Un posto che sicuramente mi è rimasto nel cuore è il tempio Eiheiji.
Era il diciotto luglio di qualche anno fa quando ci sono andata per la prima volta. Ne avevo sentito parlare da tempo, quando ero in Italia e poi più volte quando ero in Giappone. “È un posto bellissimo”, “si respira un’atmosfera magica”, mi dicevano. E così, poiché mi trovavo nella prefettura di Fukui, poiché era domenica e splendeva il sole, non mi sono lasciata sfuggire l’occasione di visitarlo di persona. Il tempio è un complesso di oltre settanta edifici e si trova nelle montagne fuori la città di Fukui. Fu fondato dal monaco Dōgen (1200-1253), che introdusse lo zen sōtō dalla Cina, ed è il luogo di addestramento principale di questa scuola, dove ancora oggi risiedono centinaia di monaci novizi.
La pace fra i cedri
I kanji che compongono il nome del tempio sono tre: il primo, 永, significa eternità; il secondo, 平, pace; e il terzo, 寺, tempio buddhista. Se si prova a tradurre in nome “Eiheiji” lo si può rendere come “il tempio dell’eterna pace”. E, in effetti, ciò che ricordo di più dello Eiheiji è proprio la sensazione di pace che mi ha invasa mentre percorrevo il viale d’accesso coperto da un fitto fogliame, mentre osservavo il manto lucente di muschio o i fusti alti e rettilinei dei cedri. Un odore forte d’incenso profumava l’aria calda e umida d’estate, il sole filtrava tra le foglie, il vento le scuoteva dando appena un’illusione di frescura.
E lì mi sono sentita a casa. Cosa vuol dire sentirsi a casa non lo so spiegare. È una di quelle cose per cui le parole non sono mai giuste, mai sufficienti, o semplicemente non adatte.

L’insegnamento dello Eiheiji
La sensazione di essere a casa non è stata la prima che ho provato.
Avevo deciso di lasciare il Giappone circa un mese prima della mia visita allo Eiheiji. Una scelta dolorosa e necessaria che però non riuscivo ancora a gestire. E quella visita è stata uno scossone non da poco. Mi sono sentita divisa fra due forze: volevo andare via, eppure restare; ero pronta (se così si può dire) ad abbandonare tutto, eppure quel posto mi chiamava.
Ho sentito un groppo alla gola, mi mancava l’aria. Avrei lasciato il paese nel giro di qualche mese senza sapere quando ci avrei rimesso piede. Mille pensieri si rincorrevano nella testa che anche fare foto non mi aiutava a distrarmi. Poi ho capito che era proprio lì che stavo sbagliando: avevo bisogno di mettermi faccia a faccia con ciò che mi stava accadendo in quel momento, con ciò che lo Eiheiji aveva da dirmi.
Così mi sono fermata per connettermi con le sensazioni corporee. Poi a fissare con consapevolezza i colori dell’estate lucente che in alcuni punti sbiadivano per il troppo sole; a esaminare le ombre sui gradini o sotto i tetti; a contemplare la relazione armoniosa fra edifici e natura. E ancora, a inspirare l’aroma di legno e incenso e a percepire i miei piedi nel loro avanzare più o meno in silenzio o facendo scricchiolare il pavimento al contatto. Non c’era niente per cui dovevo agitarmi e preoccuparmi, come la partenza o quella sensazione di star facendo qualcosa di sbagliato mandando all’aria tutto ciò che avevo costruito con impegno. C’era solo il tempio, solo io, solo quel momento. Qui e ora.
C’è un’espressione zen, 而今 nikon o jikon, che invita a concentrarsi sull’adesso, lasciando da parte il passato e le preoccupazioni per il futuro. Ecco, è proprio questo che mi ha insegnato lo Eiheiji. Accogliere ogni pensiero e sensazione corporea, essere nel mio corpo in quel preciso luogo e momento senza provare il bisogno di fuggire. Percepire attraverso i sensi per connettermi con me stessa, ciò che c’era attorno e quel preciso “qui e ora”. Pian piano dall’agitazione sono passata a sentirmi serena.
È forse questo sentirsi a casa? Essere nel qui e ora?