontati. Perciò, non sono riuscita a immedesimarmi nel protagonista e sentire vicina la sua storia. Tuttavia, gli argomenti trattati, quali la lettura e i libri, mi hanno spinta ad arrivare fino in fondo. E devo dire che, sebbene il libro non mi abbia entusiasmata, mi ha fornito spunti su questioni come la relazione fra lettura e tempo a disposizione, e i libri fra esigenze di mercato e necessità di trasmettere emozioni. Credo sia questo il punto a favore de Il gatto che voleva salvare i libri, e questo il motivo per cui lo consiglio a chi ama la lettura.
Trama de “Il gatto che voleva salvare i libri”
Il luogo principale del libro è la libreria Natsuki, un negozio polveroso e solitario, dove si possono trovare capolavori di tutto il mondo. L’appassionato e colto proprietario muore e il nipote Rintarō, che eredita la libreria, deve far fronte alle difficoltà per tenerla in piedi dato il numero esiguo di lettori. Un giorno, appare un gatto parlante, dalla corporatura imponente e con una pelliccia a strisce ocra e marroni, che convince il ragazzo a intraprendere la missione di salvare i libri dalla loro scomparsa. Così, inizia un’avventura attraverso quattro labirinti per risolvere questioni legate all’importanza della lettura e alla forza dell’amore.
Chi è “un lettore”?
Nel primo labirinto de “Il gatto che voleva salvare i libri”, incontriamo un personaggio che legge freneticamente un numero enorme di libri e appena finito uno lo chiude in una vetrina chiusa a chiave per non riprenderlo mai più.
Il mondo è pieno di persone che vengono definite “lettori”. (…) Vale più qualcuno che ne ha letti ventimila di uno che ne ha letti diecimila. E proprio per il fatto che c’è un mucchio di libri che si dovrebbero leggere, rileggerne uno non sarebbe altro che uno spreco di tempo.
Chi è un lettore? Possiamo definire un lettore chi legge tanti libri e sempre di nuovi? O chi rilegge anche libri già letti?
Ha senso leggere un libro in modo frenetico solo per aggiungerne un altro alla lista dei libri già letti?
Tempo e lettura
Nel secondo labirinto viene affrontato il tema del tempo che possiamo dedicare alla lettura. Incontriamo un altro personaggio bizzarro che ritaglia i libri per trasformali in sinossi e renderli brevi per facilitare i lettori.
Le storie che non vengono lette finiscono per scomparire. Io do loro il giusto valore, e per preservarle mentre sono ancora vive vi aggiungo qualcosa. Le trasformo in sinossi. Le sottopongo a lettura veloce. In questo modo, non solo riesco a far rimanere traccia nel presente di storie destinate a scomparire, ma posso soddisfare le aspettative di tutti quelli che desiderano venire a contatto con questi capolavori agevolmente e in un breve lasso di tempo. “Melos si infuriò”. Non è forse una fantastica sinossi?
Anche a me, da lettrice, viene facile trovare nuovi titoli da leggere e così la lista dei libri continua ad aumentare. E non nascondo di avere svariati libri comprati ancora da leggere… Spesso vorrei trovare più tempo o essere più veloce per poter essere al passo con ciò che vorrei leggere. Eppure ha senso leggere in modo veloce, senza assaporare la profondità che si nasconde fra le righe e in passaggi che vanno letti e riletti per essere compresi a fondo?

Il libro: oggetto di consumo o portatore di emozioni?
Nel terzo labirinto incontriamo un personaggio che tratta libri solo come un oggetto di consumo che vanno venduti per ricavare profitti.
Vendere libri è molto facile. Basta attenersi a un’unica semplice regola (…) La regola è vendere libri che si fanno vendere! (…) Qui non pubblichiamo libri per trasmettere qualcosa, ma solo quelli che la società ci richiede. Io me ne frego di messaggi da comunicare, di filosofie da tramandare ai posteri, di crudeli realtà o di verità complesse. Non è questo cui la società ambisce. Ciò che serve a una casa editrice non è stabilire cosa bisogna trasmettere al mondo. È sapere che cosa il mondo desidera che gli venga trasmesso. (…) È solo così che la mia casa editrice può continuare ad accumulare gli adeguati profitti.
Al mondo d’oggi le persone sono troppo indaffarate, e non hanno né tempo né soldi da spendere in voluminosi capolavori della letteratura e via discorrendo. Ma la lettura di libri come status sociale ha ancora il suo richiamo, e tutti cercano disperatamente di arricchire anche solo un minimo il proprio misero curriculum con opere di una qualche difficoltà. E noi pubblichiamo libri proprio pensando alle esigenze di queste persone. (…) I compendi da due soldi e le sinossi si vendono come il pane! (…) Ma per quelli che desiderano solo degli stimoli, i più indicati sono i libri con descrizioni crude di sesso o di violenza. E per chi non ha fantasia, basta aggiungere in copertina “Ispirato a una storia vera” e solo con quello le tirature aumentano di molto, gli incassi si gonfiano di conseguenza e il gioco è fatto! (…) E per quelli che di base non prenderebbero mai in mano un libro, è sufficiente compilare delle semplici informazioni. “I cinque segreti del successo”, o “Le otto regole per fare carriera”, tanto per portare un esempio.
Indubbiamente, il mercato e cosa vuole il pubblico sono dati indispensabili per le case editrici e per le librerie. Ma a stabilire il valore dei libri è davvero solo il numero di copie vendute? O sono importanti anche le emozioni e i messaggi che veicolano?
Avete letto “Il gatto che voleva salvare i libri”? Cose ne pensate?
E poi, che lettori siete? Cos’è per voi un libro? Cosa ricercate in un libro?








