La prima volta che ho sentito dire “in Giappone ci sono quattro stagioni” sono rimasta perplessa. Anche in Italia le stagioni sono quattro, mi dicevo. Continuavo a non capire quando me lo ripetevano. Cosa c’era di così speciale da sottolineare più e più volte?
L’ho capito solo con il tempo, vivendo in regioni caratterizzate da forti cambiamenti durante l’anno. In Giappone ogni stagione ti si attacca addosso in un modo tutto suo, tanto che ti sembra di scoprirne il vero carattere per la prima volta.
I diversi caratteri
La primavera è timida. Si affaccia piano nell’aria ancora fredda sul finire dell’inverno. Ci mette giorni, settimane per accarezzarti con calore. Anche i colori che porta sono tenui, all’inizio, come il rosa dei pruni e dei ciliegi. Ma poi ti sorprende con colori più vivaci, come quelli delle azalee.
L’estate è decisa, ti stringe da subito nella sua umidità. Porta la stagione delle piogge e poi un clima torrido e afoso che sembra non voler finire mai. Anche i suoi colori sono accessi e brillanti, come l’azzurro, il rosa e il viola delle ortensie, ancora più raggianti sotto le gocce d’acqua. O come il verde delle foglie e del morbido muschio, così verde da sembrare finto. L’estate è anche suono nel ronzio dei tanti insetti e nel canto senza sosta delle cicale.
L’autunno è malinconico, quasi non vuole lasciare andare ciò che c’è stato. Così, mentre le foglie cadono e i rami si spogliano, gli aceri si tingono di rosso. Anche il ronzio degli insetti diminuisce e al loro posto spuntano ragni taciturni.
L’inverno è calmo, riveste le città di neve e silenzio. Il ghiaccio si posa fra i cespugli e le foglioline o i piccoli rami delle piante più resistenti si congelano. I forti sazanka sono l’unico tocco di colore acceso in mezzo a un bianco infinito. È il bianco del riposo, del sonno prima di un’altra rinascita. È il bianco di una pagina vuota al termine di un capitolo e prima del successivo.

Le stagioni e il tempo
Attraverso le stagioni, la natura nasce, cresce, invecchia, muore, poi rinasce. È così facciamo anche noi, più volte nella vita, nelle diverse fasi e nei diversi momenti che ci troviamo ad affrontare.
Forse è questa forte connessione che spinge i giapponesi a fermarsi e contemplare i piccoli cambiamenti nei colori e nelle forme, quell’eterno mutare e quell’impermanenza che sono propri di tutte le cose. È così che hanno l’esigenza di custodire la natura, di celebrarla con eventi e perfino di riproporla nei sapori di piatti e dolci.
Mi viene da pensare che imparare a custodire le nostre stagioni ci renderebbe più liberi. Liberi di essere così come siamo, nei momenti di luce e di buio. Liberi di scoprire la bellezza in ogni momento o fase, dentro e fuori di noi. Ma ci renderebbe anche più consapevoli. Consapevoli che ogni cambiamento richiede il suo tempo, un tempo che non è uguale per tutti. Consapevoli che ogni rinascita è possibile con l’accoglienza e non la resistenza al cambiamento.