Il coperchio del mare

Il 20 giugno, con il solstizio d’estate, ci lasciamo alle spalle la primavera. Così, ho pensato di proporvi una lettura estiva: “Il coperchio del mare” di Yoshimoto Banana. È stato pubblicato in Italia nel 2009 da Feltrinelli, quindi molti di voi probabilmente lo conosceranno e l’avranno già letto. Anche per me non è una nuova lettura, ma è uno di quei libri che ho riletto con piacere dopo anni.

È un romanzo breve di poco più di cento pagine, che scorrono via delicate come le onde del mare in un giorno di sole. Sebbene il ritmo sia lento e la trama semplice senza particolari colpi di scena, Il coperchio del mare si fa leggere nel giro di un paio d’ore.

La storia si svolge in un’estate e vede nascere l’amicizia fra due giovani donne: Mari e Hajime. La prima, che è la protagonista della storia, è una giovane che, dopo la laurea a Tokyo, ritorna nel suo paese per aprire un chiosco di granite. Aveva sognato di aprirlo nell’isola del Sud, ma poi grazie all’incontro con la proprietaria di un negozio di granite che aveva deciso di mettere su la propria attività nella sua terra, anche Mari decide di fare lo stesso.
Un giorno, sua madre le dice che Hajime passerà l’estate con loro. Mari non vede di buon occhio la cosa, avendo appena aperto l’attività ed essendo l’estate il periodo lavorativo più impegnativo. Nemmeno Hajime è ben disposta poiché sta affrontando un periodo difficile per la morte della nonna. Ma quando viene a sapere della vicinanza del mare, si convince ad andarci. Il mare, che si inserisce nelle loro vite e ne scandisce le giornate, è una presenza fondamentale del romanzo.
Mari e Hajime passano molto tempo insieme, imparano a conoscersi e diventano amiche ma poi sul finire dell’estate arriva il momento dei saluti. Mari è triste, ma i ricordi preziosi del tempo passato con Hajime l’aiutano a sopportare i mesi invernali. Inoltre, sente di aver aiutato a modo suo l’amica e averle dato il coraggio per affrontare il futuro.

Tre motivi per leggere Il coperchio del mare

Sono tre gli aspetti che più mi sono rimasti da quest’ultima lettura e sono i motivi per cui consiglio questo libro.

  • La presenza forte dell’estate
  • La connessione fra le protagoniste e il mare
  • La nostalgia per qualcosa che non c’è o non ci sarà più che si mescola con la forza di andare avanti

L’estate

Quando penso all’estate in Giappone subito mi vengono in mente due cose: il caldo afoso e “le voci” degli insetti. Se continuo a pensare, rivedo i vestiti messi ad asciugare all’aperto sotto il sole cocente, fuori i balconi degli appartamenti o negli spazi più ampi delle case indipendenti. Ed è proprio ciò che ho rivissuto leggendo Il coperchio del mare.

Nelle località di mare è soltanto la sera che il vento porta con sé il forte odore della salsedine. La mattina, invece, l’aria, che man mano si scalda, è talmente secca che per reazione l’animo si fa serio. Chiedendosi fino a che punto si alzerà la temperatura della giornata. (P.38)

La biancheria si asciugava ogni secondo di più. Assorbendo quella magnifica energia mattutina che abbondava tutt’intorno, ogni angolo di tessuto esposto alla luce si seccava per bene e prendeva un buon profumo. (P.38)

Quella splendida vista che si godeva dall’alto del promontorio era l’unica cosa che non era cambiata affatto da quando ero piccola, era stata preservata con grande attenzione. Forse erano cambiati i souvenir dei negozietti sulla strada, ma la fitta vegetazione della zona, l’assordante frinire delle cicale e il sentiero che portava al belvedere erano rimasti identici. (P.57)

La connessione fra le protagoniste e il mare

La Yoshimoto descrive con delicatezza gli incontri e la connessioni fra le protagoniste e il mondo marino. Due mondi diversi che si osservano e comprendono di fare parte di un mondo più grande, che ingloba tutto e tutti, in cui non esistono protagonisti, ma semplici personaggi che possono conoscersi a vicenda.

Se i nostri sguardi si incrociavano, anche gli esseri marini ci osservavano con attenzione. I loro occhi rotondi si fissavano su di noi, ne ero sicura. Nei frangenti in cui ci spiavamo a vicenda, erano le nostre anime a spiarsi. (P.40)

Per qualche istante, ognuno di noi era come se fosse in vetrina. Vivevamo in due ambienti diversissimi, non potevamo neppure respirare nel mondo dell’altro, eppure riuscivamo lo stesso a osservarci a vicenda e a distinguere le nostre reciproche esistenze. (P.41)

Il coperchio del mare

Nostalgia ne Il corperchio del mare

Il coperchio del mare è permeato da un forte senso di nostalgia. La si sente nei confronti di un passato che non può più tornare e di un futuro fragile, poiché tutto è destinato a scomparire. La si percepisce anche in quel miscuglio di sentimenti in bilico fra il darsi di fare e il dubbio sulla validità di questi sforzi.

