Il silenzio

In Giappone capita di essere circondati da voci di cui non ci si aspetta. Un ascensore che comunica l’apertura e la chiusura delle porte, i piani a cui si ferma, l’atto di salire o di scendere. Un distributore automatico che parla mentre si acquista una bevanda. Un treno che non solo annuncia le fermate, ma anche il lato su cui si apriranno le porte. E che ricorda perfino di non dimenticare i propri effetti personali. Se aggiungiamo a questo le immagini di metropoli piene di gente come Tokyo e Osaka, sembra non esserci spazio per il silenzio. E invece ve ne è tanto. Non solo dove è facile aspettarselo come nei templi, ma anche in situazioni in cui noi occidentali siamo abituati al vociare o al parlare. Si conversa raramente sui mezzi pubblici e sempre con discrezione; ci sono vuoti di parole anche in una semplice conversazione. Ed è proprio quest’ultimo caso uno dei più affascinanti.

Il vuoto nelle conversazioni

Durante una conversazione, capita spesso che la voce di chi parla venga sormontata da quella dell’ascoltatore e viceversa; si pensa cosa dire mentre l’altro sta parlando e, anche se si aspetta il proprio turno, non si dà spazio che a una breve pausa prima di cominciare a parlare. È come se il silenzio mettesse a disagio e quindi ci fosse bisogno di coprirlo con parole, di decorarlo con gesti, di fare il possibile affinché duri il meno possibile. In Giappone, invece, ho constatato più volte che il silenzio fa parte di una conversazione tanto quanto le parole. Capita perfino di ritrovarsi in silenzi così lunghi da avere l’impressione che la discussione non stia andando da nessuna parte. All’inizio è strano, si prova a riempire quei vuoti, ma si ricevono poche parole in cambio. Così si resta in silenzio non sapendo cos’altro dire mentre dentro si affaccia l’agitazione. È come se si venisse messi faccia a faccia con l’eco di ciò che si è detto e fosse richiesto uno sforzo per interpretare i silenzi dell’altro.

Il silenzio nelle conversazioni

Moku, il silenzio secondo lo zen

Secondo lo zen, il termine 黙, moku, silenzio, non è solo l’intervallo fra le parole, ma anche parole profonde senza suono. Moku, come intervallo, riesce a restituire il giusto peso e spazio alle parole che altrimenti sarebbero solo un flusso continuo senza senso. Moku, come parole mute, ha in sé significati più alti che sarebbe difficile proferire a voce, proprio come nei momenti in cui uno sguardo vale molto più di ciò che si dice.
Mi piace pensare al silenzio come accoglienza delle parole dette fino a quel momento e recipiente per i pensieri e le parole che verranno, anche se non sempre espressi. Come un vuoto necessario per riflettere su quanto detto e per ascoltare ciò che passa dentro noi e gli altri. Come un momento di condivisione di sensazioni e di vita più intimo.
Il silenzio non è uno spazio da temere e riempire, ma uno spazio per ascoltare e condividere.

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