L’unica cosa che so per certo è che, quando ero piccola, la vita in questo paese era fantastica, tanto da credere di trovarsi in un paese delle meraviglie dove il mare e le montagne si rinnovano ogni giorno. (…) Il cambio delle stagioni il bel clima… le cose piacevoli erano così numerose da non riuscire a prenderle con entrambe le mani.(…) Forse l’unica cosa che mi rende davvero triste è vedere che la mia gente si è arresa. Io ci tengo ancora al mio paese. (P.53)

Se non siamo in grado di conservare le cose belle del nostro paese, come facciamo a percepire la continuità? Su che cosa possiamo fare affidamento per trovare la forza di andare avanti? Voglio dire, se tutte le cose belle sono destinate a sparire, a che serve darsi da fare? (P.54)

Eppure questo senso nostalgico apre la protagonista alla consapevolezza del tempo limitato della vita e all’importanza di contemplare e trattenere con gli occhi, la mente e il cuore ciò che di bello c’è intorno.

L’unica cosa che mi era concessa era prendermi cura, riempiendolo di fiori, del piccolo vaso che portavo dentro di me. Di certo non potevo credere di cambiare il mondo con le mie idee. Dovevo solo essere me stessa, una persona in grado di godersi la vita. Un essere che può esporsi al sole senza provare vergogna una che riesce a sentire le parole degli spiriti che vivono sotto le rocce o all’ombra degli alberi. L’unica cosa che dovevo fare era arrivare alla morte dopo aver trascorso una vita a contemplare le cose belle del creato, tenendomi alla larga da ciò che mi avrebbe costretta a distogliere lo sguardo. (…) Una cosa che non era impossibile. Dopo tutto, gli esseri umani sono stati concepiti per vivere così, ed è per questo che sono venuti su questo mondo. (…) Persino Hajime, che andava dicendo quelle tristi verità, sembrava fissare il suo sguardo cristallino su tutto ciò che aveva attorno. Lei non era come me che rimpiangevo il passato, in lei si percepiva la capacità di focalizzarsi su quello che aveva davanti agli occhi. (PP. 63-4)

Inoltre, le fa comprendere che tentare di creare qualcosa di permanente è impossibile, ma in fondo, va bene così. È proprio la brevità e la fragilità della vita che le dà valore e ci rende attaccati ad essa.

Il mio chiosco era l’unico posto al mondo che potessi considerare completamente mio. (…) Il ghiaccio si scioglie e svanisce velocemente, e io avevo l’impressione di vendere dei piccoli cubetti di tempo. I sogni di un istante. Momenti impalpabili come bolle di sapone, ambiti da tutti: anziani, adulti e bambini. Una sensazione a cui tenevo moltissimo. Per cui l’idea di rendere le cose più permanenti era assolutamente impensabile. Il ghiaccio si scioglie, fragile e dolce. Per me quello era già un miracolo. Che adoravo. All’inizio assomigliava alla bruna bianca e fine, poi piano piano si solidificava, e alla fine ritornava acqua. Il tutto però finiva negli stomaci delle persone, in un bagno di dolcezza. Una sensazione di questo tipo. (P.76)

Purtroppo non potrò vedere all’infinito l’alternarsi delle stagioni. Di sicuro me ne andrò da questo mondo prima del salice sul fiume. Persino avere degli amici o una famiglia non potrà cambiare il mio destino… Feci questo pensiero e lo splendore di tutto ciò che amavo in questa vita… il salice, le granite, il mare d’autunno con la sua aria fredda, le nuvole sottili quasi trasparenti, e i volti delle persone cui volevo bene… tutto quanto mi comparve davanti agli occhi. Ogni volta che mi capitava, mi veniva da piangere. All’idea di quanto breve fosse l’esistenza del nostro corpo. Vista la sua brevità, mi rendevo conto di essere troppo attaccata alla vita. L’amavo troppo, decisamente troppo. (P.112)

Il coperchio del mare è la storia di una stagione che cambia la vita di Mari e Hajime. Ma in essa si può cogliere la storia di tutti noi: di alti e bassi; di tensione fra passato, presente e futuro; di passaggi stagionali e cambiamenti; di incontri e legami con cose e altri esseri viventi; di presa di coscienza e crescita personale; di voglia di godersi ogni giorno e dare un senso allo scorrere del tempo.

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